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Ilva e Alitalia, due esempi della mancanza di programmazione economica dell'Italia


Ilva e Alitalia, due esempi della mancanza di programmazione economica dell'Italia
13/11/2019, 15:52

In questi giorni ci sono due grosse questioni economiche in ballo: l'Ilva e Alitalia. Vediamo di esaminarle nei fatti. 

L'Ilva è contemporaneamente un enorme problema e una enorme occasione per Taranto. E' un problema per l'inquinamento, ma è una occasione perchè dà lavoro a 15 mila persone. L'Arcelor Mittal, società in parte di proprietà indiana e in parte di proprietà francese, ha sottoscritto un contratto di affitto con lo Stato italiano per la bonifica del sito e un investimento di 4,2 miliardi per aumentare la produzione. Ma in cambio voleva uno scudo penale, cioè una legge che garantisse loro di non essere perseguitati dalla magistratura in caso di inquinamento accidentale durante le operazioni di bonifica. Uno scudo penale che prima è stato concesso, durante il governo Conte supportato da M5S e Lega; mentre adesso M5S glielo ha tolto. Per questo l'Arcelor Mittal ha presentato in Tribunale una richiesta di recesso dal contratto di affitto per giusta causa. E ora si vedrà che succede. 

Per l'Alitalia la storia è diversa. E' sempre stata una società aiutata dallo Stato,perchè gestita da manager incompetenti e incapaci, ma con grosse amicizie politiche. Con l'entrata dell'Italia nell'Unione Europea, sono cominciati i problemi, perchè sono stati vietati gli aiuti di Stato, senza i quali la compagnia di bandiera non era in grado di stare sul mercato. Tra un escamotage e l'altro si è cercato di mantenere in piedi la baracca, ma era chiaro che non poteva durare. Si è cercato a lungo qualche compagnia aerea straniera a cui venderla, ma le trattative abbozzate con la Lufthansa tedesca fallirono perchè la Lega voleva che Malpensa (territorio dove loro hanno grande consenso) restasse un hub internazionale, mentre con i tedeschi si rischiava di renderlo un hub secondario. Si pensò anche ad altre compagnie, ma non ci furono trattative approfondite. Poi nel 2006 il governo Prodi lanciò una offerta di vendita a tutta l'Europa. Dopo varie scremature, era tutto pronto per la vendita ad AirFrance, a buone condizioni: 300 milioni all'Italia, tutti i debiti accollati da AirFrance, rilancio della compagnia con l'introduzione di nuovi aerei. Unico neo, 2100 esuberi. Dopo una trattativa con i sindacati, gli esuberi scesero a 1950. Era tutto fatto, ma serviva l'assenso sia della maggioranza che dell'opposizione (era periodo di campagna elettorale e AirFrance non voleva essere usata da uno dei due contendenti. 

Ma Berlusconi saltò su e disse che si doveva mantenere "l'italianità" di Alitalia. I sindacati si schierarono compatti con lui, che disse addirittura che avrebbe creato una cordata guidata dai suoi figli, cordata formata da "capitani coraggiosi" che avrebbero salvato Alitalia. Alla fine, metà del capitale venne dato ad un gruppo di imprenditori che non sapevano nulla di come si gestisce una compagnia aerea e AirFrance divenne socio di minoranza, gestendo di fatto Alitalia. Quando si ritirò, il suo ruolo passò alla società araba Etihad. Nel 2007 anche Etihad si ritirò, insieme a tutti i soci di minoranza, con una compagnia in forte perdita. Adesso si parla di un nuovo interessamento di Lufthansa, che però vuole una società "riformata": meno personale, meno aerei, zero costi. C'è in piedi anche l'ipotesi della Delta Airlines, compagnia statunitense, che però è disposta ad impegnarsi economicamente fino ad un certo punto. 

