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Occupazione e disoccupazione: come si calcolano i dati?


Occupazione e disoccupazione: come si calcolano i dati?
11/01/2017, 15:35

Pochi giorni fa sono stati resi noti dall'Istat i dati di novembre sull'occupazione. Leggendo i commenti su Internet, mi sono reso conto che moltissima gente non ha nessuna idea di come si calcolino questi dati. Proviamo quindi a dare qualche spiegazione. 

Innanzitutto, un dato: se sommiamo occupati e disoccupati non abbiamo i 60 e passa milioni di abitanti che ci sono in Italia. Infatti i disoccupati sono coloro che cercano lavoro e non lo trovano, e gli occupati sono ovviamente coloro che lavorano. Poi ci sono gli inattivi, cioè coloro che non lavorano e non studiano. Quindi può capitare - come è successo a novembre 2016 - che ci sia un aumento della disoccupazione contemporaneamente ad un aumento degli occupati. Questo perchè diminuiscono gli inattivi. O altre variazioni del genere. In ogni caso, la somma di occupati, disoccupati e inattivi è di circa 40 milioni di persone, dato che si considerano le persone di età compresa tra i 15 e i 65 anni, cioè in età da lavoro. Ma non gli studenti: anche loro sono esclusi dal conteggio. Quindi, quando si dice che c'è una disoccupazione giovanile del 40%, ad esempio (adesso siamo al 39,4%, ma non è importante), vuol dire che il 40% dei giovani (intesi come ragazzi di età tra i 15 e i 24 anni) che non studiano e che cercano lavoro non lo trovano. 

Un altro dato: per l'Istat non conta quanto si lavora. Un'ora di lavoro al mese negli ultimi 6 mesi basta all'Istat per considerare una persona occupata. Lo so, è una assurdità. Ma le regole dell'Istat sono queste. C'è poi da considerare un'altra cosa: i dati dell'Istat sono statistici, non reali. Cioè non è che l'Istat va a controllare ogni singola persona in Italia. Si sceglie un campione di qualche migliaio di persone, che ruotano ogni anno, e si fanno loro delle interviste. Dopo di che, si applicano dei correttivi che dovrebbero (almeno in teoria) avvicinare i dati alla realtà. Il risultato finale è quello che viene poi reso pubblico. Naturalmente, non parliamo di uno sprovveduto, ma dell'Istat, dove ci sono metodi che vengono affinati sempre più e quindi i cui risultati sono affidabili. Ma restano affidabili in termini statistici, non in termini assoluti. E questo è bene ricordarlo. 

Queste sono le premesse. Adesso affrontiamo l'argomento disoccupazione nel suo complesso. Ci sono dei dati minimi e massimi che possiamo considerare ottimali? In teoria, è chiaro che l'obiettivo sarebbe la piena occupazione, cioè trovare lavoro a tutti quelli che vogliono lavorare. In realtà, il premio Nobel per l'economia Paul Samuelsson ha dimostrato che la piena occupazione è difficile da raggiungere senza un sistema di incentivi statali; ed in ogni caso, anche così ha come conseguenza un brusco aumento dell'inflazione. L'ideale, dice Samuelsson, è avere una disoccupazione intorno al 3-4%. Quelli che in questa condizione restano fuori dal mercato del lavoro sono coloro che hanno aspettative troppo alte rispetto alle capacità, e la cui allocazione è più difficile. Se si scende al di sotto di questo limite, l'inflazione comincia a salire, perchè c'è un eccesso di moneta circolante che invoglia i commercianti ad alzare i prezzi dei loro beni. 

