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"Prodi colpevole della crisi": quando l'ignoranza straborda


'Prodi colpevole della crisi': quando l'ignoranza straborda
18/02/2013, 13:36

Nei miei editoriali ho spesso criticato un comportamento superficiale della stragrande maggioranza degli utenti di Facebook e di Twitter, che condividono link assolutamente campati in aria e che invece vengono condivisi senza alcun esame critico e senza verifica se sia vero o falso. Ma non si può parlare di superficialità, di fronte al sempre maggior numero di link che scaricano le responsabilità della crisi su Prodi. La sua colpa? averci fatto entrare nell'euro. 
Purtroppo è solo l'ennesima dimostrazione di come la caratteristica che accomuna gli italiani è l'ignoranza più totale. Già in un altro editoriale spiegai come l'entrata nell'euro ci avesse consentito un enorme risparmio (circa 100 miliardi l'anno) grazie al calo degli interessi sui titoli di Stato. Adesso esaminiamo come nasce l'euro. 
Alcuni lo fanno risalire ad un economista francese del 1943, estrapolando alcune frasi - da un discorso molto più complesso e contyestualizzato - il cui succo è che l'introduzione della moneta unica in Europa faciliterebbe il controllo della politica degli stessi Stati europei. Peccato che coloro che usano questa argomentazione dimostrano di non sapere di cosa stanno parlando. All'epoca infatti l'Europa aveva una moneta unica: il marco tedesco, dato che la Germania aveva occupato praticamente tutta l'Europa, a parte l'Inghilterra, la Spagna, il Portogallo e la Svizzera. Ma il marco era usato solo in Germania. All'estero era usato il cosiddetto "marco di occupazione" che era la moneta imposta dai nazisti. I soldati venivano forniti di grandi quantità di questi soldi (che valevano pochissimo rispetto al marco vero e proprio) e quindi potevano effettuare una sorta di saccheggio legale dei Paesi occupati. Quindi è chiaro che usando quella moneta unica (il marco d'occupazione) la Germania poteva influenzare pesantemente i governi degli altri Paesi. ANche perchè i marchi di occupazione erano cambiabili in marchi solo dopo la fine della guerra. In pratica, mai. 
Ma l'euro non nasce su quelle basi. Per spiegarne la nascita, bisogna tornare all'incirca al 1990. I principali Paesi europei usavano valute che erano legate tra di loro dal cosiddetto "Sistema Monetario Europeo", detto anche "Serpente Monetario Europeo" o semplicemente SME. SI trattava di questo: veniva fissato un valore di cambio tra le monete, teoricamente fisso. Ma ciascuna moneta poteva oscillare del 2,5% verso l'alto o verso il basso, rispetto alla parità centrale. Per l'Italia, che è sempre stato un Paese economicamente debole, si lasciò una fascia di oscillazione del 6%. Quindi, se un marco aveva una parità fissata a mille lire, poteva valere da 940 a 1060 lire. Nel momento in cui ci si avvicinava al margine superiore o inferiore della banda di oscillazione, intervenivano le Banche Centrali che compravano o vendevano quella moneta per fare in modo che si riavvicinasse alla parità centrale. 
Ma all'inizio degli anni '90 l'Italia, per tutta una serie di motivi che qui sarebbe lungo spiegare, si presentò col fianco scoperto: un debito pubblico sempre più alto, un deficit che aumentava anno dopo anno, una completa instabilità politica, con governi che duravano 6-8 mesi, e così via. Come non bastasse, per cercare di mascherare questa situazione e per motivi di politica internazionale, si decise nel 1992 di fare una prova di forza, chiedendo di entrare nella "fascia di oscillazione ristretta", cioè quella del 2,5%. Detto in termini terra terra, prima ci eravamo messi la corda al collo e poi ci eravamo messi sull'orlo del burrone. A quel punto bastava poco per farci crollare. E così fu: a fine 1992 si scatenò una tempesta valutaria per far crollare il valore della lira. L'allora governatore della Banca d'Italia, Carlo Azeglio Ciampi, sprecò tutte le risorse di moneta forte della banca centrale per resistere, prima di alzare bandiera bianca ed annuncioare che l'Italia sarebbe uscita dallo SME. Nel giro di pochi giorni la stessa sorte toccò alla Grecia e alla dracma, e poi alla SPagna e alla peseta. A quel punto, di comune accordo, si decise di sciogliere lo SME ed ogni moneta andava per i fatti suoi. 
Ma serviva qualcosa che sostituisse quel sistema. C'erano interessi economici egoisti (per esempio la Germania e il Benelux che si lamentavano della concorrenza giudicata sleale dei Paesi del Mediterraneo che svalutavano) ma anche oggettivi: con monete che fluttuavano libere e senza controllo, come si potevano mantenere molti degli accordi fatti dai Paesi europei? E così si studiarono varie soluzioni: un nuovo SME con una fascia di scillazione più ampia; oppure, visto che c'era una moneta di conto, l'Ecu (iniziali di European currency unit) che era una media ponderata dei valori delle varie monete dei Paesi dello SME, stabilire solo una fascia di oscillazione per l'Ecu e collaborare affinchè rimanesse così; e tante altre. Alla fine si decise per la moneta unica, appunto l'euro. 
