Editoriali / L'opinione

Commenta Stampa

La crisi argentina: un problema di cui non si parla


La crisi argentina: un problema di cui non si parla
02/09/2019, 15:56

E' un qualcosa su cui si parla raramente, anche sui giornali economici è difficile trovare più di un trafiletto. Eppure la crisi dell'Argentina non è poca roba. Soprattutto per quelle che sono le cause e l'andamento della crisi, che possono fungere da esempio (ovviamente da non seguire) per tutti gli altri Paesi. 

Probabilmente tutti ricorderanno la crisi economica che colpì il Paese negli anni '90, con la gente affamata che sfondava le saracinesche dei supermercati per rubare il cibo, nonostante le repressioni della Polizia. E il governo che fuggì dalla Casa Rosada (sede del governo argentino) in elicottero per non rischiare il linciaggio da parte della folla che circondava l'edificio. Bene, questo fu causato dalle politiche dei presidenti Menem e de la Rua, basate su privatizzazioni, liberalizzazione e soprattutto sulla funesta decisione di ancorare il valore del peso argentino a quello del dollaro. Decisione funesta perchè era impossibile mantenerlo a lungo, dato che l'economia argentina non era quella statunitense. Ma quello era il volere degli Usa e i presidenti argentini si piegarono. Le privatizzazioni servirono proprio a creare una piccola riserva di valuta forte per cercare di mantenere il valore della valuta argentina. 

Il fallimento delle politiche neoliberiste creò una profonda recessione e portò il Paese al default, dato che il nuovo governo dichiarò la propria incapacità di pagare il debito. Nel 2003 venne eletto presidente Nestor Kirchner che immediatamente impose una politica esattamente opposta. Per prima cosa vennero nazionalizzate molte imprese precedentemente privatizzate, a cominciare da quella del petrolio (l'Argentina è un piccolo produttore di greggio, quello che estrae non basta neanche ai consumi nazionali). Ma vennero privatizzate anche società che si rivolgevano al grande pubblico, come per esempio le pay tv che trasmettevano le partite di calcio. Oltre a questo, l'Argentina approfittò del buon momento della soia (che aumentò di prezzo sui mercati internazionali in maniera notevole) per coltivare a soia ettari ed ettari di terreno. Queste misure dettero una spinta all'economia, cosa che permise a Kirchner di investire le maggiori risorse nel welfare, alzando gli stipendi e offrendo maggiori servizi pubblici. 

Nel 2007 Nestor lasciò il posto alla moglie Cristina, dato che era già gravemente malato. La Kirchner continuò la politica del marito, ottenendo buoni risultati, anche se non riuscì a sconfiggere l'inflazione dovuta allo scarso valore sui merctai del peso argentino e quindi alla necessità di procurarsi sempre valuta forte per le trnasazioni internazionali. Dopo il successo elettorale ottenuto anche nel 2011, la Kirchner non ha potuto presentarsi nel 2015. Per conto del suo partito si è presentato Daniel Scioli. Che però è stato sconfittò dal suo avversario, Mauricio Macrì, che ha vinto promettendo sviluppo economico e aumento dell'occupazione. E Macrì ha impostato una politica neoliberista, la stessa impostata da Menem negli anni '90. Con gli stessi risultati. Come diceva Einstein? "E' follia fare la stessa cosa, aspettandosi risultati diversi". E così è stato per l'Argentina, perchè negli ultimi tre anni grazie alle politiche di Macrì la povertà nel Paese è aumentata, l'occupazione è diminuita, l'inflazione è aumentata e il Tesoro ha avuto difficoltà a far fronte al pagamento dei titoli di Stato. Tanto che ha chiesto un prestito al Fondo Monetario Internazionale di 55 miliardi,  per cercare di tamponare la situazione. 

