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Il Pm del processo Cappato: è anomalo che si chieda l'assoluzione?


Il Pm del processo Cappato: è anomalo che si chieda l'assoluzione?
23/01/2018, 15:59

Sui social network si è sviluppata una discussione intorno alla requisitoria del Pubblico Ministero del processo che vede Marco Cappato imputato di aver aiutato Dj Fabo a suicidarsi. In particolare, viene discusso il fatto che il Pm abbia chiesto l'assoluzione per Cappato. E' così strano? 

Innanzitutto, guardiamo il Codice. Il Pubblico Ministero, per definizione, non bada solo all'accusa, cioè a cercare prove contro l'imputato. Il suo compito è trovare sia le prove a favore che contro. Anche se alle volte viene definita "Pubblica Accusa", In realtà il Pubblico Ministero è istituzionalmente incaricato di fare una prima verifica delle prove, non di far condannare qualcuno. Per questo, quando si dice che bisogna impedire che un magistrato possa passare da giudice a Pm si dice una cretinata. Assumere prima un ruolo e poi l'altro garantisce di poter fare entrambi i ruoli sapendo bene come agire. Quindi è assolutamente normale che in un caso il Pm possa decidere che non ci sono prove sufficienti per condannare una persona e ne chieda quindi l'assoluzione. Anche perchè non sempre il Pm che sta in aula è quello che ha fatto le indagini. Naturalmente non so come sia andata in questo caso. magari il Pm ha solo cambiato idea durante il processo. Ma comunque non c'è nulla di anomalo. 

E del resto, chi come me ha avuto una lunga esperienza nei Tribunali italiani ne ha visti di casi "strani". Per esempio, mi capitò di vedere un Pm che, fuori microfono, mandava parecchi accidenti ai Carabinieri che avevano arrestato tre rom per furto, ma senza che fosse stata trovata loro addosso nè la refurtiva nè arnesi da scasso. La loro unica colpa era che passavano per strada mentre i Carabinieri cercavano i responsabili di un furto. E avevano pensato che fossero state le tre donne. Ma in realtà il fascicolo era stato approntato con un po' di superficialità. E poichè non era passato all'esame del Gip, si era istruito un processo per niente. Ovviamente il Pm non potè far altro che chiedere l'assoluzione; e il giudice fu d'accordo e scrisse la sentenza di assoluzione. 

Un altro episodio curioso successe in un processo contro una extracomunitaria. Anche lì il Pm fu costretto a chiedere l'assoluzione. L'accusa era di falso: in occasione della sanatoria per gli extracomunitari varata nel 1998 dal governo D'Alema, la donna aveva presentato un documento per vedere sanata la sua posizione; documento che secondo l'accusa era falso. In realtà, si trattava di un falso grossolano: era un certificato medico datato 31 dicembre 1998, a cui avevano cancellato una cifra, trasformando il "12" che indicava il mese di dicembre in un "2" che indicava il mese di febbraio. Trucco necessario, perchè la sanatoria valeva solo per coloro che dimostravano di essere in Italia prima del 30 settembre. In realtà, cancellando quella cifra, la data che rimaneva era il 31 febbraio; ed è ovvio che quindi non era un documento accettabile. Ma non poteva neanche ingannare nessuno: chi crede ad un documento del 31 febbraio? Per cui il Pm chiese l'assoluzione per un cosiddetto "reato impossibile", cioè un reato che non può realizzarsi. 

Alle volte, il Pm è costretto a chiedere l'assoluzione perchè durante il processo esce fuori qualcosa di inaspettato che mina alla base le prove raccolte. Come mi capitò in un altro processo. Apparentemente semplice. Una donna viene ricoverata in ospedale in coma, per meningite, e viene intubata e le viene messo un sondino nasogastrico. Le vengono prestate le cure del caso e lei lentamente migliora, anche se rimane in ospedale alcune settimane. Un giorno, quando si riprende, si stacca il sondino nasogastrico; ma dopo qualche ora vomita sangue. I medici la portano in sala operatoria e per cinque ore tentano di curarla, ma lei muore. Il Pm affida ad un perito il compito di scoprire la causa di quella emorragia mortale, e il perito (che è un anatomopatologo) trovala causa in una ferita allo stomaco che, secondo il perito, non era stata individuata dai medici. Che quindi vengono processati. 

Ma le cose non sono così semplici. Infatti durante il processo si scopre che quella ferita allo stomaco è in realtà una specie di graffietto che hanno fatto le pinze. Infatti i medici, per cercare la ferita le hanno aperto lo stomaco (letteralmente) per toglierle tutto il sangue che si era accumulato. E nel farlo l'hanno tenuto aperto con due paia di pinze, una delle quali aveva lasciato il segno. Ore di discussione in aula, nuova perizia decisa dal Tribunale, poi una specie di super perizia. Alla fine non si riesce a trovare alcuna indicazione su dove potesse essere la ferita. A quel punto, al Pm non è rimasta altra possibilità: il reato era ormai prossimo alla prescrizione, mancavano pochi mesi, quindi non si potevano ricominciare le indagini dall'inizio. E anche se si fossero cominciate, sarebbe stato necessario richiamare i testimoni e perdere altro tempo. Era un vicolo cieco, obiettivamente. E quindi il Pm chiese l'assoluzione per tutti gli imputati. 

