Editoriali / L'opinione

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"Siamo tutti Sallusti"? Ma neanche per sogno


'Siamo tutti Sallusti'? Ma neanche per sogno
27/09/2012, 15:57

Ieri, quando è stata resa nota la condanna a 14 mesi di reclusione per il direttore del Giornale Alessandro Sallusti, si è avuta la strumentalizzazione prevista: interventi in TV, telefonicamente, e dichiarazioni alla stampa per dire che lui era una povera vittima dei cattivissimi magistrati (sia quello che l'aveva querelato che gli altri che l'avevano condannato in primo, secondo e terzo grado). Alla stessa maniera tutti i politici che si affannavano a dire che era necessario cambiare la legge e che ce l'avevano tutti col povero Sallusti, erano uno spettacolo raccapricciante. 
Ma a scandalizzarmi, e non poco, è stato il presidente dell'FNSI, Franco SIddi, che nel suo intervento, per esprimere la sua solidarietà ha detto: "Oggi siamo tutti Sallusti". Eh, no, un attimo. Sallusti ci sarai tu.
Certo, io non sono un giornalista conosciuto. Non scrivo su giornali importanti di diffusione nazionale, nè mai nessuna Tv nazionale si sognerebbe di invitarmi ad un talk show. Quindi la mia opinione e la mia parola vale poco. Ma io non mi sento un Sallusti. Per me il giornalismo non è pensare a come diffamare tizio o caio. E soprattutto, io non mentirei mai ai miei lettori, dicendo (ammesso che mai andrè in TV) o scrivendo il falso, mentre Sallusti lo fa in maniera naturale. Da cosa lo deduco questo? Beh, basta leggere gli articoli che escono sul Giornale. Quante volte sono usciti articoli che per esempio descrivono i processi in maniera molto distante dalla realtà? Per esempio, il fatto di dire che, nel processo in cui Berlusconi era accusato di aver corrotto David Mills, era una dimostrazione della malafede dei giudici contro l'ex premier la decisione di cancellare molti testimoni della difesa. Invece è una cosa normalissima: si trattava di testimoni irrintracciabili, che vivevano all'estero e che si erano occupati di gestire i conti all'estero delle società di Berlusconi. Se i magistrati avessero accettato, avrebbero dovuto mandare la richiesta all'Intyerpol, che avrebbe dovuto contattare la Polizia di questi posti (tipo Cayman, Isole Vergini, Santa Lucia, ecc. ecc.) e chiedere loro di investigare per trovare queste persone. Ammesso che l'aessero fatto (e di solito non collaborano), i testimoni avrebbero dovuto essere presi e messi a forza su un aereo diretto in Italia. Per poi arrivare e, magari, rifiutarsi di rispondere perchè si possono avvalere del segreto bancario. E' chiaro che una cosa del genere si fa solo se il testimone è assolutamente essenziale e non se ne può fare a meno. Secondo i giudici, se ne poteva fare a meno. E quindi è normale che li abbia cancellati. 
Ma l'esempio più grosso della faccia tosta di Sallusti lo si ebbe in Tv, in una puntata di Ballarò, quando disse ad Antonio Di Pietro che lo scoop del Corriere della Sera del 1994, l'articolo in cui si anticipava lò'invio dell'avviso di comparizione per Silvio Berlusconi, era stato fatto grazie al fatto che qualcuno dall'interno dela Procura aveva passato all'esterno il mandato stesso. Ora, di per sè la cosa non è impossibile. Praticamente in ogni Procura c'è qualche cancelliere o qualche usciere che, in cambio di una mancia, fa uscire questi documenti. In qualche caso possono essere gli stessi poliziotti o carabinieri. Ma in quel caso era una menzogna. 
Per capirlo, basta andarsi a rileggere l'articolo in questione con il mandato stesso. Innanzitutto nell'articolo si parla di avviso di garanzia mentre si trattava di un mandato di comparizione. La differenza non è da poco: l'avviso di garanzia significa che uno è indagato, che è sospettato dio un reato. Invece l'avviso di comparizione può anche essere mandato ad un testimone. E infatti Berlusconi in quel momento era un testimone. Per capire perchè ricostruiamo i fatti. ALl'epoca la Procura di Milano stava seguendo una pista, di alcuni elementi della Guardia di Finanza che intascavano mazzette. Per scoprire da chi, i magistrati misero sotto controllo i telefoni dei finanzieri. Un giorno intercettano una telefonata in cui uno dei manager della Fininvest dice al finanziere di non dire nulla ai magistrati e sarebbe stato ricompensato per il suo silenzio. E da dove telefona? Dalla cosiddetta "batteria" di Palazzo Chigi, cioè dal centralino. E che ci faceva? Era appena uscito dall'incontro con Berlusconi. Allora, a quel punto è lecito sospettare che i due avessero discusso proprio di quello? E' chiaro che serve qualcosa in più. E quindi da qui l'idea: chiamare a testimoniare sia il manager che Berlusconi, fare più o meno le stesse domande ad entrambi e valutare in base alle risposte l'attendibilità di entrambi. Per questo c'era l'avviso di comparizione: per impedire che le risposte vengano concordate, bisogna interrogarli contemporaneamente, ad ora e lugo stabilito dai magistrati. 