Ora, come si vede, sono due storie completamente diverse. Però hanno una cosa in comune. Sono "vittime" dell'incapacità della politica di agire per i cittadini. In entrambi i casi, l'interesse pubblico esigeva determinati comportamenti. Ma i politici hanno badato solo al consenso immediato e hanno impedito quindi qualsiasi ipotesi seria. Per esempio, per Alitalia la soluzione trovata da Prodi nel 2008 era ottima. I 1950 esuberi potevano essere facilmente gestiti con mobilità e cassa integrazione. E invece da allora lo Stato (cioè i cittadini) ci hanno rimesso oltre 10 miliardi e sono stati comunque estromessi migliaia di dipendenti nel tentativo di ridurre i costi. E per l'Ilva di Taranto, siamo sicuri che l'interesse dei cittadini sia che rimanga? Cioè è chiaro che la chiusura manderebbe a casa circa 15 mila persone, cosa che bisogna evitare. Ma se fosse solo per un breve periodo, il tempo di una riconversione? Ci sono programmi europei in questo senso. Dove il governo va a Bruxelles ad esporre il problema, si presenta con un piano preciso, e - se il piano è ben fatto - l'Europa finanzia o cofinanzia la riconversione dell'area. Ricordo che, per altri motivi, ne parlò qualche mese fa addirittura un comico, Maurizio Crozza. Parlò di Ebbw Vale, città del Galles, la cui intera economia era basata sul carbone e su una acciaieria. Quando il carbone non venne più estratto e l'acciaieria chiuse, il paese si spopolò. Ma negli ultimi 20 anni, grazie ai finanziamenti Ue, la città è stata riconvertita al turismo ed è tornata abitabile e abitata. Per Taranto non si potrebbe pensare a qualcosa del genere? 

Preciso: io non sono un tecnico. Non ho idea di come si potrebbe materialmente fare una conversione e in cosa. Però sono un giornalista: faccio e mi faccio domande. E quindi chiedo: si può fare qualcosa del genere? Certo, la stragrande maggioranza dei dipendenti Ilva si troverebbe a casa in cassa integrazione a vita o in mobilità in attesa della pensione. Ma i più giovani potrebbero riciclarsi nel commercio o nel turismo. Dopo tutto Taranto è sul mare, per esempio. Non può diventare un polo turistico? Con un po' di accortezza si può anche trovare qualcosa che ne faccia una attrattiva invernale e così si avrebbe un flusso turistico durante tutto l'anno. Qualcuno che ha esperienza di queste cose può darmi una risposta? 

Il problema è che la politica non guarda alla situazione complessiva. Non sono in grado di pensare oltre l'esistente. E' una battaglia di retroguardia: si cerca di mantenere lo status quo. Ma che status quo si può mantenere se l'acciaio è sempre meno usato, nel mondo? Mi è capitato di leggere che qualcuno ha detto: "Non è vero, l'acciaio è ancora una materia strategica. Lo dimostrano i cinesi che hanno comprato una società britannica". Già. E nessuno ha pensato come mai una società britannica (con la Gran Bretagna sempre più nazionalista per via delle discussioni sulla Brexit) abbia ceduto tutto ai cinesi senza obiettare? non sarà che loro hanno capito che l'acciaio non ha tutto questo futuro di cui si parla? In realtà, la maggior parte degli usi dell'acciaio oggi sono stati devoluti alle plastiche. Ce ne sono alcune che hanno le stesse caratteristiche dell'acciaio, ma pesano un terzo. Oppure ad altre leghe metalliche, più resistenti e meno costose. Gli acciai che si usano oggi sono per lo più i cosiddetti "acciai speciali": leghe particolari per usi particolari. Ma se ne usa il 20% rispetto a quello che si usava negli anni '50. Forse anche di meno. Sicuri che valga la pena di insistere con l'Ilva? 

A Napoli lo stesso problema che oggi ha l'Ilva lo si è vissuto con l'Italsider. Alla fine lo stabilimento è stato chiuso, la zona bonificata (anche se lo Stato ha rifiutato per molti anni di metterci la sua parte dei soldi) e adesso è zona balneare. Come ho detto, non sono un esperto e non conosco Taranto, ma una cosa del genere lì non è possibile? Ma non è un qualcosa che possano fare i cittadini tarantini. Ci deve essere un governo che stende il piano e che trova i finanziamenti. Qualcuno ha un governo a portata di mano? Ne tenevo uno negli altri pantaloni, ma non lo trovo più...