Alle volte, può capitare che ci si renda conto, a processo in corso, che si è fatto un errore. E' quello che capitò in un altro processo per omicidio colposo. C'era stato un incidente stradale: una macchina era sbandata in curva, il guidatore aveva perso i lcontrollo e la macchina era uscita di strada, sbalzando gli occupanti fuori e cappottandosi più volte. Uno dei due era morto, e l'altro era gravemente ferito:la macchina l'aveva schiacciato, rompendogli tutte le costole. Era stato portato in ospedale ma, secondo l'accusa, era stato lasciato due ore in barella senza che nessuno si prendesse cura di lui. Infatti, la prima richiesta di una analisi (una radiografia) era di due ore dopo il ricovero. Anche qui, apparentemente tutto smeplice: un chiaro esempio di inerzia dei medici. Ma poi durante il processo si viene a scoprire che i medici erano intervenuti subito sul paziente, con la radiografia e tutte le cure possibili in quella situazione. Poi, quando c'era stata un po' di calma, uno dei medici era andato al computer e aveva compilato i moduli del caso con la richiesta di radiografia e tutto il resto. E chiaramente, poichè il computer stampava automaticamente l'ora, era risultata un'ora successiva a quella reale. Cioè in quelle due ore il paziente non era rimasto sulla barella, ma era stato medicato ed esaminato, Purtroppo le ferite erano troppo gravi (le costole rotte avevano perforato i polmoni) e quindi non ce l'aveva fatta. Ma questo non era emerso durante le indagini. 

Qualche volta invece capita quello che non deve accadere: l'errore burocratico che manda tutto all'aria. Come in un processo, dove il Pubblico Ministero (o chi compilò materialmente il documento, poi va a sapere come è andata realmente), nel depositare la lista delle prove, dimenticò di metterci alcune intercettazioni ambientali. Per legge, il Pm deve despoitare la lista delle prove una settimana prima della prima udienza, e non può poi cambiarla, se non per rinunciare a qualche testimone oppure in particolarissimi casi. Quindi, quando ci fu la prima udienza, il giudice non potè accettare quelle registrazioni come prove. Il problema è che in quel processo le intercettazioni erano essenziali, perchè dimostravano che l'imputato era consapevole del fatto che stava commettendo un reato. E quindi, senza quella prova, il Pm non poteva provare la colpevolezza dell'imputato. Per cui finì col chiedere l'assoluzione. 

Gli esempi che ho fatto però non devono far credere che il Pm chieda sempre l'assoluzione. Purtroppo alle volte capita che qualcosa vada storto. Siamo tutti esseri umani, anche i magistrati, le forze dell'ordine o il personale del Tribunale. O i medici chiamati a fare una perizia, nell'esempio che ho fatto prima. Chiunque può sbagliare. Il punto è che certe volte è possibile porvi rimedio, magari chiamando qualche altro testimone prima considerato superfluo; altre volte no. Ma Il Pm resta comunque una persona che deve affrontare il processo con una certa flessibilità, perchè non sa come si svilupperà il processo. Alle volte può capitare che parta con una idea, per esempio chiedere una condanna elevata, e poi debba ripiegare su una condanna minore. 

Come mi capitò in un processo per pedofilia. le testimonianze delle vittime erano chiare, ma la difesa provò a dimostrare che in quel giorno i bambini erano impegnati altrove. Le testimonianze furono abbastanza convincenti da seminare qualche dubbio nel Pm che alla fine chiese una pena ridotta per l'imputato. Non l'assoluzione (evidentemente era convinto che qualcosa di vero ci fosse nel racconto delle vittime; e del resto è difficile che i bambini si inventino i dettagli di un rapporto sessuale), ma una pena ridotta, con tutte le attenuanti previste dalla legge. E infatti l'avvocato difensore si accorse di questa titubanza del Pubblico Ministero e la usò come argomento (non l'unico ovviamente) per chiedere l'assoluzione dell'imputato, sostenendo che le prove non erano solide al punto da giustificare una condanna. Per la cronaca, il giudice la vide differentemente e condannò l'imputato. 

In ogni caso, resta il principio: il Pm non è che deve chiedere la condanna a tutti i costi. Nel caso di Marco Cappato, evidentemente, la Pm ha ritenuto che non ci fossero prove sufficienti a giustificare la condanna. E quindi ha chiesto l'assoluzione. Bisogna ricordare che nel Codice di Procedura Penale è espressamente indicato che se le prove sono insufficienti o incomplete, bisogna chiedere l'assoluzione.

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di Antonio Rispoli
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