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Legge di stabilità: la dimostrazione che 5 anni di crisi non hanno insegnato nulla


Legge di stabilità: la dimostrazione che 5 anni di crisi non hanno insegnato nulla
16/10/2013, 15:06

Il governo ha presentato la legge di stabilità per il 2013, quella che una volta si chiamava "legge finanziaria". 
I contenuti sono semplici: più tasse e più tagli lineari per oltre 11 miliardi (ammesso che le previsioni su condoni e vendita del patrimonio pubblico vengano rispettate), mentre come stimolo all'economia ci sono due misure cardine. La prima è quella di dare, a vario titolo, 5,6 miliardi alle aziende a vario titolo. La seconda è quella del taglio del cuneo fiscale.
Cominciamo ad esaminare nel dettaglio quest'ultima misura, che è quella di cui si parla più spesso. In cosa consiste? Se si chiede, ci si sente rispondere che è la differenza che paga l'azienda tra il loro e il netto dello stipendio del lavoratore. Cosa vera, ma nessuno fa notare che questo significa che si tratta dei soldi del lavoratore. E quindi, ridurre il cuneo fiscale per far pagare di meno le aziende, significa tagliare lo stipendio dei lavoratori. Se vogliamo tagliare il cuneo fiscale, bisogna che tutti i soldi vadano ai lavoratori. Ma anche in questo caso, l'effetto è nullo. L'ha dimostrato il governo Prodi, che tagliò il cuneo fiscale del 5%, ma senza dare alcun sollievo economico ai lavoratori (il 5% significa 10 o 20 euro in più al mese; e l'attuale somma stanziata consente un taglio pari a circa un terzo di quello effettuato da Prodi). 
Ma esattamente cosa si taglia? Il cuneo fiscale è formato sostanzialmente da tre voci: pensioni, Irpef e TFR. Esaminiamole una per una. La prima è l'accantonamento Inps per le pensioni: l'azienda paga per conto del lavoratore i soldi necessari alla creazione della fiutura pensione? Vogliamo ridurre questa voce, considerando che chi oggi ha 30 anni ed è così fortunato da lavorare, avrà una pensione pari a circa il 50-60% del suo stipendio? Cioè più o meno quando la pensione sociale? A quanto la vogliamo far scendere? 
La seconda voce è l'accantonamento per il TFR, cioè la liquidazione. Sono i soldi che l'azienda teoricamente dovrebbe mettere da parte ed investire in titoli di Stato, per garantire al lavoratore di poter ricevere la liquidazione nel momento in cui lascerà l'azienda. Questa è la teoria; ma la pratica è che l'azienda si tiene i soldi e li usa come meglio crede, creando una contabilizzazione fittizia. Per cui, se al lavoratore va bene, avrà la liquidazione; se l'azienda fallisce, il proprietario si è mangiato anche i suoi soldi e va alle Bahamas in vacanza anche con i suoi soldi. Anche qui: tagliamo la liquidazione dei lavoratori? Già con le ultime novità deve aspettare i 67 anni per ricevere la pensione (65 per richiederla e 2 anni per riceverla); vogliamo togliergli anche la liquidazione? 
La terza voce è l'Irpef, cioè le tasse sul reddito che l'impresa paga per conto del lavoratore. Questa è l'unica voce che potrebbe essere toccata. Ma anche qui, si tratta di un taglio che non agevola il lavoratore. A che serve tagliare l'Irpef se un precario che guadagna 500 o 600 euro al mese non ne ha alcun sollievo? E' lui che ha bisogno di un aiuto economico, ma il taglio del cuneo fiscale non gliene dà alcuno. Invece, un taglio all'Irpef conviene a chi guadagna tanto. Se io ho 1000 euro al mese, guadagno - per esempio - 10 euro da un taglio dell'Irpef; se guadagno 5000 euro, il taglio mi dà 100 euro in più; se guadagno 20 mila euro al mese, il taglio mi dà 1000 euro in più. Quindi si tratta di una misura che aiuta chi è più ricco. A che serve, se oggi la prima cosa che serve è aiutare i consumi? Se io guadagno 1000 euro al mese, 10 euro in più non mi cambia la vita; se ne guadagno 5000 o 20 mila, chissenefrega, vivo bene lo stesso. 
E' questo che serve per rilanciare l'economia? Assolutamente no. E' solo l'ennesimo regalo alle aziende, che intascheranno, magari ringrazieranno gentilmente con qualche contributo ai partiti, e si arricchiranno sempre di più. Invece l'economia continuerà ad andare allo sfacelo, dato che questi soldi che verranno regalati alle imprese da qualche parte dovranno essere presi, cioè dall'aumento delle tasse (la service tax ne sarà un esempio). Tasse che pesano ovviamente più sulle tasche dei lavoratori, costretti a pagare fino all'ultimo centesimo, che non su quelle degli imprenditori, che sono liberi di dichiarare quello che vogliono, sapendo che al massimo rischiano una multa pari ad una somma che è la centesima parte di quello che hanno evaso.