E del resto, raramente nella storia dell'ultimo secolo in un Paese c'è stata la piena occupazione. Uno dei rari casi è quello della Germania nazista, che negli anni '30 importava manodopera dai Paesi vicini perchè in piena occupazione. Ma in quel caso c'era un motivo a parte: Hitler trasformò la Reichswehr, cioè l'esercito concesso alla Germania dopo la Prima Guerra Mondiale, nella Wehrmacht. In questa maniera arruolò nel giro di pochissimo tempo 3,5 milioni di uomini nell'esercito, liberando così altrettanti posti nel mondo del lavoro. Se a questo aggiungiamo i pesanti appalti pubblici per la fornitura di armi ed equipaggiamenti all'esercito e quelli per la costruzione di nuove autostrade e la manutenzione di quelle esistenti, si capisce facilmente come mai la Germania nazista raggiunse la piena occupazione. Ma si tratta di un caso molto particolare, come si vede. Oggi appare improbabile che l'Italia o qualsiasi altro Paese arruoli una massa simile di persone. Soprattutto perchè la guerra oggi non è fatta di masse di fanti che escono dalle trincee, ma di un numero relativamente ridotto di soldati che usano tecnologie avanzate. Per esempio, prendiamo la guerra in Siria. Ad Aleppo c'erano da una parte le milizie dello Stato Islamico, cioè la massa di fanti. Dall'altra l'esercito siriano appoggiato dall'aviazione. E il risultato è stato che i soldati hanno sconfitto le milizie, nonostante queste ultime avessero creato trappole esplosive e fortificazioni di vario tipo. 

Anche oggi abbiamo i Paesi scandinavi o la Germania che hanno pochissima disoccupazione, ma - per fare un esempio - in Germania è pur sempre il 6%. Sono dati normali. Ed è bene saperlo, per avere in mente dei riferimenti precisi. Nessun Paese può dare la piena occupazione in condizioni normali. Certo, l'Italia non rappresenta un esempio da imitare. Il 12% quasi di disoccupati è tutt'altro che positivo. Perchè se una bassa disoccupazione provoca inflazione, una alta disoccupazione crea un impoverimento dei cittadini. E' quello che sta accadendo in Italia. Ci sono oltre 3 milioni di disoccupati e questo crea una pressione enorme su chi lavora. In pratica, autorizza i datori di lavoro a ricattare i propri lavoratori: "O accetti le mie condizioni oppure posso sostituirti con estrema facilità". E pur di mantenere un lavoro, si accettano di fare ore in più non retribuite oppure si accettano riduzioni di salario. Per questo le leggi che si fanno nel nostro Paese tendono sempre a mantenere alta la disoccupazione reale, camuffando poi i dati con l'occupazione part time (oggi per esempio vanno di moda i voucher) e la falsa occupazione connessa all'evasione fiscale. 

Un esempio della situazione che abbiamo in Italia l'ha dato la faccenda Almaviva. La società di call center ha di fatto ricattato i lavoratori: o accettavano nuove condizioni capestro (minori salari, minore libertà di orario, ecc.) oppure Almaviva chiudeva. Quando ha chiuso gli uffici di Roma, come ha reagito la gente? Dando la colpa ad Almaviva? No. La colpa è stata data ad una decina di sindacalisti che hanno contestato il comportamento di Almaviva invitando i lavoratori a votare no. A Napoli invece ha vinto il sì, sia pure di stretta misura. Il che significa che tra 6 mesi o 12 mesi, Almaviva andrà a dire ai lavoratori che anche così non va bene, che loro guadagnano troppo. E quindi che bisogna ridurre ancora i salari. Ma in questo è colpa anche della politica. Perchè se anzichè cercare un accordo con Almaviva avessero avvisato la Vodafone (che è la principale committente di Almaviva) che se non avesse mantenuto i suoi call center avrebbe avuto di fronte una legge che gli avrebbe fatto pagare multe stratosferiche se i suoi call center non fossero rimasti in Italia, garantito che i 1666 lavoratori di Roma sarebbero rimasti al lavoro. Ma una legge del genere è impossibile, dato che avrebbe colpito anche Telecom ed altre società. 

Perchè poi c'è da considerare anche il lato estero. Infatti molte società italiane hanno preferito andare all'estero per poter avere manovalanza a basso costo. Una scelta che ovviamente complica la situazione occupazionale in Italia, ma che può essere superata in due modi alternativi. La prima è quella che sta usando Trump negli Usa: chi va all'estero, paga multe a raffica. La seconda è più rivolta al sicuro e più di lungo periodo, ed è quello tedesco: si creano delle strutture che provvedano a migliorare le conoscenze dei lavoratori in modo da renderli adatti anche ad altri lavori. Ovviamente "altri lavori" non a casaccio, ma quelli che possono accogliere altro personale non solo adesso, ma anche tra 6 mesi o un anno. In realtà noi non abbiamo nulla del genere nel nostro Paese. E quindi abbiamo solo la disoccupazione.

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di Antonio Rispoli
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