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La Palestina membro dell'Onu? Doveroso ma occhio ad Israele...


La divisione tra palestinesi (in verde) e israeliani (in bianco) negli ultimi 65 anni
La divisione tra palestinesi (in verde) e israeliani (in bianco) negli ultimi 65 anni
29/11/2012, 17:11

Come è noto, in giornata all'Onu l'Assemble aGenerale dovrebbe votare per aggiungere un 194esimo Stato, la Palestina. Nel momento  in cui scrivo questo pezzo, il voto non è ancora avvenuto, ma nelle previsioni della vigilia, dovrebbero essere ben pochi i Paesi che si opporrebero. Praticamente tutti i Paesi asiatici dovrebbero votare a favore; idem per quelli africani, del Sud America e quelli a prevalenza di popolazione musulmana. Alla fine i no forse saranno un 25-30% del totale; e probabilmente anche di meno dato che molti alleati storici di Israele hanno deciso di astenersi. D'altronde in molti Paesi c'è una corrente di simpatia, che spira verso i palestinesi. 
Tuttavia ci sono due grossi problemi per la Palestina; problemi che questo riconoscimento potrebbe incrementare. Il primo è la forma territoriale. Basta guardare una mappa attuale per vedere che manca l'unità territoriale: i palestinesi sono impriogionati in una serie di ghetti (uno è Gaza, dove abitano 1,5 milioni di persone; poi ci sono gli insediamenti in Cisgiordania) che distano tra di loro anche centinaia di chilometri. Li ho chiamati "ghetti" e non è un caso. Come durante il nazismo le SS rinchiudevano gli ebrei in quartieri i cui ingressi veniovano poi sbarrati o comunque controllati dai soldati, lo stesso accade oggi ai palestinesi. Infatti gli israeliani hanno di fatto rinchiuso tutte le zone abitate dai palestinesi con muri e filo spinato (non solo il famoso "muro di difesa", ma anche la continua costruzione di insediamenti illegali a ridosso delle abitazioni palestiensi, ognuno dei quali insediamenti è protetto con muri, terrapieni e filo spinato, di solito nello spazio coltivabile dai palestinesi), e da lì non si può uscire, senza sottoporsi a snervanti e umilianti controlli ai check point israeliani. Naturalmente quando sono aperti, cosa che non sempre accade, dato che sono ghestiti unilateralmente dai militari di Tel Aviv. Insomma, è come se uno, per spostarsi da Roma ad Ostia, dovesse attraversare due, tre, o più punti di controllo, dove bisogna fare lunghissime file (i soldati israeliani non sono certo noti per fare il loro lavoro con diligenza, ma lo fanno tra una chiacchierata e una risata col commilitone) sotto il sole a 40 gradi e poi sottoporsi ad umilianti spogliarelli e perquisizioni interne. 
E' chiaro che questa situazione non è sostenibile nel lungo periodo. E qui veniamo al secondo punto. Che è stato posto in ballo, quasi paradossalmente, dalla Gran Bretagna. La quale ha chiesto una modifica (poi rigettata) affinchè l'ammissione della Palestina venisse condizionata all'impegno dell'Anp a non rivolgersi al Tribunale Internazionale. Come mai questa richiesta? Semplice: perchè Israele sta lentamente ma in esorabilmente rubando la terra ai palestinesi, ammassandoli in zone sempre più ristrette che poi vengono bombardati, come succede a Gaza. Inoltre dal 2007 l'intera popolazione di Gaza viene punita con un embargo che riguarda anche cibo, medicinali, cemento, energia elettrica e carburante. La loro colpa? La maggioranza di loro votò Hamas alle elezioni che si tennero allora. Per questo da allora gli attacchi sugli abitanti di Gaza si sono intensificati. Ed è evidente che, qualora la Palestina diventasse uno Stato riconosciuto dall'Onu, sia pure solo come osservatore, un attacco contro di essa sarebbe come un attacco contro l'Italia: Israele rischia sanzioni a ripetizione. E anche se gli Usa e la Gran Bretagna possono bloccare tutto ricorrendo al diritto di veto, ogni volta che ricorrono a questo sistema è una sconfitta diplomatica. A lungo andare, i due Paesi si troverebbero nella situazione di dover scegliere se difendere Israele o i propri cittadini. E a quel punto, sarebbe difficile scegliere il primo, dato che si rischiano pesanti conseguenze elettorali in casa. 
Tuttavia, questo genera un grosso rischio per i palestinesi: il governo israeliano può decidere, proprio per questo, l'abbandono del lento ma costante sterminio per una serie di violenti attacchi, per eliminare l'una dietro l'altra tutte le enclavi palestinesi. Teniamo presente che non è militarmente impossibile. L'operazione Piombo Fuso nel 2009 l'ha dimostrato: Israele uccise 1500 civili e ne ferì 5000 e gli unici soldati morti furono per "fuoco amico" (cioè i soldati israeliani che per errore si sparano addosso). E il recente attacco sferrato pochi giorni fa ha ucciso in una settimana quasi 150 persone, ferendone più di 1000. I problemi sono di due tipi: da una parte c'è quello economico. Anche se Israele ha una enorme produzione militare (in proporzione alla popolazione, è uno dei Paesi che spende di più al mondo per le armi), i continui bombardamenti richiedono spese notevoli. E sono soldi che vengono tolti alle necessità della popolazione; un quinto della quale non è affatto contenta degli attacchi ai civili di Gaza. Finchè sono una percentuale così bassa, il governo può anche fare spallucce; ma se questo 20% cominciasse a diventare il 30 o il 40%? E qui si inserisce il secondo problema, quello diplomatico. Che non è solo interno, ma anche e soprattutto esterno. 
Infatti, la propaganda politica pro-israeliana, che leggiamo su tutti i giornali e vediamo su tutte le Tv (dove la cronacca su Israele è bandita e c'è solo propaganda), dice che Israele è in pericolo, perchè è l'unico Paese non musulmano ed è l'unica democrazia della zona. Ora, tralasciamo il dettaglio che io non ho mai visto un Paese democratico importre l'apartheid tra i propri cittadini, a seconda della religione professata, come avviene in Israele. Ma il punto su cui si insiste è che Israele è in pericolo, rischia di essere attaccata dai "cattivisiimi" vicini di Egitto, Giordania, Libano. Se sferrano attacchi eccessivamente violenti, perdono questo falso ruolo di "vittime sacrificali", rischiando di inimicarsi troppi Paesi del mondo occidentale. E' questo il motivo per cui le azioni offensive poi ad un certo punto smettono: il governo israeliano tira la corda, ma non vuole spezzarla. 
Ma se Israele si sentisse pressata, potrebbe decidere per la prova di forza: fare una vera e propria strage, minacciando contemporaneamente i Paesi circostanti col suo arsenale nucleare (Israele è l'unico Paese con armi nucleari dell'area, a parte la Turchia e ha missili con i quali può colpire anche l'Italia). In questi casi i morti non sarebbero 1000 o 2000, ma centinaia di migliaia, in una azione militare che potrebbe chiudersi in non più di 2 mesi. E alla fine, la Palestina non esisterebbe più, perchè non esisterebbero più palestinesi. 

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di Antonio Rispoli
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