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Sfruttati anche i giovani medici, non ti salva neanche la laurea


Sfruttati anche i giovani medici, non ti salva neanche la laurea
21/11/2017, 15:32

Che il mercato del lavoro in Italia sia uno schifo, non è una novità. Sfruttamento, lavoro in nero, mancanza del rispetto delle norme di sicurezza sono la normalità ormai. E mai nessun governo ha alzato un dito per fermare questo andazzo. Anzi, l'hanno sempre incentivato, depenalizzando le sanzioni previste per chi viola la legge sulla sicurezza del lavoro, eliminando i diritti dei lavoratori (legge Biagi, legge Fornero, Jobs Act) e consentendo un abbassamento dei salari. Insomma, hanno reso il lavoratore debole e inerme rispetto al datore di lavoro. Questo con la collaborazione dei sindacati che non hanno mai detto niente in proposito, prefendo i pranzi a Cernobbio e le comparsate in Tv. 

E così siamo arrivati alla situazione attuale, dove su Facebook si è creato un gruppo chiuso che ospita oltre 2300 medici che si lamentano per lo sfruttamento a cui sono sottoposti (qui l'articolo dove ne parlo in dettaglio). Ed è interessante perchè si tratta senza dubbio di laureati e specializzati, cioè di persone che nelle università hanno investito grandi quantità di denaro e di tempo (laurea in medicina e specializzazione non di rado portano via anche 10 anni di vita). E per cosa? Per lavorare per 3 euro e mezzo all'ora? Una domestica che lavora in nero prende tra i 7 e i 10 euro l'ora e spesso non ha mai avuto la possibilità di affrontare un ciclo di studi in maniera adeguata. Invece un laureato si trova a lavorare per una miseria. Per carità, a me dà fastidio quando un medico prende 100-150 euro per una visita, magari in nero; ma dà ancora più fastidio vedere un giovane che non riesce ad essere pagato quanto merita. 

Certo, trattandosi degli appartenenti ad un Ordine, per i medici c'è un tariffario minimo. Che in teoria dovrebbe essere rispettato. Ma quando sei disoccupato, delle regole cominci a fregartene: se puoi guadagnare qualcosa, anche se quel qualcosa è una miseria lo accetti: meglio quello che niente. Ed è stupido dire: "Colpa tua, perchè facendo così abbassi i salari anche dei tuoi colleghi", come fa qualcuno. Perchè non sono i colleghi che gli possono dare da mangiare. E a 25, 28, 30 anni non è piacevole dover restare a casa perchè non guadagni a sufficienza da fare altro. Ho ascoltato più volte i miei genitori dire che loro hanno trovato lavoro quando avevano 22-23 anni; io stesso l'ho trovato a 26 anni (ma mi sono dovuto trasferire a 800 Km. da casa). Ma oggi trovare un lavoro vero, pagato in maniera civile (che non vuol dire in maniera giusta, quello è qualcosa che spetta a pochi privilegiati), ormai assomiglia ad un miracolo in Italia.

E c'è un esercito alle spalle che preme. Si tratta degli oltre 3 milioni di disoccupati e di altri 3 milioni e rotti di inattivi, cioè di persone che non lavorano e non cercano un lavoro perchè sanno che non lo troveranno. E tra queste 6 milioni di persone, ci sono anche molti medici, molti possibili avvocati, molti possibili ingegneri, ecc. Tutte persone che come dicevo, hanno investito tempo e denaro su se stessi e ora sono a spasso. E non diciamo sciocchezze del tipo: "Si vede che sono degli incapaci perchè altrimenti il posto lo troverebbero". Non è così. Spesso anche le persone capaci sono tenute ai margini del mondo del lavoro, per i motivi più diversi. Ma uno dei motivi è proprio il salario. Si cerca di pagare i lavoratori il meno possibile, quindi si preferisce chi accetta qualsiasi salario, non chi è bravo. 

Nell'articolo faccio l'esempio di una dottoressa che ha lavorato per una squadra di basket e veniva pagata con una pizza e una birra. Poco? Senz'altro. Ma fa curriculum e comunque ha risolto il problema della cena. L'alternativa del resto qual è? Restare a casa? E questo come aiuta a trovare un lavoro? Perchè il problema resta questo. Gli imprenditori vogliono lavori superpreparati ma non sono disposti a fare i corsi di preparazione necessari, investendo soldi in personale e attrezzature. C'è la famosa barzelletta dell'annuncio di lavoro per cui una azienda cerca un ventenne con 30 anni di esperienza. Ma se uno non lavora, come se la fa l'esperienza? Io stesso, quando ho cominciato a lavorare, ho barato nei curriculum parlando di esperienza che non avevo mai fatto. Ma a me veramente capitò un annuncio di lavoro dove cercavano un dipendente "massimo 30enne, laureato con cinque anni di esperienza nel settore". Ma se in Italia è impossibile laurearsi a meno di 24 anni (geni a parte), come fa uno ad avere cinque anni di esperienza e meno di 30 anni? 

