Editoriali / L'opinione

Commenta Stampa

La manovra di bilancio: sempre più un rebus irrisolvibile


La manovra di bilancio: sempre più un rebus irrisolvibile
10/12/2018, 15:58

Venerdì scorso è stata approvata alla Camera dei Deputati la manovra di bilancio, con il solito voto di fiducia. Ma contrariamente a quello che succedeva gli altri anni, questa volta in un certo senso non è stato approvato nulla. 

Cioè non è una novità che una legge cambi, passando tra Camera e Senato. E' successo con centiana di leggi, e con tutti i goverbni. E la manovra di bilancio (o legge finanziaria o legge di bilancio) non fa certo eccezione. Ma questa è probabilmente la prima volta che una legge viene approvata alla Camera senza che si sappia quali parti della legge verranno mantenute al Senato. In pratica ad oggi, a 21 giorni dal termine massimo per l'approvazione della legge (che non può essere approvata oltre il 31 dicembre, altrimenti per l'Italia ci sarà l'esercizio provvisorio) ancora nessuno nè al governo nè al Parlamento può dare garanzie su cosa ci sarà nella legge e cosa non ci sarà. E non è una questione solo della Unione Europea, perchè in realtà si va oltre.

Pochi hanno sottolineato il fatto che il governo ha cominciato a fare marcia indietro con la Ue quando hanno visto lo spread stabilmente a quota 320. Segno che quota 320 è eccessivo per il sistema economico e bancario italiano, e se ne sono accorti. E hanno cominciato ad agire per farlo abbassare con una sostanziale retromarcia: deficit non più al 2,4% ma al 2%, meno risorse per "quota 100" e per il reddito di cittadinanza, ecc. Ovviamente, per motivi di immagine rispetto al loro elettorato, sia Lega che M5S continuano a fare la voce grossa, a dire che loro sono "il governo del cambiamento", che le misure sono state decise e verranno approvate, sorvolando sulle condizioni che hanno di fatto accettato, Per cui Salvini dice che "non stamo ad impiccarci per qualche decimale", senza dire che ogni 0,1% in più o in meno di deficit sono circa 2 miliardi. E Di Maio che "mese prima o mese dopo, l'importante che il reddito di cittadinanza parta", incurante del fatto che rischia di lasciare oltre un milione di persone senza REI per alcuni mesi. 

Ma quanto contano le dichiarazioni? Io sono sempre stato dell'idea che a credere ai politici, a qualsiasi partito o schieramento appartengano, si fa la figura dei cretini. Io preferisco valutare i fatti. E i fatti aprono prospettive pessime, per il prossimo futuro. Perchè, anche se il governo dovesse accettare tutte le richieste della Ue, non è detto che questa manovra di bilancio alla fine sarà affidabile. Perchè c'è un dato che preoccupa. Nella manovra di bilancio è prevista una crescita del Pil dell'1,5% nel 2019. Sulla base degli studi dei principali centri di studio economici, resi noti fino a settembre (e su cui la manovra di bilancio si dovrebbe basare), la crescita del Pil italiano nel 2019 dovrebbe attestarsi tra l'1 e l'1,2%. Ma tra ottobre e novembre ci sono stati i report di due agenzie di rating e quello della Citibank (una delle più grandi banche d'affari statunitensi) che hanno previsto una crescita del Pil italiano intorno allo 0,5%. Il calo nelle previsioni è dovuto al dato del Pil italiano nel terzo trimestre, pari al -0,1% (mentre si attendeva un +0,4% questa estate). 

