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Perchè l'economia italiana non cresce (e non crescerà mai)?


Perchè l'economia italiana non cresce (e non crescerà mai)?
17/07/2017, 15:49

Venerdì su tutti i giornali on line campeggiavano titoli del tipo: "Bankitalia prevede una crescita dell'1,4%". La notizia è stata presa con estremo favore da Renzi e dai membri del Pd, che hanno esultato: "E' merito nostro". E sui social i renziani hanno fatto eco: "E' merito di Renzi. E chi ha votato no al referendum costituzionale l'ha costretto a dimettersi, fermando la crescita economica del Paese". Naturalmente, come sempre, tutti sono diventati economisti in cinque minuti. Economisti del cavolo, ovviamente, visto che non hanno capito niente di come stanno le cose. 

Innanzitutto, specifichiamo una cosa: qui non abbiamo dati. Abbiamo solo una previsione. Certo, è una previsione fatta da esperti, ma resta una previsione. E' condizionata da mille eventi: se una cosa va storta, questa previsione può andare a farsi benedire in poche settimane. Ed è bene ricordarlo. Per ora, i dati che abbiamo sono che il Pil è cresciuto dello 0,8% nel 2015 e dello 0,9% (poi corretto all'1%) nel 2016. Cioè c'è una crescita economica nel Paese estremamente debole. Infatti, è bene ricordare che in economia l'obiettivo è quello di avere una crescita costantemente sopra il 2%: è solo sopra questo livello che abbiamo un aumento dell'occupazione vera (cioè quella creata dalla richiesta del mercato e non drogata da misure economiche decise dal governo). Certo. il limite non è da ritenersi tassativo: a seconda delle condizioni può bastare anche l'1,8% o l'1,7%. Ma di certo non l'1% e neanche l'1,4%, tanto per essere chiari. 

Seconda cosa, i dati vanno compresi. Bankitalia infatti ha previsto una crescita dell'1,4% nel 2017, dell'1,3% nel 2018 e dell'1,2% nel 2019. Cioè, se le condizioni rimangono costanti, avremo un exploit quest'anno, e poi un calo graduale nei prossimi anni. Come mai? Per quelle che sono le condizioni alla base dell'exploit previsto per quest'anno. Infatti, secondo Bankitalia, la crescita dipende sostanzialmente da due condizioni. La prima è che la Bce metta fine al Quatitative Easing (cioè l'acquisto di titoli di Stato e di bond di aziende) con gradualità in almeno due anni. Che tradotto significa che continui a comprare i titoli di Stato, in modo da impedire che i tassi di interesse sui titoli italiani salgano. Se teniamo presente che si stima che senza QE i tassi di interesse potrebbero salire di almeno due punti percentuali e che ogni punto di interesse in più significa 15-20 miliardi di spese extra in interessi, non ci vuole un genio della matematica per capire quanto sia essenziale per noi che i tassi di interesse si tengano bassi. 

La seconda condizione riguarda l'export. Negli ultimi anni, l'export è aumentato e non di poco. E questa è stata una potente spinta propulsiva per il Pil italiano. Ma perchè è aumentato? Per la più banale delle ragioni: gli altri Paesi europei stanno uscendo dalla crisi, i loro Pil crescono più di quello italiano (solo la Grecia è cresciuta meno di noi negli ultimi 5 anni) e quindi i loro cittadini hanno più soldi da spendere. E una parte di quei soldi li spendono in prodotti italiani. Quindi la crescita economica degli ultimi anni è stata quella che possiamo definire una "crescita al traino": cioè siamo cresciuti economicamente semplicemente perchè sono cresciuti gli altri Paesi europei. Ed è questa la cosa che i renziani ancora non hanno capito. Loro attribuiscono a Renzi il merito di essere passati da una crescita negativa nel 2013 ad una positiva negli ultimi due anni. Mentre in realtà la differenza tra il livello di crescita del Pil italiano e il licello di crescita medio del Pil a livello europeo è rimasta costante. 

Ed è questo il nostro limite. L'Italia non riesce a crescere più degli altri Paesi da molti anni. Per essere esatti, dalla fine degli anni '90. E non è un caso. Gli ultimi due anni in cui l'Italia è cresciuta più del 2% sono stati il 1999 e il 2000. Perchè il governo Prodi e poi il governo D'Alema (che in economia ne era la fotocopia) vararono una serie di norme - a cominciare dal "prestito d'onore" - per realizzare una politica economica valida che permise all'Italia di crescere a livello della Germania o quasi. Infatti, quale fu la prima cosa che fece il governo Berlusconi? Cancellare la legge sul prestito d'onore. Cosa che, unitamente ad altre leggi balorde di quel governo, ci portò nel 2003 in piena recessione. E abbiamo economicamente vivacchiato - se si escludono i due anni del secondo governo Prodi - fino ai giorni nostri. Perchè? Semplicemente perchè mai nessun governo ha varato leggi per creare una politica economica nazionale, dopo il primo governo Prodi. 

