Editoriali / L'opinione

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Italia in svendita? Beh, se non ci sono industriali...


Italia in svendita? Beh, se non ci sono industriali...
24/09/2013, 17:36

Ha destato molto scalpore la notizia, che campoeggia in tutti i Tg, che Telefonica (la principale compagnia telefonica spagnola) comprerà Telecom per 660 milioni. 
E naturalmente le reazioni sono state le più diverse. Qualcuno ha dato la colpa a Letta, a Monti, o addirittura a Prodi (dimenticando che 15 anni anni fa la Sip divenne Telecom e venne data ad un imprenditore italiano, non c'è responsabilità su quanto accade oggi). Ma nessuno ha esaminato qual è la situazione di Telecom, nel panorama europeo. Infatti si tratta di una società sommersa dai debiti, dato che per due volte la società è stata acquistata con una azione legale ma truffaldina: cioè è stata acquistata ipotecando le azioni della stessa società da acquistare. In questa maniera il debito societario è aumentato, ma è aumentata anche la vulnerabilità della società alle scalate, come si vede. E dato che in Italia gli imprenditori non fanno impresa, senza denaro pubblico, la Telecom è rimasta in quella situazione per 15 anni. 
Ma se il problema fosse solo la Telecom, ci potremmo tranquillamente mettere una pietra sopra: la telefonia è uno dei settori economicamente più disciplinati dall'Europa; e non è possibile trasportare all'estero i cavi o le cabine di smistamento che ci forniscono la linea telefonica. L'insieme di queste duecose significa che - nella peggiore delle ipotesi - Telefonica farà esattamente quello che ha fatto la Telecom: nulla per migliorare tecnologicamente il servizio, limitandosi a far funzionare l'esistente. Licenziamenti? Improbabile, dato che c'è bisogno comunque di manutenere le linee, e questo non lo si può fare da Madrid. Insomma, i problemi sarebbero minimi, anche se si tratta pur sempre di una impresa strategica. 
Ma il problema è che la Telecom è solo l'ultima azienda italiana che è stata comprata da società estere: Alitalia, Parmalat, Invernizzi, Locatelli, Ferrè, Gucci, Star , Bertolli, Sasso, Fastweb, Buitoni, Perugina, Gancia, Peroni, Fiorucci, Benelli, Valentino... tutti marchi che di italiano hanno al massimo il nome. Ma il controllo è da ricercarsi al di fuori dei confini nazionali, spesso addirittura fuori dai confini europei. Quindi il problema è decisamente più vasto e ha altre origini. 
I più disinformati hanno già trovato il colpevole: l'euro. Non spiegano il perchè, ma c'è l'assioma che l'euro ha danneggiato le imprese italiane e questo le ha rese più scalabili dall'esterno e meno competitive sui mercati stranieri. Un esempio di come mischiare la realtà con le menzogne: vero che le nostre imprese sono più deboli,  vero che sono meno competitive; ma siamo sicuri che sia colpa dell'euro? 
Basta guardare la storia italiana per sapere che non è così. Le imprese italiane sono fuori mercato da decenni. Negli anni '80 vennero tenute a galla dagli enormi regali fatti col denaro pubblico (qualcuno si ricorda che lo stabilimento Fiat di Melfi lo pagammo noi cittadini miliardi e miliardi di lire, per far lavorare 400 operai in tutto?). La crisi economica del 1992 e la svalutazione della lira permisero di ottenere un aumento delle esportazioni, ma già a quel punto l'economia boccheggiava. A quel punto erano finite le possibilità di fare un eccesso di regali agli imprenditori, che avrebbero dovuto smettere di succhiare dalle mammelle di mamma Italia e cominciare ad affrontare il mondo da soli. Anche perchè l'entrata nell'euro avrebbe dovuto proibire gli aiuti di Stato. Ma invece così non è stato. Si è deciso semplicemente di nascondere gli aiuti di Stato sotto altre voci. La principale è stata l'aumento della precarizzazione. Prima il pacchetto Treu (che comunque era ancora sopportabile), poi la legge Biagi, fino alla riforma Fornero hanno precarizzato ed indebolito al massimo la posizione dei lavoratori, Rendendoli estremamente vulnerabili e ricattabili. E così gli imprenditori ne hanno approfittato: c'è chi lo ha fatto in amniera esplicita come Marchionne; c'è chi lo ha fatto di nascosto. Ma la realtà è che la maggior parte dei lavoratori italiani sono sottoposti a ricatti: ore di straordinario non pagate, oppure incassano salari inferiori a quanto scritto in busta paga e così via. Insomma, tutti sistemi che usano le aziende per risparmiare a scapito dei lavoratori. 
E non è un capriccio, per loro è una necessità: non avendo capacità manageriali in grado di stare alla pari con gli altri diretti concorrenti, devono puntare sul tagliare i costi. Dimenticando tre cose: 1) un lavoratore scontento e affamato produce molto meno di un lavoratore soddisfatto e con la pancia piena; 2) più tagli lo stipendio e più riduci la quantità di persone che potranno comprare i prodotti di quella azienda, creando quindi danni a lungo termine a se stessi e all'economia italiana; 3) è una strada chiusa, dato che non si potranno mai battere i costi dei prodotti cinesi o coreani o vietnamiti, dove i lavoratori prendono meno di 300 euro al mese per lavorare 7 giorni alla settimana e 15 ore al giorno. 
