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La sovranità monetaria? L'Iran dimostra che è una bufala


La sovranità monetaria? L'Iran dimostra che è una bufala
05/10/2012, 18:13

In questi giorni c'è una notizia che sta passando, un po' sottotraccia, su molti giornali. SI legge che in Iran ci sono manifestazioni contro il governo, a causa della perdita di valore della moneta nazionale, il rial, sui mercati internazionali. Effettivamente nel corso dell'anno la moneta iraniana ha perso quasi il 50% del proprio valore. Inoltre sui mercati abbondano le voci che vogliono la Banca Centrale iraniana priva di riserve monetarie degne di questo nome. Riserve mecessarie per l'acquisto di materie prime, a cominciare dai prodotti provenienti dalla raffinazione del petrolio (benzina, gasolio, plastiche, ecc.). Infatti, pur essendo l'Iran uno dei principali produttori di petrolio al mondo, ha pochissime raffinerie, assolutamente insufficienti per il proprio fabbisogno. Per cui, se le voci fossero vere, per l'Iran ci sarebbero enormi problemi. 
Le voci ovviamente sono state abbondentemente smentite, le riserve in valuta estera - secondo quanto detto dai membri del governo - sono abbondanti e i recenti contratti con la Cina dovrebbero garantire un afflusso costante di denaro.
Ma che sia vero o no, non è di questo che voglio parlare. Bensì di un altro discorso: la sovranità monetaria. Negli ultimi mesi su Internet ci sono moltissimi siti e blog che dicono che la colpa della crisi è tutta nell'euro, perchè il fatto di avere una moneta emessa da una banca privata (e c'è molto da discutere di quanto sia privata la Bce) ci ha privato della sovranità monetaria. E senza di questa, c'è la crisi e il rischio default. L'unica soluzione - si continua - è uscire dall'euro e tornare alle valute nazionali. In questa maniera si imiterebbero Stati Uniti e Giappone che benche hanno dei debiti pubblici elevatissimi (gli Usa sono oltre il 100%, il Giappone oltre il 200%). Il principale sostenitore di questa teoria è l'economista Krugman, che in Italia è coadiuvato dal giornalista Paolo Barnard (che ha condensato la situazione nel libro dall'accattivante titolo "La più grande truffa"). 
Naturalmente, nessuno prende in considerazione la particolarissima situazione del Giappone, dove c'è un incrocio strettissimo (e quasi incestuoso, dal punto di vista economico) tra banche, industrie e governo, che formano praticamente un tutto unico, che non esiste in nessun'altra parte del mondo. Nè che provare a fare un attacco finanziario contro gli Usa o contro il dollaro verrebbe considerato alla stregua di un attacco terroristico; e ai vari emuli di George Soros nel mondo, l'idea di trovarsi con tutte le loro ricchezze e i loro beni sequestrati dal governo Usa e loro deportati a Guantanamo non è di quelle che entusiasmino. 
E l'Iran è l'ennesima dimostrazione di come Krugman e Barnard dicano solo menzogne. Infatti l'Iran ha esattamente quella che viene definita sovranità monetaria: una banca centrale di proprietà dello Stato, una moneta stampata in loco e non legata in meniera fissa ad un'altra moneta. Quindi, a sentire Krugman, non ha problemi di alcun tipo: gli basta agire sulla quantità di moneta stampata, ed ogni problema è risolto. Il problema è che la sopvranità monetaria non conta nulla. Una moneta, se è debole, perde valore rispetto alle altre monete. E la conseguenza è un aumento della inflazione; è la cosiddetta "inflazione importata". Cioè diminuisce il valore della moneta ed aumenta il prezzo dei beni importati. E quando i beni importati sono tanti, essi fanno schizzare verso l'alto i prezzi. 
E l'Italia importa praticamente tutte le materie prime, a differenza dell'Iran, che - oltre a vasti giacimenti di petrolio - ha miniere in diverse parti del Paese. Quindi, la svalutazione della lira, in caso di uscita dall'euro, farebbe aumentare i prezzi praticamente di tutto. Con una aggravante. L'Iran non dovrebbe avere un debito pubblico. Come nella stragrande maggioranza (o forse la totalità) del Paesi islamici, il prestito con interessi è vietato, in quanto contrario al Corano. E quindi è vietato anche pagare gli interessi sul debito pubblico. Ma l'Italia ha un debito pubblico di 2000 miliardi di euro e paga 80 miliardi di euro. Se uscisse dall'euro e cominciasse ad usare la lira, dovrebbe procurarsi immense quantità di valuta forte, per pagare gli interessi. E poi Bankitalia si troverebbe di fronte ad un bivio: emettere titoli di Stato in lire (o qualsiasi sia il nome della valuta italiana post-euro) ad un tasso di interesse del 50% o oltre, dato che si tratta di titoli di Stato di un Paese sovraindebitato e copn una moneta di scarsissimo valore; oppure continuare ad emetterli in euro, ma poi bisognerebbe spendere ingentissime quantità di denaro per comprare valuta forte per pagare gli interessi sul debito. E comunque gli interessi non sarebbero al 4% medio come è oggi. 
Immagino l'obiezione: "Ma chi te lo dice che la moneta sarà debole"? Una cosa che si chiama analisi storica. La lira è sempre stata una moneta debole. Sin da dopo la Seconda Guerra Mondiale è stata la cenerentola d'Europa, insieme alla dracma greca, alla peseta spagnola e all'escudo portoghese. E rispetto al 2002, anno in cui si passò all'euro, di certo i nostri paramenti economici non sono migliorati. Anzi, sono peggiorati: stipendio medio, Pil, debito pubblico e deficit... tutto è peggiorato. Anche dal punto di vista sociale e della fiducia internazionale. Quindi è inutile immaginarsi qualcosa di irrealistico. Meglio andare sul concreto ed ammettere semplicemente quello che è ovvio: le cose stanno così, Barnard e Krugman sono due contaballe (anche se il secondo ha preso il prem,io Nobel per l'economia, ampia dimostrazione di quanto siano incompetenti anche coloro che assegnano certi premi) e la sovranità monetaria è solo uno dei tanti schermi che vengono utilizzati per nascondere la realtà. Che è quella che la crisi è causata dallo squilibrio economico che c'è all'interno di quasi tutti i Paesi occidentali: troppi soldi in poche mani. Non si potrà uscire dalla crisi finchè non verranno imposte tasse serie a chi ha tanto e non si useranno quei soldi per aumentare i salari di chi lavora come operaio, impiegato o precario. O dei pensionati. 
Come si vede, la soluzione è semplicissima, ma inattuabile. Nessun partito politico rinuncia ai finanziamenti delle imprese solo per fare il proprio dovere di salvaguardare il Paese.  

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di Antonio Rispoli
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