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La Germania dimostra come l'euro non sia un problema


La Germania dimostra come l'euro non sia un problema
15/01/2014, 12:08

Ancora una volta mi trovo sommerso dai commenti di coloro che insistono nel dire che dobbiamo uscire dall'euro per uscire dalla crisi. Persone che non conoscono l'economia, che non hanno mai studiato e che si sono appassionati ad una teoria semplicemente perchè è un comodo capro espiatorio, che evita loro di chiedersi quali responsabilità abbiano in questa crisi. 
Eppure oggi arriva una notizia che dimostra come questo accusare l'euro è falso. Sono i dati della Germania che lo dicono. Non tanto il fatto che il Pil sia cresciuto meno del previsto (dello 0,4%, contro lo 0,5% previsto), quanto il fatto che ci sia una differenza notevole rispetto alle previsioni nell'export. Cosa che non deve stupire: Italia, Grecia, Spagna, Portogallo sono da sempre mercati primari per la Germania. Ed ora, con la crisi, si acquista ben poco, di nazionale o di importato. Ma il dato importante è che il Pil tedesco è rimasto positivo grazie all'aumento dei consumi interni. Cioè, usando termini semplici: sono le famiglie che hanno comprato più cose di quelle comprate l'anno scorso. Perchè hanno potuto farlo? Perchè in Germania i salari sono molto alti per coloro che stanno ai livelli più bassi e più bassi per quelli che stanno ai livelli più alti. Insomma, un operaio tedesco guadagna circa il doppio di un operaio italiano, mentre un manager tedesco guadagna meno di un manager italiano. Per questo la Germania (o altri Paesi come la Norvegia, la Danimarca, e così via) hanno attraversato la crisi senza problemi: la forte domanda interna ha tenuto grazie agli stipendi alti e al welfare robusto, cosa che a sua volta ha permesso alle persone - anche se licenziate - di non ridurre in maniera sensibile il proprio tenore di vita. E questo a sua volta ha consentito anche di tenere alta l'occupazione, mai così buona in Germania. 
Discorso completamente opposto in Italia. QUando nel 1996 il governo Prodi riuscì a farci entrare nell'euro, in cambio dovette cedere alle pressioni di Confindustria, di permettere loro di guadagnare di più a spese dei salari dei dipendenti. Da qui nascono le tante riforme pensionistiche fatte per colpire chi ha lavorato tutta una vita e senza mai toccare i privilegi; da qui nascono le leggi sul lavoro, come la legge Treu, la legge Biagi e la legge Fornero. Tutte leggi pensate per togliere soldi al ceto medio composto da chi lavora e da chi ha lavorato, per poi dare quei soldi agli imprenditori italiani, sotto forma di appalti (L'Aquila e La Maddalena sono due esempi illuminanti di come venivano e vengono dati gli appalti) o sotto forma di contributi elargiti agli imprenditori a vario titolo. Contemporaneamente sono state ridotte tutte le forme di welfare: basta ricordare che solo tra il 2008 e il 2010 sono stati tolti alla scuola 8 miliardi e licenziate decine di migliaia di dipendenti. Ma anche per la sanità, sono stati fatti tagli molto pesanti. Inoltre la precarizzazione imposta nel mondo del lavoro ha fatto aumentare a dismisura la disoccupazione (i dati ufficiali parlano di 3 milioni di disoccupati, pari al 12,7%; ma in realtà ci sono 8 milioni di persone che vorrebbero lavorare e non possono o che sono sottopagate, pari a circa un terzo dell'intera forza lavoro disponibile) e ridotto i salari. In fondo questo è un discorso vecchio: se la disoccupazione è alta, la minaccia "ti licenzio" è molto più forte, dato che non sai se poi puoi trovare altro. E quindi, anche quando la minaccia è: "Accetta una riduzione di salario (rigorosamente in nero, è ovvio; così l'imprenditore puà evadere di più) oppure ti licenzio", viene subita in silenzio. Dopo tutto, per chi ha un contratto da 1500 euro netti al mese, meglio prenderne 900 veri e lavorare che andare a casa e non prendere niente. 
Ma il problema è che così non aumentano i consumi interni. Cioè con gli stipendi bassi la gente non va a comprare nulla, se non l'indispensabile. A poco a poco sono stati cancellati anche acquisti che negli ultimi 20 anni fa sono stati indispensabili: vestiti, scarpe, cellulari, ecc. Ed è questa la crisi economica che stiamo vivendo: niente acquisti, i negozi chiudono e licenziano; quindi anche i fornitori fanno meno affari e licenziano, riducendo il loro giro di affari; quindi anche i fabbricanti producono di meno, perchè non vendono, e licenziano la manodopera in eccesso. Tutta questa disoccupazione riduce ulteriormente gli acquisti, facendo chiudere altri negozi ed incrementando il circolo negativo. Un circolo negativo che potrebbe essere invertito nella maniera più semplice: basta intervenire sui salari. Aumentandoli e riducendo la precarietà sul posto di lavoro - insomma, puntando ad imitare la situazione esistente in Germania - si aumenterebbe la domanda interna, la gente tornerebbe a comprare, i negozi riaprirebbero aumentando l'occupazione e rovesciando la spirale creata negli ultimi anni. 
Immagino a questo punto l'obiezione: ma se aumentiamo gli stipendi, aumentano i costi, e quindi le aziende esportano di meno perchè i prodotti italiani sono meno competitivi. Ma è una obiezione che si smonta facilmente con un dato e una osservazione. Il dato è quello tedesco: esporta merci per oltre 70 miliardi di euro l'anno, pur avendo stipendi molto più alti di quelli italiani. Quindi, è evidente che il salario non conta molto. L'osservazione è quella sul cosa si esporta. Perchè è qui la differenza tra Italia e Germania. L'Italia esporta le stesse cose di 20 anni fa: vestiario, scarpe, alimentari, autovetture economiche. Tutte cose dove la componente principale del prezzo la fanno i salari, dato che il materiale conta poco. Invece la Germania no, ha aggiornato le sue esportazioni, puntando sui prodotti ad alta tecnologia. Anche altri prodotti, come le autovetture, puntano su un insieme di pezzi ad alta tecnologia. Certo, il prezzo si alza di conseguenza, ma a fronte dell'alta qualità, si trovano facilmente mercati aperti. Il problema è trovare mercati aperti per i prodotti di bassa qualità, come quelli italiani: cinesi e indiani possono produrre gli stessi beni con salari che sono un quinto ed anche meno di quelli che paghiamo in Italia. Quindi non si può competere sul fronte dei bassi salari, come facevamo negli anni '90; a meno di non stabilire anche in Italia salari di 2-300 euro al mese per 100 ore di lavoro settimanali, come in Cina. 
ALla fine di questa esposizione qualcuno potrebbe chiedere: sì, ma l'euro? Che c'entra con tutto questo? Appunto, non c'entra nulla. I problemi sono di quei Paesi, come l'Italia, che sono marci all'interno. Non dei Paesi che hanno creato una economia forte e una classe imprenditoriale valida, come la Germania.  

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di Antonio Rispoli
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