E' chiaro che con queste premesse le aziende italiane sono andate sempre più in declino (naturalmente parlo in generale; c'è qualche eccezione, come Luxottica, ma non fa altro che confermare la regola), impoverendosi e diventando facile terreno di conquista da parte di chiunque volesse. E contemporaneamente, il continuo taglio al potere di acquisto dei salari ha distrutto il mercato interno, togliendo anche questa possibilità.
Per fare un paragone, confrontiamo la situazione italiana con quelle tedesche: essendosi abituati per 50 anni ad usare il marco, che era una moneta tanto forte da essere usata a livello internazionale, gli imprenditori tedeschi sono abituati a puntare solo sulla qualità, a pagare bene i loro dipendenti, a non portare le produzioni strategiche all'estero, ad investire cospicue cifre. E con l'euro hanno fatto la stessa cosa. Il risultato è che adesso la Germania ha economia forte, che ha affrontato e superato la crisi senza troppi problemi. E adesso gli unici problemi che sta avendo sono causati paradossalmente dall'intransigenza della Merkel verso gli altri Paesi europei. Infatti, anche per le aziende tedesche vale lo stesso principio: se non hanno mercato, non possono vendere. E le politiche economiche idiote adottate dai governi italiano (da Berlusconi in poi), greco, spagnolo e portoghese, hanno eliminato 100 milioni di potenziali acquirenti anche di prodotti tedeschi. 
Nulla del genere in Italia, dove le aziende non investono, cercano solo di guadagnare dalla rendita di posizione che hanno. E così per esempio la Fiat lancia l'ultimo modello di successo nel 1991 (era la Punto, dopo di allora solo restyling e modelli scadenti come la Multipla e Idea) e dal 2008 - data di inizio della crisi - non lancia nessun nuovo modello, salvo l'ennesimo restyling. Invece le altre case hanno lanciato nuovi modelli, addirittura la Toyota ha scelto di puntare moltissimo sulle nuove tecnologie dei motori ibridi. E così le altre case automobilistiche lottano tra di loro, mentre la Fiat, abbandonata a se stessa, lentamente viene distrutta. E Marchionne? E' il primo a distruggere la Fiat, sia con la sua inerzia, sia perchè si fa pagare decine e decine di milioni l'anno come amministratore delegato della Fiat, mentre dalla Chrysler non prende nulla. 
E la Fiat può ben essere usata come esempio per descrivere il degrado italiano. Infatti, conosco persone che lavorano lì sin dagli anni '60. E mi è stato raccontato che allora la società torinese periodicamente faceva fare degli stage agli studenti degli istituti tecnici. Ma erano stage veri, non come adesso: i ragazzi passavano la giornata con progettisti, operai alla catena di montaggio, ingegneri, saldatori, ecc., a seconda di quale istituto frequentavano. Al termine del periodo di stage, il tutor (anche se allora non si usava questo termine) faceva una sorta di rapporto al suo superiore sulle qualità dimostrate dal giovane. Se si dimostrava in gamba, appena finiva la scuola, il ragazzo spesso riceveva una telefonata della Fiat che lo invitava in sede per firmare un contratto di assunzione. Una abitudine che poi è andata via via scemando e che negli anni '80 era praticamente scomparsa. E chiaramente, con esso è scomparso anche progressivamente il reparto progettazione della Fiat: negli anni '70 di Fiat di successo ce n'erano tante: 500, 126, 127, 128, 131; nel 2000? Niente, solo le vecchie Punto e i restyling. E nel frattempo sono andate perse mille ocasioni. Un esempio banale, l'ABS. Oggi è una normalità quasi su tutte le auto, ed è noto che a metterlo sul mercato è stato la Bosch. Pochi sanno che la Fiat stava studiando un sistema simile, e che era in vantaggio, tecnologicamente, sui tedeschi. Ma poi smisero di studiare quel sistema, ridussero gli investimenti e quindi si fecero superare dai rivali. Oggi se si va a vedere i reparti "ricerche e sviluppo" delle società italiane, di solito non si trova neanche il reparto. Laddove c'è ancora, ci sono scarsissimi finanziamenti, sempre in attesa di soldi pubblici.
Bene, allora che posso dire? COntinuiamo così, facciamoci del male. Continuiamo a parlare, come fa il governo e come fanno gli "economisti" di peso, di tagliare gli stipendi ai lavoratori (loro dicono "costo del lavoro" o "cuneo fiscale", ma una azienda non paga nessuna tassa per i lavoratori; semplicemente paga lei i soldi che dovrebbe dare allo Stato o all'Inps il lavoratore. Quindi ridurre il costo del lavoro o ridurre il cuneo fiscale, significa ridurre gli stipendi dei lavoratori) per permettere alle aziende di avere più soldi a disposizione. E così vedremo come anche Finmeccanica, dopo l'Ansaldo (in vendita da tempo), comincerà a vendere il settore della progettazione bellica; l'Enel magari verrà comprata dalla sua omologa tedesca o inglese e così via. E gli italiani, come tanti imbecilli, ancora a dare la colpa all'euro o a Prodi o magari a Mussolini...

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di Antonio Rispoli
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