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La Brexit non c'è, ma la Gran Bretagna ha perso 1000 miliardi di euro


La Brexit non c'è, ma la Gran Bretagna ha perso 1000 miliardi di euro
09/01/2019, 15:55

A Londra è iniziata in Parlamento la discussione sull'accordo che il governo britannico ha raggiunto con l'Unione Europea per la Brexit. E' una discussione che continuerà fino a venerdì e poi lunedì prossimo ci sarà il voto: o il Parlamento accetta l'accordo oppure ci sarà il tanto temuto "No deal", cioè l'uscita della Gran Bretagna sarà senza alcun accordo. Con tutto il caos che ne deriverà. 

L'approvazione è tutt'altro che scontata. Nonostante la premier Theresa May abbia puntato tutto sul mettere alle corde sia l'opposizione che i "ribelli" della maggioranza, non è escluso che costoro decidano per il No deal, piuttosto che un accordo da molti criticato. Infatti, c'è la data limite del 29 marzo, entro cui la Gran Bretagna uscirà dalla Ue a tutti gli effetti. Se il Parlamento dovesse votare no, non ci sarà il tempo di fare un altro accordo e di votarlo. Quindi è per tutti un "o la va o la spacca": lo è per la May, ma anche per il Parlamento e per l'intero Paese. E attualmente ci sono tre posizioni diverse in Parlamento: c'è la May con la maggioranza dei conservatori che è favorevole; c'è l'opposizione di sinistra che non vuole nessuna Brexit; e c'è una minoranza dei conservatori che invece vuole il No deal, in base allo slogan "meglio nessun accordo che un cattivo accordo". Come si vede quindi c'è una maggioranza trasversale contraria all'accordo. E l'unica speranza della May è riuscire a trovare un gruppo di parlamentari che accetti di votare a favore per evitare il caos della mancanza di accordi. 

Il problema è che questa situazione di incertezza, le aziende non sanno che cosa fare. Per cui si stanno premunendo, trasferendo le proprie sedi in Europa. Banche ed istituti finanziari ed assicurativi si stanno trasferendo per lo più in Germania. Questo perchè finora Londra è stato il centro finanziario dell'Europa; ma con la Gran Bretagna fuori dall'Unione Europea, tale ruolo probabilmente toccherà a Francoforte. Lo stesso per le aziende, che non vogliono perdere i benefici del libero mercato. E che si stanno preparando ad un trasferimento sul continente, per lo più in Olanda o in Francia. In totale un istituto di ricerca economica inglese ha valutato in 800 miliardi di sterline (circa 1000 miliardi di euro) la ricchezza che si prepara a lasciare la Gran Bretagna dopo il 29 marzo. E questo dato si combina perfettamente con l'allarme che ha lanciato un mese fa la Bank of England, in un suo rapporto con la Brexit, dove temeva un dimezzamento dei livelli occupazionali in caso di No deal. Anche se aziende e banche lasciassero uffici su territorio britannico, quante persone sarebbero licenziate con la chiusura delle sedi? Facciamo solo un caso: un articolo di un quotidiano inglese che parlava del trasferimento probabile dei Lloyd's di Londra, riferiva che negli uffici londinesi ci sono 3300 persone circa. Di queste almeno 3000 verrebbero licenziate e verrebbero assunte 3000 persone nel luogo dove verrebbe trasferita la sede. Parliamo quindi del 90%. Certo, ci sarà quella che rinuncerà "solo" al 70% del personale o del 50%. Ma comunque sono percentuali enormi. 

E non è questo l'unico problema della Brexit. C'è poi il problema dei dazi. La Gran Bretagna adesso non paga nulla sui prodotti che acquista o che vende nell'Unione Europea. Ma se esce dalla Ue, si dovranno applicare le regole internazionali del WTO. E questo significa un aumento dei prezzi dei prodotti importati e una maggiore difficoltà ad esportare. Una combinazione che economicamente rischia di fare molto male alla Gran Bretagna: entrambe le misure provocano una riduzione del Pil. E unite all'aumento della disoccupazione, rischiano di provocare una vera e propria crisi economica del Paese, di livello mai visto prima. Anche qui, rischia di avverarsi l'allarme della Bnak of England che ha parlato della "più grave crisi economica dal 1945". E stiamo parlando della Seconda Guerra Mondiale, non di bruscolini. Paragonare la Brexit alla Seconda Guerra Mondiale dà la misura dlela preoccupazione che c'è tra gli esperti. 

E ricordiamoci che i primi effetti già si sono visti in questi anni, senza che la Brexit sia iniziata. Infatti, dal punto di vista giuridico, la Gran Bretagna oggi è nella stessa situazione del 2016, anno del referendum. Ma economicamente, ha già pagato tantissimo. Basta un solo dato per capire. Se si vanno a guardare le previsioni fatte a gennaio 2016, per la Gran Bretagna nel triennio successivo era prevista una crescita del 3% all'anno, circa (se qualcuno vuole fare il precisino, parliamo del 2,9% nel 2016 e nel 2017 e del 3,2% nel 2018). Dopo il referendum l'economia britannica ha cominciato a balbettare ed è cresciuta del 2,1% nel 2016, dell'1,9% nel 2017 e per quest'anno è prevista una crescita dell'1,6% (anche se dopo i dati del terzo trimestre si è scesi verso l'1,5%). Come si vede, significa che la Gran Bretagna ha perso più del 3% del Pil in tre anni. E nel 2019 è previsto un ulteriore calo del Pil, nell'ipotesi che si raggiunga un accordo. E se non si raggiungesse? Non vorrei stare nei panni di un inglese. 