Ma che significa un calo del Pil? Sui giornali ho letto solo il fatto che influirebbe sul calcolo del deficit e del debito pubblico: se il Pil non cresce, a parità di deficit o di debito in valore assoluto, il rapporto col Pil sale. Tutto vero, per carità. Ma non c'è solo questo. Quando si fa una manovra di bilancio, il Pil viene collegato - secondo precise tabelle - alle entrate fiscali. Il concetto è che se aumenta il Pil, vuol dire che è aumentata la produzione di beni e servizi. E questo significa un aumento dell'Iva versata nelle casse dello Stato e dell'Irpef dei proprietari delle aziende. E magari, se si supera un certo livello di aumento del Pil, si ha un aumento dell'occupazione e quindi un aumento delle persone che versano l'Irpef allo Stato. E questa previsione di maggiori entrate diventa la copertura di maggiori spese. Cioè si fa un calcolo di questo genere: se il Pil aumento dell'1,5%, le entrate aumentano di 7,5 miliardi e con questi soldi copriamo questa, questa e questa spesa. Questo c'è scritto nella manovra di bilancio. Ma se l'aumento è dell'1%, le entrate aumentano solo di 5 miliardi e quindi ci sono 2,5 miliardi di spese non coperte. Ma se il Pil cresce solo dello 0,5%, l'aumento delle entrate sarà di 2,5 miliardi e quindi le spese non coperte sono di 5 miliardi. Le cifre sono a caso, ma è per capirci. 

Quindi, se sommiamo il discorso del Pil come denominatore del rapporto col deficit e del debito pubblico con le mancate entrate, noi rischiamo di avere un deficit fuori controllo. E se il deficit è fuori controllo, il debito pubblico sale di conseguenza. Inoltre, secondo gli economisti, una crescita inferiore al 2% impedisce un aumento dell'occupazione. Certo, non è un dato rigido (si può avere crescita dell'occupazione anche con qualche decimale in meno), ma una crescita dello 0,5% rischia di costare posti di lavoro, con un aumento della disoccupazione. Soprattutto in un Paese come il nostro, dove i salari sono da fame, quando (e non è un caso così frequente) vengono pagati regolarmente. 

Perchè l'enorme problema di questa manovra di bilancio sta nel fatto che è pesantemente condizionata dalla campagna elettorale, sia quella che ha portato alla vittoria di M5S e Lega il 4 marzo scorso sia quella in corso per le elezioni europee del maggio prossimo. Quindi Lega e Movimento 5 Stelle devono attenersi, almeno un minimo, alle promesse elettorali: taglio delle tasse e soldi agli strati più poveri della popolazione. E di conseguenza non possono aumentare le tasse. Almeno non molto. Nè d'altra parte possono tagliare le spese, dato che hanno promesso di dare più soldi a tutti. Per questo hanno puntato tutto sul deficit. Ma in un Paese come il nostro, dove il debito pubblico è il 130% del Pil, aumentare il deficit è un suicidio. Perchè le due cose sono collegate: se aumenta il deficit, aumenta il debito pubblico. In fondo, il debito pubblico non è altro - per dirla in maniera molto esemplificata - che la somma di tutti i deficit fatti dall'Italia dal 1945 ad oggi. Se smettiamo di fare deficit, il debito pubblico si ferma o addirittura si riduce. 

E in Italia smettere di fare deficit è facilissimo, in teoria. Basta ricordare che il deficit al 2% significa che bisogna recuperare 35 miliardi. E 35 miliardi sono meno del 15% di quello che non viene pagato di tasse dagli evasori fiscali. Quindi basta prendere per il collo gli evasori fiscali, dargli una robusta scrollata e raccogliere i soldi che cadranno (metaforicamente) dalla tasca. Fuor di metafora, è necessario fare delle leggi che puniscano gli evasori fiscali col carcere (ma quello vero, non i servizi sociali come è successo con Berlusconi che ha frodato il fisco per 376 milioni di euro) e con multe pesantissime, di quelle che svuotano il portafogli. Così escono fuori facilmente i 35 miliardi. E magari anche di più. Come si vede, la soluzione non è così complicata. Ma questa è una norma che non verrà mai fatta, perchè sono gli imprenditori che verrebbero colpiti dalla legge. Gli stessi imprenditori che poi usano i soldi per finanziare i partiti. E chiaramente nessun partito ci tiene a perdere i propri finanziatori. 

E quindi continuiamo a fare deficit su deficit e ad ascoltare i politici che promettono che "il Pil crescerà". E a vedere leggi che promettono di creare lavoro ma si limitano a regalare soldi a chi di soldi ne ha già in abbondanza, cioè gli imprenditori. Col risultato di aumentare falsamente l'occupazione e quindi l'evasione fiscale. Come ha fatto il Jobs Act e le leggi collegate ad esso.

Commenta Stampa
di Antonio Rispoli
Riproduzione riservata ©