Questo è il nostro primo problema. Insieme al fatto che ovviamente nessuno ha varato una politica economica perchè nessuno dei leader politici o dei ministri economici che abbiamo avuto negli ultimi 20 anni ha una vaga idea di cosa sia una politica economica di medio-lungo termine. Quindi noi abbiamo avuto e avremo una serie di leggi dall'orizzonte limitatissimo. Prendiamo due leggi di cui Renzi si è sempre vantato. La prima è quella dei contributi offerti alle aziende per tre anni per i neoassunti. Parliamo di oltre 10 miliardi l'anno per il periodo 2015-2017. E che cosa abbiamo avuto? Solo false assunzioni, che tra la fine del 2017 e l'inizio del 2018 si trasformeranno in falsi licenziamenti (i contributi sono finiti, non c'è bisogno di mantenere l'impostura). Per questo già si parla di una nuova legge molto simile, che regali soldi alle imprese per i neoassunti. La seconda è il Jobs Act, che ha prodotto l'effetto di diminuire i salari dei lavoratori. In entrambi i casi, che politica economica è? Che orizzonte hanno queste misure? Quali sono i risvolti positivi per i cittadini dopo 5 o 10 anni? 

Per esempio, prendiamo il prestito d'onore varato da Prodi. Molti non lo ricorderanno, ma era una legge che consentiva di ricevere un prestito dallo Stato fino a 60 milioni di lire per creare una società di persone. Di questi soldi, il 40% era a fondo perduto (cioè non andava restituito) e il resto veniva restituito in 5 anni all'interesse dell'1% o poco più (all'epoca in banca ti chiedevano più del 10%). Ma non solo: c'era l'obbligo di redarre un business plan in cui si spiegava cosa si intendeva acquistare con quei soldi; c'era l'obbligo di frequentare un corso presso l'Unione dei Giovani Industriali sulla gestione aziendale; ecc. Insomma, era un sistema complesso che però garantiva risultati. Non è un caso se vennero create in questa maniera 300 mila nuove aziende e di queste più di una aveva poi assunto altre persone. Allora questa è una politica economica: dopo 5-10 anni abbiamo centinaia di migliaia di piccole aziende che aumentano il Pil nazionale ed assumono persone. Certo, qualcuna nel frattempo chiude, ma è comunque un irrobustimento del tessuto economico nazionale. 

Ma oggi nulla del genere. Oggi i governi (non il governo, perchè non riguarda solo Renzi; riguarda tutti i governi degli ultimi 20 anni) decidono le leggi con un occhio alle proprie tasche (o alle casse del partito) e un occhio ai sondaggi. Quindi ogni legge è fatta o per avere un riscontro positivo nei sondaggi della settimana dopo oppure per favorire quegli imprenditori che poi finanzieranno i partiti. Ma è chiaro che non è così che si fa una politica economica. Si fa anche con leggi che scontentano tizio e caio; leggi poco apprezzate nell'immediate che però apportano vantaggi nel lungo periodo; leggi che scontentano gli imprenditori. Il segreto è fare un progetto e portarlo avanti nel corso dei 5 anni del governo. Ma un progetto di ampio respiro temporale. C'è qualche partito politico che ne ha presentato uno? Qualcuno di voi ne ha mai sentito parlare? Tutto quello che sanno fare è dire: "Bisogna tagliare le tasse", "Cacciamo gli immigrati dall'Italia" e cose del genere. 

Immagino che a questo punto qualcuno avanzi l'obiezione: "Ma allora, se sei così bravo, fallo tu un programma economico per far crescere l'Italia". Non che ci voglia molto: nell'immediato basterebbe fare una legge che punisca col carcere e con pesantissime multe gli evasori fiscali (le multe devono essere un multiplo della somma evasa); una legge che introduca il minimo salariale a 1300 euro al mese; abolizione di tutte le forme di precariato esistenti nella nostra legislatura. A cominciare dai voucher (anche nella forma modificata decisa dal Parlamento in questi giorni) e dal contratto a tutele crescenti, che è un contratto precario e non l'equivalente del contratto a tempo indeterminato. Questo per cominciare, ovviamente unito a più controlli nelle aziende per sgominare l'evasione fiscale. Poi chiaramente si deve pensare ad un riequilibrio delle tasse, che attualmente sono troppo concentrate sulla tassazione indiretta (accise sulla benzina, accise sui liquoti, Iva, ecc.), cioè su quelle tasse che colpiscono tutti indistintamente. Una tassazione che quindi punisce i più poveri: se un operaio che guadagna 1000 euro al mese e un dirigente che guadagna 10 mila euro al mese pagano entrambi 300 euro di tasse indirette, è chiaro che è una spesa più onerosa per l'operaio che per il dirigente. Molto meglio per esempio una patrimoniale. Tempo fa, l'allora segretario generale della Cgil Susanna Camusso fece una proposta interessante: una patrimoniale del 3 per mille con una esenzione di 800 mila euro. Significa che un operaio o un impiegato non paga nulla. E che una persona che abbia 10 milioni di euro di patrimonio (significa villa, auto di lusso, villa al mare, ecc.) si trova a pagare 27 mila euro l'anno. Una somma di certo non intollerabile per chi ha un patrimonio così elevato. Semplice, no? 

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di Antonio Rispoli
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