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Magistrati-candidati: quando l'etica è un sovrappiù


Magistrati-candidati: quando l'etica è un sovrappiù
28/12/2012, 17:48

Sono sempre più i magistrati che si candidano in politica. In questo turno elettorale ci sono nomi famosi come Antonio Ingroia, che (salvo ripensamenti dell'ultima ora) si schiererà con il cosiddetto Movimento Arancione; oppure Piero Grasso, che si candiderà con il Pd. Ma anche magistrati meno famosi, come Simonetta Mautone, che si schiererà per il Pdl (è vicina alla coppia Vespa-Iannini). E naturalmente prima di loro ce ne sono stati tanti altri: da Antonio Di Pietro a Francesco Nitto Palma, giusto per coprire gli estremi di tutto il Parlamento attuale. 
E spesso, quando ci sono queste candidature, si levano alti lamenti (di solito da parte dei partiti della parte politica opposta) di chi dice che i magistrati non si devono candidare. E' vero?
Ovviamente no. I magistrati sono cittadini come gli altri e hanno tutto il diritto di candidarsi. E la legge consente loro di fare come qualsiasi altro dipendente pubblico: chiedere un periodo di aspettativa non retribuita, presentare la propria candidatura e farsi eleggere, se uno ci riesce. Altrimenti se ne tornano a fare i magistrati. Questa è la legge, e nel rispettarla non si sbaglia. 
Tuttavia, il lavoro dei magistrati non riguarda solo la legge. C'è anche un fantasma che aleggia sopra un lavoro così delicato: l'etica. Una materia che non si insegna a scuola (e si vede; nei Paesi anglosassoni si insegna e anche quello si vede), ma che secondo me per un magistrato è importante quasi quanto le leggi stesse. Per cui non per tutti i magistrati la strada è la stessa. Prendiamo qualche nome, da usare come esempio. E, per evitare accuse di essere di parte, prendiamo tutti casi del centrosinistra. 
Il primo esempio è ANtonio Di Pietro. Lasciò la toga quando seppe che l'avevano iscritto nel registro degli indagati. Poi affrontò tutte le accuse (che poi si rivelarono false) in Tribunale e la sua posizione venne archiviata. Nel 1998, ormai senza pendenze penali, venne eletto in Parlamento nel Pd e poi creò il proprio partito, ecc. ecc. Quindi, si dimise dalla magistratura e solo dopo qualche anno si fece eleggere. 
Il secondo esempio è Gherardo COlombo. Anche lui magistrato, andò in pensione e dopo un paio di anni, in cui fece il conferenziere, si presentò come candidato del Pd. 
Il terzo è Luigi De Magistris. Era Pm a Catanzaro quando il Csm - per ragioni a dir poco discutibili - lo condannò a non poter più fare parte della magistratura inquirente. Ma De Magistris ha sempre dichiarato che non se la sentiva di fare il giudice e quindi, dopo qualche tempo come Gip di Napoli, si dimise dalla magistratura e si fece eleggere al Parlamento europeo. 
Il quarto è Antonio Ingroia: Pm a Palermo, spostato dal Csm ad una operazione in Guatemala per conto delle Nazioni Unite, si mette in aspettativa e (sempre salvo ripensamenti) si candida in Parlamento. 
Il quinto è Piero Grasso, che si è dimesso dalla carica di procuratore nazionale antimafia per candidarsi nel Pd. 
Ora, tra questi cinque casi, nessuno porta tracce di illegalità. Ma non tutte sono scelte eticamente condivisibili. Vediamoli uno per uno. Per Di Pietro e Colombo, ci troviamo di fronte alla scelta giusta: ci si dimette dalla magistratura e a distanza di tempo ci si candida. Quella di De Magistris è una situazione limite: formalmente è eticamente sbagliata, dato che lui si è dimesso quando era candidato al Parlamento europeo; ma in realtà aveva lasciato la magistratura quando il Csm l'aveva spostato da Catanzaro a Napoli. In diverse interviste rilasciate all'epoca, si capisce che stava solo cercando di capire cosa fare della sua vita. Ed infine Ingroia e Grasso. Quella di Grasso è eticamente sbagliata, perchè le dimissioni sono un pro-forma: se fallisce l'elezione, lo aspetta una pensione sicura. Pensione che lo aspetta comunque, al di là di come andranno le elezioni. La scelta di Ingroia è la peggiore possibile: aspettativa, incertezze a parole, la netta affermazione (ripetuta in diverse interviste) di non avere nessuna intenzione di dimettersi prima di sapere se verrà eletto o no in caso di candidatura. 
Naturalmente questo fatto va esteso a tutti gli altri magistrati che si sono fatti eleggere, chi per il centrosinistra che per il centrodestra. E' il principio che conta, non il nome. Anche se in questo caso, trovare qualche magistrato che abbia seguito il percorso eticamente corretto è molto arduo: quasi tutti (se non tutti) sono semplicemente balzati dallo scranno di giudice o di Pm alla loro poltroncina in Parlamento. 
Cosa che, ripeto, è legale, ma eticamente sbagliata. Una legge dovrebbe prevedere esplicitamente che il magistrato debba dimettersi dalla magistratura almeno sei mesi prima delle elezioni. E non perchè, come dice qualcuno, i magistrati possono approfittare del loro lavoro per farsi un "nome" da spendere in politica. Perchè se il motivo fosse questo, allora la politica andrebbe negata a tutti gli imprenditori, i medici, i giornalisti, ecc. ecc. Tutti costoro hanno una loro fama, locale o nazionale, che poi possono sfruttare in politica. Allora che facciamo? Vietiamo la candidatura a tutti? Impensabile. Anche perchè la Costituzione sarebbe violata da una simile norma.
In realtà il motivo è strettamente etico: che garanzie ci sono che il magistrato, impegnato o pronto ad una campagna elettorale, faccia il proprio lavoro con quella terzietà e con la mente sgombra da pregiudizi, come prevede la legge? E non parlo di processi ad un politico, ma di processi ad un signor Mario Rossi qualunque. Per questo le dimissioni vanno presentate con largo anticipo rispetto alla data delle elezioni e non all'ultimo minuto. 
Ma come ho detto all'inizio: l'etica non si studia a scuola. E, tra i personaggi pubblici, non è roba che sia particolarmente diffusa. Senza distinzione: devo ancora vedere un giornalista famoso, un politico famoso o un imprenditore famoso che agiscono in maniera etica. 

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di Antonio Rispoli
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