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Marchionne, Dolce, Gabbana: quando l'operaio è un ostaggio


Marchionne, Dolce, Gabbana: quando l'operaio è un ostaggio
24/07/2013, 13:24

Due vicende si sono incrociate, in questi giorni; due vicende che hanno molti punti in comune. 
La prima riguarda la sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo l'articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori, nella parte in cui non consente al sindacato che ha rifiutato di sottoscrivere accordi di sedere al tavolo di ulteriori trattative. La sentenza è del 3 luglio scorso e in questi giorni sono uscite le motivazioni che hanno spinto la Corte a decidere così. La risposta di Marchionne non si è fatta attendere: "Questa sentenza ci consiglia di rivedere le bnostre strategie". Ora, se la Fiat rivedesse le proprie strategie e cominciasse a riguadagnare fette di mercato, la cosa non sarebbe sbagliata. Ma è chiaro dal contesto che Marchionne intende un ricatto: costringetemi a rispettare le leggi e io chiudo le fabbriche in Italia. 
La seconda vicenda riguarda due stilisti conosciutissimi: Stefano Dolce e Domenico Gabbana. Tutto nasce dalla loro richiesta di avere spazi pubblici per una loro sfilata a Milano. L'assessore competente ha risposto che non intendevano dare spazi pubblici a due veasori fiscali (come dimostra la condanna penale di prima grado che i due hanno subito). I due stilisti hanno risposto a brutto muso, con insulti su Twitter e decidendo una serrata di tre giorni. E in una intervista hanno detto che, se verrà confermata la multa a cui sono stati condannati, chiuderanno le loro attività in Italia.
Come si vede, sono due casi paralleli: entrambi violano le regole, ma non intendono affrontare le conseguenze. Per cui ricattano il governo e la popolazione: lasciatemi fare quello che voglio, altrimenti licenziamo tutti e aumentiamo i problemi sociali ed economici del Paese. Non è una novità: anche gli Agnelli facevano lo stesso ricatto. Ma almeno una volta era un ricatto più discreto, più sottile, fatto magari a quattr'occhi e non tramite i giornali. Oggi invece c'è maggiore arroganza. Te lo sbattono in faccia, tanto a loro cosa importa? Sanno di essere protetti dalle tante leggi che prima il governo Berlusconi, poi il governo Monti ed adesso il governo Letta hanno fatto. E quando la legge non c'è, si fa ad personam, come è stato fatto con l'Ilva di Taranto: man mano che andava avanti l'indagine è stato modificato il decreto per salvare l'Ilva dalle conseguenze legali del suo inquinamento. E così si è passati da un piano che prevedeva l'inizio dei lavori per il disinquinamento entro l'estate del 2012 all'estate del 2013 che è già iniziata senza che all'Ilva si sia fatto nulla per ridurre l'inquinamento. 
E questo è il capitalismo italiano. Un capitalismo che se ne frega delle regole, che le ignora e le viola tranquillamente. A cominciare dalle regole in campo fiscale e del lavoro. E perchè no? Tanto, se una società evade, che cosa succede? Niente. Innanzitutto c'è l'esenzione pari al 5% del fatturato: al di sotto di questa soglia non c'è reato (per Fiat o Mediaset si tratta di miliardi). E comunque il reato di falso in bilancio ha una prescrizione di soli 3 anni, troppo poco anche solo per iniziare le indagini. Resta solo la multa amministrativa, che è comunque una sanzione spuntata: grazie alla legge Mondadori, basta fare ricorso e fare in modo che il contenzioso duri più di 10 anni per poter chiudere la situazione pagando solo il 5% del dovuto. COme ha fatto Silvio Berlusconi: nel 1992 venne accusato di aver evaso 300 miliardi di lire pari a quasi 160 milioni; e dopo 20 anni ha chiuso la situazione pagandone solo 8. 
Quindi, perchè un grosso imprenditore dovrebbe rispettare le regole? Tanto la legge italiana è daklla loro parte. Loro possono impunemente derubare i cittadini italiani non pagando le tasse; possono impunemente taglieggiare i loro dipendenti, facendoli lavorare da sottopagati; possono fare quello che vogliono, senza nessun problema. Tanto la legge è dalla loro parte. E il governo anche. E' così difficile capire, stando così le cose, perchè la Germania va come un treno ed esporta alla grande e l'Italia no? Ed è inutile aggrapparsi a scuse infantili, come l'euro, la Merkel, la Bce o cose del genere. La realtà è molto semplice: negli altri Paesi gli imprenditori rispettano le leggi, pagano le tasse e chi sbaglia paga; in Italia loro fanno quel cavolo che vogliono e a pagare sono sempre e solo i cittadini italiani. 

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di Antonio Rispoli
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