Del resto, l'incapacità e i reati fiscali commessi dagli imprenditori sono solo metà del problema occupazione in Italia. L'altra metà è la distanza siderale che intercorre tra il mondo della scuola (inteso anche come università) e quello del lavoro. Anche finendo una università come quella di medicina, che prevede un periodo di internato, raramente si è veramente preparati ad affrontare il mondo del lavoro. Manca nel nostro Paese quel "corridoio" che dovrebbe accompagnare il ragazzo che esce dal liceo o da altra scuola secondaria o dall'università per portarlo ad una occupazione. In Germania o in Danimarca, per esempio, questo corridoio esiste: ci sono segnalazioni fatte ad aziende dalle scuole oppure aziende che chiedono alle scuole un certo tipo di lavoratore; un sistema pratico per incrociare domanda e offerta. Ma funziona solo se poi ci sono contratti regolari. Se un medico viene pagato 3,5 euro l'ora (altro caso denunciato su Facebook e di cui faccio cenno nell'articolo), non abbiamo nessuna regolarità. 

Quindi, come si vede, non è un problema solo di questa o quella categoria. E' un problema generale. Che riguarda l'intero sistema italiano. E non è neanche un problema di adesso. Ricordo che più di una trentina di anni fa, quando dovevo scegliere quale istituto secondario frequentare, ebbi un forte scontro con i miei: loro volevano farmi fare il liceo classico, io volevo fare l'istituto informatico. Alla fine giungemmo ad un compromesso e feci il liceo scientifico. Ma mi tenni informato su quello che si faceva all'istituto informatico. E così venni a sapere che come linguaggio di programmazione usavano il Pascal, un linguaggio che già allora era vecchio e logoro ed era stato abbandonato a favore del Basic. Quindi, se uno ci pensa: a che serve fare una scuola se inizi a studiare una cosa che già in quel momento non si usa? Quegli studenti, una volta usciti dalla scuola, cosa ne sapevano del Basic o del linguaggio C che sarebbe uscito di lì a poco? 

E quindi ecco che si crea una catena di fallimenti. La scuola è un fallimento perchè insegna male e in certi istituti non si insegna quello che poi serve nel mondo del lavoro; l'università idem, dato che non ti mette in contatto con le aziende (parlo di regola generale, qualche eccezione c'è, ovviamente); ed infine il mondo del lavoro, che è un fallimento perchè gli imprenditori non hanno le basi per fare gli imprenditori. Sono solo persone ricche che, per il fatto di avere soldi, credono di poter fare quello che vogliono con i loro lavoratori. Alla fine di tutti questi fallimenti c'è il sistema economico italiano, marcio fino al midollo ed assolutamente incapace di reggere la concorrenza con altri Paesi. E i medici sfruttati sono solo una piccola parte del fallimento italiano. Si continua a dire che l'economia italiana è forte, che la manifattura italiana fa invidia alla Germania e cose del genere; ma è falso. 

La differenza tra Italia e Germania è tutto il sistema. In Germania l'individuo inizia a studiare e viene accompagnato fino alla fine degli studi e poi fino all'azienda. E se perde il posto, gli viene lasciata la scelta se sopravvivere (sia pure a malapena) stando a casa grazie agli aiuti dello Stato oppure sforzarsi di essere aggiornato e quindi avere una nuova opportunità. In Italia nulla del genere. Il governo italiano è troppo impegnato a regalare soldi pubblici alle aziende per preoccuparsi dei lavoratori. Del resto loro sono considerati l'ultima ruota del carro; un'ultima ruota del tutto insignificante. E non è solo il governo a pensarla così. Questa mattina su La7 ho ascoltato per qualche minuto un giornalista che affermava che l'abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori non ha creato nessun problema ai lavoratori e invitava a dargli dati diversi che giustificassero l'esistenza di quell'articolo. Peccato che, una volta abolito l'articolo 18, questi dati non esistono più. Perchè anche chi viene licenziato senza giusta causa, ha più convenienza a raggiungere un accordo extragiudiziale con l'azienda sulla base di 1500 o 2000 euro piuttosto che aspettare 3 o 4 anni per avere 6000 o 7000 euro che poi andrebbero tutti all'avvocato. E non esistono dati sugli accordi extragiudiziali. 

Qualcuno intende fare qualcosa? Visto che siamo a pochi mesi dalle elezioni, vogliamo pretendere dai politici che facciano qualcosa in questo senso? Ovviamente no. Perchè ognuno pensa solo a se stesso. Quindi al massimo si preoccupa di trovare la raccomandazione giusta per poter entrare in una azienda e avere uno stipendio decente. Il che è esattamente quello che fa più comodo agli imprenditori, che così possono contare sul "divide et impera" che funziona da sempre e sempre funzionerà, finchè la gente è così idiota da pensare solo alla propria individualità. 

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di Antonio Rispoli
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