Quindi c'era un avviso di comparizione per verificare se Berlusconi ne sapesse qualcosa o no e non uno di garanzia. Poi nell'articolo c'era un altro gravissimo errore: si parlava di due tangenti, mentre nell'avviso si parlava di tre tangenti. Come mai il giornalista che ha scritto l'articolo ha fatto un errore simile? Immagino una possibile risposta: "Ha fatto così per nascondere che avevano il documento tra le mani". Beh, in questo caso ha decioso di segare via un bel pezzo dell'avviso di comparizione. 
 Però a questo punto una domanda è obbligatoria: non è che per caso c'era qualcuno che sapeva che in quel documento si parlava di due tangenti? Guarda caso c'era. E, sempre guarda caso, era proprio Berlusconi. Infatti i magistrati di Milano avevano predisposto la consegna dell'avviso di Garabnzia a Roma, perchè sapevano che in serata l'allora premier sarebbe tornato nella capitale. Invece all'ultimo momento Berlusconi decide di rimanere a Napoli, dove aveva partecipato ad un convegno internazionale sulla giustizia (e, visto quello che si è saputo dopo, magari ci era rimasto perchè gli avevano organizzato un bunga bunga con un po' di formose ragazze campane). I carabinieri incaricati di consetgnargli l'atto a Roma, non trovandolo, decidono di fargli una cortesia e cominciano a leggerlo. Berluscopni ascolta della prima tangente, asscolta della seconda e butta giù il telefono. Ora, è chiaro che non posso mica accusare Silvio Berlusconi di aver passato le notizie al Corriere della Sera, ma conoscendo il tipo, l'avrà detto a tutti quelli che incontrava che i magistrati di Milano ce l'avevano con lui. E qualcuno del suo entourage magari ha avvertito il giornale. Nulla di strano, in questo senso. Il punto è: è più credibile una ricostruzione del genere, per quanto deduttiva, oppure l'idea che un giornalista esperto ha un documento tra le mani e lo storpia nelle sue parti essenziali come ha voiluto farci credere Sallusti?
Mi sono dilungato in queste spiegazioni, ma era necessario, per far capire con quanta facilità Sallusti mente ai suoi lettori e a chi lo segue in TV. Una cosa eticamente scorretta: io posso anche dire una cosa sbagliata, ma devo essere convinto di quello che scrivo (e quindi poi si sbaglia perchè non si sopno avuti i dati esatti, perchè c'era fretta, ecc.). Io, come giornalista, non mi sogneremi mai di scrivere una cosa falsa sapendo che è falsa. Cosa che Sallusti ha lasciato che fosse fatto. Perchè nell'articolo per cui è stato condannato c'era scritto che una ragazza di 13 anni era stata costretta a subire l'aborto. "Si divincolava, non voleva", viene scritto. In realtà la legge 194 è chiarissima: l'aborto non si può fare senza l'assenso scritto di chi subisce l'interventio, non importa che età abbia. E sui documenti di allora c'era la firma della ragazza, della madre e del magistrato tutelare al posto del padre (che è stato informato dopo della faccenda. 
Io non farei mai una cosa del genere. Per questo io non sono Sallusti, e io non voglio che la legge venga modificata. O meglio, vogliamo modificarla? Benissimo: si stabilisca la regola che mnon si può fare una causa civile contro un giornalista senza essere passati per un tribunale penale. Infatti oggi molti, per censurare l'attività di indagine dei pochi giornalisti che ancora lo fanno, presentano cause civili di risarcimento danni per cemntinaia di migliaia di euro o per milioni di euro. La causa civile ha una differenza fondamentale con il processo per diffamazione: il fatto se il giornalista abbia scritto il vero o meno, nella causa civile non conta. Conta se si è arrecato un danno svelando una cosa che nessuno sapeva. Per cui se io giornalista dovessi scoprire che l'azienda XY vende prodotti adulterati e ci faccio un articolo prima che ci sia una segnalazione alle forze dell'ordine, io posso essere condannato a risarcire la società XY. Invece, passiamo tutto per il penale, che un processo penale stabilisca se è stato scritto il falso o meno. Perchè è quello l'unico discrimine che ci deve essere. 
Un'ultima nota: Alessandro Sallusti, insieme a Vittorio Feltri sono stati i più grandi sostenitori della legge, proposta dal Pdl e sostenuta anche dalla Lega, per mettere in  galera i giornalisti che scrivono una cosa vere, cioè le intercettazioni telefoniche rese pubbliche. A dimostrazione che la coerenza non abita da quelle parti. 

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di Antonio Rispoli
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