In realtà il problema è che il nostro Paese non ha una politica economica ed industriale da oltre 20 anni. L'ultimo governo che ne ha fatta una è stato il primo governo Prodi. E,piaccia o non piaccia, ha funzionato. Infatti da una parte con una serie di privatizzazioni ha liberato l'Italia di una serie di "poltronifici", utilizzati dai politici per assumere persone in cambio di voti. Molti rimpiangono l'IRI, dicono che Prodi l'ha svenduta. Ma si sono dimenticati che all'epoca ci costava 4-500 miliardi di lire l'anno? Oggi, considerando solo gli aumenti di stipendio, ci costerebbe almeno mezzo miliardo di euro l'anno. E voi credete che con i conti pubblici che abbiamo, ci possiamo permettere un simile spreco? Inoltre il governo Prodi, con la legge sul prestito d'onore (un prestito dello Stato, fino a 60 milioni di lire, da dare ai disoccupati senza garanzie, a condizione che avessero presentato un piano credibile e una idea valida per creare una società individuale. Di questi soldi, il 60% era a babbo morto, cioè non doveva essere restituito; il resto aveva un interesse intorno all'1%, quando le banche ti chiedevano il 15%) creò oltre 300 mila società, alcune delle quali si ingrandirono tanto da cominciare ad assumere. Infatti la prima cosa che fece il governo Berlusconi fu di definanziare questa legge: troppa gente che lavorava finiva per non votare più lui...

Dopo di allora, più niente. Solo interventi spot, che però non hanno creato nè occupazione stabile nè hanno permesso al Paese di crescere in maniera convincente. E il risultato si è visto: molte società italiane ormai sono di proprietà straniera, le altre minacciano licenziamenti di massa per poter pagare ai dipendenti stipendi che sarebbero indegni anche in Cina o in India. E di programmaazione? Nulla. Investimenti in ricerca e sviluppo? Mai sentito parlare. Visione del futuro? Si ferma al sondaggio politico della settimana prossima. Questa è l'Italia oggi. E con queste premesse, dove pretendete che si possa andare? Solo a sbattere nel muro. 

In più vorrei far notare una cosa. Sono decenni che sento i politici dire che "bisogna attirare i capitali esteri". Bene, la Mittal Ancelor è un capitale estero. Visto cosa ha fatto? Anche la Lufthansa è un capitale estero, ma vuole prendersi solo il lato positivo di Alitalia: gli hub e gli aerei. E così anche le tante altre società, grandi e medie, che sono venute in Italia, hanno acquistato aziende italiane in difficoltà, e poi hanno trasferito la produzione all'estero. Perchè questo significa "attirare capitali stranieri": prnedere una società e darla a chi non ha alcun interesse a stare in Italia. E in nome di questo sono state diminuite le tutele dei lavoratori, sono stati abbassati gli stipendi, è stata diminuita la sicurezza del luogo di lavoro. "Bisogna attirare capitali dall'estero". Ecco, adesso che li hai attirati, caro ceto politico italiano, sei contento? Hai solo aumentato la disoccupazione. 

E' chiaro che, in un mondo globalizzato come il nostro, non si può fare protezionismo e negare a società estere di comprare società italiane. Ma la strada per migliorare la situazione in Italia è quello di creare un sistema che crei manager in gamba e che costringa le società ad affidarsi a loro. Sì, che "costringa", perchè le società italiane, generalmente gestite da incapaci, vanno costrette ad usare persone in gamba. Altrimenti si rivolgono al figlio dell'amico fedele, figlio ovviamente incapace di fare alcunchè. Ma così si mantiene un rapporto di fedeltà che gli imprenditori italiani preferiscono ad un rapporto di qualità. E' una cosa che ho visto, in una società dove ho lavorato molti anni fa. Gestita da un uomo e dalla moglie, aveva molte difficoltà. Venne assunto un manager preparato e qualificato che dette una impronta diversa alla società, un'impronta decisamente migliore. E per due anni ho potuto lavorare bene. Poi ci furono dissidi tra il proprietario e il manager, perchè il primo voleva riprendere ad agire come prima e il secondo lo sconsigliava perchè sarebbe stato un danno per la società. Ma ovviamente è il proprietario a decidere e il manager se ne andò. E io mi ritrovai con 10 mila e oltre euro di stipendi non pagati. E non fui l'unico ad avere di questi problemi. Mentre il proprietario dell'azienda aveva una ammiraglia della Mercedes nuova di zecca posteggiata nell'azienda. Giusto per chiarire che il problema non era che non avesse soldi. Questa è l'imprenditoria italiana, senza una guida da parte dello Stato. Ma in questo momento, vista la qualità dei politici in Parlamento e al governo, significherebbe farsi guidare da un cieco...

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di Antonio Rispoli
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