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Sallusti in carcere? Solo perchè vuole fare la vittima


Sallusti in carcere? Solo perchè vuole fare la vittima
19/10/2012, 19:05

In questi giorni si sta assistendo ad una farsa veramente indacente. E' quella montata dal direttore del Giornale, Alessandro Sallusti. 
Come si ricorderà, Sallusti è stato condannato lo scorso 26 settembre a 14 mesi di reclusione (condanna definitiva passata in Cassazione) per un articolo considerato diffamatorio nei confronti di un giudice. Giusto per ricordare la situazione, tutto nasce nel 2007, quando a Torino una ragazza di 13 anni viene sottoposta ad un trattamento psichiatrico in conseguenza di un aborto, che aveva scosso la ragazza in profondità. Su La Stampa esce la storia: la ragazza che scopre di essere incinta, si confida con la madre ed insieme decidono di ricorrere all'aborto. Ma per la legge serve anche l'assenso del padre. Dato che nel caso specifico il padre non era una persona a cui potersi rivolgere, madre e figlia - sempre secondo la legge 194 che regola l'aborto - si sono rivolti ad un giudice tutelare che ha dato il proprio via libera. Come si vede è una storia come tante altre, se vogliamo. Solo che nel caso specifico, la ragazza è rimasta eccessivamente traumatizzata, ricavandone gravi conseguenze psichiatriche. Come descrisse la vicenda Libero, con un articolo firmato Dreyfus? Qui c'è il documento Pdf, copiato dall'archivio giornalistico della Camera dei Deputati, con l'articolo che uscì allora (http://www.dazebaonews.it/images/stories/pdf/SALLUSTI.pdf). Come si vede, la rappresentazione è completamente diversa dalla realtà. Ed è pesantemente insultante: nessuno ha costretto, nessuno ha legato la ragazza, nessuno si è messo a piangere. Chiunque fosse stato trattato così, non si sarebbe opposto? Io personalmente avrei querelato, esattamente come hga fatto il giudice. E per lo stesso motivo: si danneggia l'onorabilità del lavoro fatto dal giudice. 
 La condanna poi è una scelta dal giudice. Se ha deciso di unire una multa alla condanna penale, scelta legittima: la diffamazione a mezzo stampa è punita con una condanna fino a 3 anni di reclusione. Altrettanto legittima la scelta di non concedere la sospensione condizionale della pena: quella si concede agli incensurati e Sallusti era stato condannato già altre volte per diffamazione in sede penale, oltre ad aver perso numerosi processi in sede civile. Ed ora lui ha deciso di fare la vittima sacrificale, rifiutando - come è suo diritto - di chiedere l'affidamento ai servizi sociali (il che significa semplicemente fare il suo lavoro per i prossimi 14 mesi evitando condanne). Naturalmente in carcere riceverà il solito trattamento Vip, e gli verrà sicuramente data la possibilità di continuare a scrivere i suoi articoli. 
Ma è una sua scelta, per cui è inutile che poi si sollevano alti lai, perchè lui va in carcere. Non è il primo giornalista che finisce in galera per diffamazione a mezzo stampa, e non sarà l'ultimo. Purtroppo capita: la possibilità di essere denunciati è forte per qualsiasi giornalista. E quanto più il giornale è importante e seguito, quanto più l'argomento trattato è delicato, quanto più il taglio scelto è critico nei confronti di qualcuno potente, tanto più è facile che scatti la denuncia. Poi c'è il giornalista più attento e quello meno attento, quello che riesce a camminare bene sull'orlo del baratro e quello che inciampa spesso... dipende dalle qualità individuali e da quali sono le intenzioni del giornalista. 
Ed anche lo spettacolo indegno del Parlamento, impegnato a discutere di una legge varata in tutta fretta dal Pdl, con la proposta di cancellare la condanna al carcere, è stato rivoltante. Così come è rivoltante il contenuto della legge, che prevede una sanzione massima di 50 mila euro. Se consideriamo che nel 2009 c'è stato un quotidiano italiano che stanziò 3 milioni di euro per pagare i risarcimenti e le multe, capiamo come una proposta del genere non sia per niente adeguata a fermare quei giornalisti che, obbedendo ad un ordine della proprietà, decidono di diffamare Tizio o Caio. Tanto poi è la proprietà stessa che paga e quindi il discorso è chiuso. Nè basta l'emendamento, inserito nella legge, che dice che la proprietà non paga: è chiaro che in quel caso paga il giornalista e poi la proprietà gli riconosce un rimborso spese o un premio di produzione equivalente. Quest'ultimo emendamento è fatto ad hoc per quei casi in cui una azienda non può cacciare un giornalista scomodo. Non per niente è stato chiamato "emendamento anti-Gabanelli": con le sue inchieste dà fastidio, ma legalmente la Rai non ha appigli per mandarla via. Lasciandola sola ad affrontare le denunce e soprattutto le cause civili, permetterebbe a coloro che vengono infastiditi dai suoi reportage di denunciare Milena Gabanelli e bloccarne l'attività. 

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di Antonio Rispoli
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