Questa è la parte "storica", diciamo così. Ma qual è l'insegnamento? Semplice: che il liberismo è la distruzione del Paese. E non importa che venga mascherato con parole o con leggi di scarso impatto sulla parte più povera della popolazione. E l'Italia di liberismo (o neoliberismo o come lo volete chiamare) ne ha avuto fin troppo. Prima il governo Berlusconi tra il 2001 e il 2006, poi tra il 2008 e il 2011, poi il governo Monti tra il 2011 e il 2013, poi i governi a guida Pd tra il 2013 e il 2018 e adesso questo governo Lega-M5S. Tutti governi che hanno adottato una politica di sostegno intenso alle aziende; sostegno ovviamente ottenuto mediante la tassazione dei lavoratori dipendenti. Oggi noi abbiamo che le partite IVA (quindi tutti, partendo dal libero professionista e dall'artigiano, passando per il negoziante e arrivando ai proprietari di piccole, medie e grandi imprese) pagano 70-80 miliardi di euro di tasse l'anno e ricevono oltre 150 miliardi l'anno. Significa che lo Stato restituisce agli imprenditori tutto quello che loro pagano di tasse e ci aggiungono 3000 euro l'anno presi dalle tasche di ciascun lavoratore. Certo, l'Italia è partita da un livello economico più alto rispetto a quello dell'Argentina, e quindi i danni si avvertono di meno. Ricordiamoci che mentre gli argentini sfondavano le saracinesche dei supermercati, noi eravamo chiamati "the BOT people" per la quantità di soldi investiti in titoli di Stato. E questo ci salva. 

Ma per quanto tempo? Sono 20 anni che le politiche sbagliate dei vari governi italiani riducono il potere di acquisto dei salari. Già ai tempi del secondo governo Berlusconi si parlava di famiglie che non arrivavano alla quarta settimana; durante l'ultimo governo Berlusconi si parlava di famiglie che non arrivavano alla terza settimana. E da allora ci sono stati solo provvedimenti che hanno ridotto il potere di acquisto dei salari: decreto Poletti, Jobs Act, decreto dignità. Insomma, stiamo facendo le stesse politiche di Macrì, solo diluite in tempi più lunghi. E il risultato è che stiamo distruggendo economicamente l'Italia come Macrì ha distrutto l'Argentina. 

La soluzione è adottare le stesse politiche della Kirchner. Non abbiamo bisogno di nazionalizzare nulla, ma di sostenere i salari e il welfare. Il problema è che alcune delle misure che possono essere prese, sono state rovinate o vengono rovinate dalla propaganda politica. Per esempio il reddito di cittadinanza. Un vero reddito di cittadinanza, fatto come si deve, sarebbe utile come sostegno economico alle fasce più povere della popolazione. Ma il Movimento 5 Stelle ha usato questo nome per una misura inutile e inefficace, con cui vengono dati una manciata di spiccioli a chi ha bisogno di somme più consistenti. Danneggiando quindi la misura stessa: se domani un altro vorrà riproporla in maniera valida, sarà facile opporgli che non serve a niente. Perchè abbiamo l'esempio. 

Alla discussione sull'Argentina, bisogna poi aggiungere una coda, che riguarda le ultime settimane. Infatti, da quando il partito del presidente Macrì ha perso una serie di elezioni locali, la valuta e i titoli dell'Argentina sono sotto attacco speculativo. Come mai? Perchè i mercati odiano le politiche sociali e attaccano qualunque partito o qualunque leader le prometta o le applichi. E quindi, essendo la politica di Macrì propedeutica ad una vittoria del partito di Cristina Kirchner, i mercati reagiscono negativamente. Ma attenzione: si tratta di una reazione preconcetta. Cioè gli operatori di mercato danno per scontato che solo le politiche neoliberiste favoriscano la crescita di un Paese (dovrei spiegare il perchè, ma mi ci vorrebbe un editoriale a parte. Quindi prendetelo per un dogma); ma se vedono che i parametri economici di un Paese migliorano anche senza l'applicazione del neoliberismo, gli attacchi speculativi diminuiscono fino a cessare. 

Questo significa che un governo che agisca per i poveri all'inizio verrà osteggiato dai mercati. Ma nel medio periodo, il miglioramento del Pil e l'aumento della domanda interna e dell'occupazione provocheranno tali miglioramenti da "costringere" i mercati a cambiare idea. Come si vede, la soluzione al problema è semplice. Basta solo trovare la persona capace di applicarla e la poppolazione disposta a votare quella persona. L'Argentina l'ha trovata. E l'Italia? 

Commenta Stampa
di Antonio Rispoli
Riproduzione riservata ©