E sull'euro ci furono molte discussioni: doveva essere una moneta forte o no? Ad oscillazione libera? E chi avrebbe deciso? Una serie di discussioni che parevano infinite e i cui risultati vennero poi sintetizzati nel trattato di Maastricht, con cui si stabiliva chi poteva entrare nell'euro e chi no. Nella prima stesura si stabilì che tutti i pèarametri dovevano essere rispettati per entrare nell'euro. Ma quando ci si accorse che solo 5 o 6 Paesi ce l'avrebbero fatta, si decise per un approccio più morbido: bastava aver raggiunto solo una parte dei parametri, e dimostrare che ci si stava avvicinando a quelli non ancora raggiunti (per l'Italia il deficit e il debito pubblico). 
A quel punto in Italia si creò il partito dell'Europa "a due velocità". Era composto essenzialmente dagli industriali, che non volevano perdere la possibilità di svalutare senza limiti: con la svalutazione, non c'è bisogno di mantenere alta la qualità dei prodotti, si punta sulla riduzione dei prezzi all'estero. Ma non essendo il nostro un Paese produttore di materie prime, dopo pochi mesi la svalutazione diventa inefficace, dato che il costo delle materie prime aumenta in proporzione. Ma gli industriali giocavano proprio su questo intervallo: si riempe il magazzino che puà durare anche 6 mesi; si svaluta e i prezzi all'estero calano; man mano aumentano i prezzi in Italia e all'estero fino a raggiungere quelli ante-svalutazione. E allora si svaluta di nuovo e si ricomincia daccapo. Ma questo sistema genera una forte inflazione, che riduce di molto il potere di acquisto dei salari e delle pensioni (e ovviamente la cosa non importava nulla agli industriali). Quindi, il concetto era questo: i Paesi che sono nei parametri di Maastricht adottano subito l'euro; gli altri aspettano di averli raggiunti per poi entrare. Ma con i tassi di interesse al 10-15% e un debito pubblico vicino a 3 milioni di miliardi di lire, l'Italia non aveva nessuna possibilità di entrare nell'euro. 
A questo punto siamo nell'estate del 1996, con un governo Prodi insediatosi da tre mesi. E l'idea delle due velocità non era stata scartata. Ma l'Italia doveva appoggiarsi a qualcuno per farlo. E così da una parte si prepara una finanziaria da 32 mila miliardi di lire; dall'altra Prodi fa un viaggio in Spagna e Portogallo per sondare le disponibilità dei due Paesi ad allearsi a questo scopo, dato che anche Spagna e Portogallo avevano problemi (deficit e disoccupazione la Spagna; deficit, inflazione e disoccupazione per il Portogallo). Ma tornò con la certezza che entrambi gli Stati avrebbero lottato per entrare in Europa. E così, tornato in Italia, raddoppiò la finanziaria, portandola a 64 mila miliardi di lire, comprensiva della famosa eurotassa (l'unica tassa della storia italiana che venne restituita, anche se solo al 60%).
Ora, questa scelta è stata così negativa? I fatti, se esaminati con buon senso, dicono di no. Infatti fino al 1995 noi avevamo avuto tassi di interesse elevatissimi. Chi ha memoria, ricorderà che eravamo chiamati i "Bot people" proprio perchè gli italiani preferivano questa forma di risparmio sicura e ad alto rendimento: erano tassi molto al di sopra del 10%, che attiravano i risparmiatori. Dopo il 1996, quando era ormai certo che l'Italia avrebbe fatto parte della Ue, i tassi di interesse cominciano a scendere, arrivando al 5% e anche meno. Teniamo presente che già allora un 1% in meno significava un risparmio di almeno 10 miliardi l'anno. Un tasso di interesse che scende di quasi 10 punti in 3 anni, significa un risparmio di quasi 100 miliardi. Ed è stato questo l'enorme regalo che fece quel governo Prodi. Poi, per carità, si può dire quello che si vuole sui singoli e sull'alleanza, sulla politica adottata da quel governo e sugli errori fatti. Ma quello che non si può negare è il miglioramento generale dell'economia portato da quel governo. Che, oltre al miglioramento del deficit e del debito pubblico, ottenuto col tasso di interesse, mise le basi per una crescita economica che arrivò, nel biennio 1999-2000, ad oltre il 5%, mentre nello stesso periodo gli Usa sono cresciuti di meno del 3%. E le due cose non sono disgiunte. 
Sapendo tutto questo, la domanda appare ovvia: ma come si fa a dire che entrare nell'euro ha portato i problemi? E' chiaro che non si può imputare a Prodi la scellerata e dissennata gestione dello Stato compiuta prima dai governi Berlusconi e poi dal governo Monti. Perchè il problema non è mai negli strumenti (e la moneta non è che uno strumento) ma nella capacità dei singoli di utilizzare gli strumenti stessi. 

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di Antonio Rispoli
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