Purtroppo, quello che non si vuole capire (diciamo così per ora) è che se si vuole rilanciare l'economia per prima cosa bisogna aumentare i salari più bassi. Sono 25 anni circa che gli stipendi perdono potere di acquisto, cioè da quando è stata abolita la scala mobile. La dissennata voglia del governo Berlusconi di compiacere i commercianti al momento del cambio lira-euro e l'ideologia liberista di Tremonti che ha abolito il fiscal drag (la restituzione di una piccola parte delle tasse pagate l'anno prima) hanno aumentato la perdita di potere di acquisto dei salari. E le conseguenze sono evidenti: i consumi sono in calo costante e questo ha provocato una sostanziale stasi nella crescita del Pil. L'eccezione c'è stata solo alla fine degli anni '90, mentre agiva la legge sul prestito d'onore. Si tratta di una legge del governo Prodi: un prestito dello Stato fino a 60 milioni di lire, per creare una società, di cui il 60% a fondo perduto e il 40% da restituire in 5 anni ad un tasso intorno all'1%. Vennero approvate centinaia di migliaia di domande, gran parte delle quali diventarono società solide. E questo creò un aumento degli occupati e quindi delle persone che potevano spendere qualcosa in più. 
A questo si aggiunge un altro problema: l'aumento della precarizzazione del lavoro. Esiste una legge empirica che lega aumento della precarizzazione dei posti di lavoro e abbassamento dei salari; e l'Italia non ha fatto eccezioni. QUindi, finchè c'era il "pacchetto Treu", approvato con il governo Prodi per compensare gli imprenditori della mancata possibilità di speculare sull'Italia grazie alla svalutazione della lira (avevamo deciso di entrare nell'euro), poteva anche andare. Ma già la legge Biagi è stato un disastro; e la riforma Fornero, con l'abolizione di fatto dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori che vieta il licenziamento senza motivo, non ha fatto altro che peggiorare le cose. E così ora aumenta l'occupazione precaria e diminuisce quella con contratti a tempo indeterminato. Quindi, non solo c'è un salario sempre più basso, ma anche più insicurezza per il futuro. Due cose che tendono a bloccare i consumi. ALlora sommiamo: maggiore disoccupazione, maggiore precarizzazione, salari sempre più bassi, consumi ridottissimi... come si può sperare che le cose migliorino? E dare soldi alle aziende non serve. Anche se gli imprenditori italiani non fossero, in media, quei ladri che rubano 150 miliardi l'anno ai lavoratori, non pagando le tasse, come possono assumere nuovo personale, se non vendono nulla? Nè serve - dal punto di vista del Pil nazionale - assumere precari a 500 euro al mese. Il loro contributo ai consumi è talmente basso da risultare praticamente insignificante. A livello macroeconomico, serve più aumentare lo stipendio di 250 euro al mese a 2000 persone che lavorano a 1000 euro al mese a tempo indeterminato che non assumere 1000 disoccupati con un contratto precario a 500 euro al mese. Le somme in gioco sono le stesse, ma l'effetto sui consumi nel primo caso è notevolmente più alto che nel secondo. E in più il primo sistema, dopo un certo periodo di tempo, ha un effetto moltiplicatore per cui, oltre ad aumentare i consumi, aumenta anche l'occupazione. 
QUindi la strada è semplice: basta aumentare gli stipendi. E le risorse da dove si prendono? Ce li mettono gli imprenditori, ovviamente. Magari incentivati da qualche legge che metta in galera chi evade (per esempio aumentare la pena per il falso in bilancio da un massimo di 3 anni, come è adesso, ad una pena più congrua, compresa tra i 4 e i 20 anni di reclusione. Ed è qui il problema. Se si fa una legge che faccia pagare gli imprenditori, poi chi versa i soldi nelle casse dei partiti? L'abbiamo visto con l'Ilva: ai Riva è bastato versare 250 mila euro al Pdl e 100 mila euro a Bersani per le primarie che vinse a suo tempo, per assicurarsi l'appoggio completo del governo ed una serie di leggi ad hoc per sistemare i suoi problemi legali per l'inquinamento di Taranto. 
E quindi si continua così: a pagare sono sempre i lavoratori, che mandano avanti il Paese; mentre gli imprenditori si arricchiscono a dismisura, aiutati dai politici.
Vorrei concludere con una storiella (anche se la racconto in maniera riassuntiva). C'è Pulcinella che piange. Quando la gente gli chiede perchè, lui risponde che è triste perchè gli è morto l'asino, che era necessario per far girare il suo mulino. Quando la gente gli chiede perchè, lui risponde: "Non lo so. STava così bene. Gli avevo insegnato a tirare il basto che fa girare la macina del mulino. ANzi, di recente lo stavo anche abituando a mangiare di meno, così da farmi spendere di meno. Pensate, erano due giorni che a furia di ridurre il cibo, non mangiava assolutamente nulla...". 
A buon intenditor... 

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di Antonio Rispoli
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