Perchè c'è un dato di cui non si parla mai perchè non calcolabile: la paura. Come reagiranno i cittadini britannici se ci sarà il crollo economico che alcuni temono? Resteranno nelle loro case tranquilli? Oppure reagiranno riducendo i consumi e quindi aggravando senza volerlo il calo del Pil? Non bisogna dimenticare che la crisi del 1929 (tanto per fare un esempio) non fu tanto grave di per sè: il crollo azionario di Wall Street, per quanto terribile, non bastava a creare danni ingenti. Quello che scatenò il peggio fu proprio la paura provocata dal crollo di Wall Street: le banche, per paura cominciarono a ritirare i prestiti concessi, mandando in rovina milioni di aziende. Il rischio che una cosa del genere succeda anche in Gran Bretagna è elevato. 

C'è una soluzione? Non ne vedo. Purtroppo la Brexit è stato un errore sin dall'inizio: il referendum venne creato perchè l'allora premier conservatore David Cameron era convinto di perderlo ma voleva usarlo per mettere a tacere i dissensi interni al suo partito. Ma è difficile perdere un referendum, se fai propaganda - per quanto debole - per vincerlo. E infatti l'hanno vinto. Col risultato di non essere in grado di gestirlo. Per questo Cameron subito dopo il referendum se l'è svignata (termine poco inglese, ma molto concreto) lasciano alla May i problemi. Problemi che la May ha ritenuto di poter risolvere, ma subito si è trovata in una situazione insostenibile: ha cominciato ad avanzare pretese senza avere nulla da poter concedere, dato che il 40% del suo partito era contro qualsiasi concessione. Quindi, se avesse concesso qualcosa, avrebbe perso la leadership nel partito e il posto da premier. L'Unione Europea - per motivi che esaminerò un'altra volta - ha concesso molto più di quello che ci si aspettasse, ma ad un certo punto si è dovuta fermare. Ma questo compromesso comunque non basta. 

Il problema grave è che prevale la hard Brexit (cioè senza nessun accordo) anche ora che è stato dimostrato che le promesse fatte durante la campagna referendaria erano delle enormi balle. Per esempio, era stato detto che con i 5 miliardi di sterline che la Gran Bretagna pagava all'Unione Europea si sarebbe potuto migliorare la sanità pubblica. E poi qualche mese dopo il referendum si è scoperto che forse il governo poteva mettere 3-4 milioni di sterline su quel capitolo. E oggi si sa che non potrà mettere proprio niente, dato che la Gran Bretagna dovrà continuare a mantenere i suoi impegni economici con l'Unione Europea ancora per decenni. Allora, cosa ci hanno guadagnato i cittadini britannici ad uscire dalla Ue? Nulla. Solo un premio per coloro che cianciano di "mantenere la sovranità nazionale", senza capire di cosa si parla. 

Apriamo una parentesi su questo. Il concetto di sovranità nazionale lo si applica quando uno Stato è indipendente dagli altri e può decidere se collaborare o meno con ciascuno degli altri Paesi del mondo. Ma qualcuno veramente crede che questo oggi sia possibile? Prendiamo l'Italia. Ammettiamo di uscire dalla Ue e supponiamo che i sovranisti abbiano ragione sul fatto che non ci saranno ripercussioni sulla moneta (presupposto falso, ma necessario per il discorso che sto facendo). Noi comunque dipendiamo dall'estero per tutto. Dobbiamo comprare il petrolio per avere il carburante per auto, pullman e aerei; dobbiamo comprare il gas per riscaldarci e produrre elettricità; dobbiamo comprare cobalto e terre rare per poter costruire cellulari e computer; dobbiamo comprare l'acciaio, l'alluminio e quasi tutti gli altri metalli per le nostre industrie. Dobbiamo persino comprare il cibo, dato che quello che produciamo non basta a soddisfare i bisogni di 60 milioni di persone. E questa è sovranità? Noi abbiamo bisogno assolutamente di tutte queste cose. Se - parlando per assurdo - i Paesi produttori rifiutassero di venderceli, qualcuno pensa di poterli sostituire con il legno o le rocce o la sabbia delle spiagge? Il fatto è che oggi la sovranità nazionale non esiste. Non ce l'hanno neanche gli Usa, la cui moneta è sottoposta a volte ad attacchi speculativi (senza esagerare, per evitare che scatti la legge antiterrorismo che paragona gli attacchi all'economia Usa ad attacchi terroristici. Nessun miliardario vuole visitare Guantanamo dalla parte sbagliata); come si pretende che la possa avere una cacatella di mosca - parlando a livello mondiale - come l'Italia? 

Ora per la Gran Bretagna l'unica strada è limitare i danni. Mettiamola così: è come una persona che è stata colpita da un colpo di pistola. Il buco c'è, non lo puoi cancellare. Puoi solo medicarti alla bell'e meglio ed aspettare che le ferite guariscano. E nel frattempo sentire dolore. Fuori di metafora, la Gran Bretagna dovrebbe fare retromarcia, approfittando della sentenza della Corte Europea che dice che è una opzione praticabile. Certo, sarà un colpo alla reputazione britannica e dubito che gli altri Paesi europei in qualche maniera non gliela faranno pagare; ma è la conseguenza minore. Almeno rispetto a quello che succederà se saranno così stolidi da andare avanti senza preoccuparsi di nulla

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di Antonio Rispoli
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