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Siria, ovvero la guerra di cui si sa ben poco dai giornali


Siria, ovvero la guerra di cui si sa ben poco dai giornali
20/11/2017, 15:56

Se qualcuno avesse voluto seguire la guerra in Siria negli ultimi mesi, si sarebbe trovato parecchio nei guai. Infatti, negli ultimi tempi i giornali italiani sono stati particolarmente avari di notizie su ciò che accadeva in quel Paese. E oggi, se chiedessi a cento persone qual è la situazione in Siria, dubito che avrei qualcosa di diverso da notizie frammentarie e confuse. Vediamo quindi di spiegare qual è la situazione attuale. Ma chi non conosce la Siria, è meglio che legga questo articolo con una cartina del Paese a portata di mano. 

In questo momento, lo Stato Islamico è estremamente indebolito. Aveva occupato la parte nord e la parte nordorientale della Siria, nel suo momento di massima espansione. Ma a nord è andato a stuzzicare i curdi, che hanno reagito con decisione e hanno respinto gli attacchi. Contemporaneamente, l'esercito siriano ha colpito le milizie da sud, smantellandone le difese. Ricordate le bufale che raccontavano i giornali sull'aviazione siriana che bombardava per divertimento i cittadini siriani e gli ospedali ad Aleppo? In realtà gli attacchi erano diretti sui bunker e i depositi che lo Stato Islamico aveva creato in città, per favorire poi l'attacco via terra dell'esercito. E Aleppo è stata la prima grande città a cadere. Poi l'esercito si è diretto verso est, conquistando una città dopo l'altra e costringendo le milizie jahidiste a ritirarsi a Raqqa. Mentre l'esercito contuinuava ad attaccare da sud, i curdi facevano lo stesso da nord, creando una tenaglia (non volontaria, non ci sono buoni rapporti tra curdi e l'esercito siriano) che ha indebolito lo Stato Islamico. Fino alla conquista di Raqqa, che ha segnato la fine dell'esercito di Al Baghdadi. 

A quel punto, le truppe rimanenti si sono dirette verso sud est, per cercare di riparare in Iraq, ma hanno subito una nuova sconfitta ad Abu Kamal città che sorge in una zona desertica vicino al confine. Qui circa 2000 miliziani sono fuggiti disperdendosi nel deserto, ma ormai la loro pericolosità è vicina allo zero. Naturalmente c'è tutto il seguito di morte e distruzioni che le milizie dello Stato Islamico hanno lasciato dietro di sè, comprese le fosse comuni trovate sia in Siria sia in Iraq. Un pericolo che non è completamente scomparso: grazie agli Usa, lo Stato Islamico ha ancora dei "santuari" in Iraq (in gergo militare, i "santuari" sono zone dove gli eserciti irregolari come quello dello Stato Islamico sono al sicuro da eventuali attacchi nemici), e qui può ricostituirsi, se riesce a trovare altri fanatici da addestrare. Ma ci vorranno almeno dei mesi; tempo che la Siria potrebbe cercare di utilizzare per fortificare la zona di confine (se ci riesce; non conosco il confine e non so se si presta allo scopo. Se il confine Siria-Iraq è tutto desertico, la possibilità di difendersi è molto ridotta) per impedire nuovi attacchi in futuro. 

Allora è tutto finito a favore della Siria? No. Sei anni di attacchi subiti e l'agonia siriana non è ancora finita. Infatti ci sono due problemi gravi. Il primo è la Turchia. Approfittando del fatto che curdi e siriani stavano combattendo contro lo Stato Islamico, l'esercito turco è penetrato nel nord della Siria, occupando una vasta zona a nord e a nord est di Aleppo. Parliamo di una zona grande quanto metà della Valle d'Aosta, per di più montuosa; quindi sarà difficile per l'esercito siriano riconquistarla in futuro se la Turchia non ritirerà i propri soldati di propria spontanea volontà. Il motivo di questa invasione è quello che ha convinto la Turchia a partecipare all'alleanza contro la Siria: le risorse minerarie nella zona montuosa, proprio quella occupata dall'esercito turco. E quindi non credo che Erdogan ritirerà i soldati. 

C'è poi un altro problema. Quella che possiamo definire la più grande menzogna raccontata da Tv e giornali in Italia. L'ovest della Siria, la parte compresa tra Libano e Turchia, è nelle mani di due gruppi che, anche se non ufficialmente, si coordinano tra di loro. Mi riferisco a quella che fino all'anno scorso si chiamava al Nusra ed è il gruppo locale legato ad Al Qaeda. Per chi lo avesse dimenticato, Al Qaeda è una sorta di network di terroristi; cioè una organizzazione formata da tanti gruppi che agiscono separatamente, ma si coordinano attraverso il web. E al Nusra è la loro "filiale" in Siria. Ma oggi quello è un problema minore: l'esercito siriano ha più volte colpito le loro milizie e oggi sono ridotte a poche migliaia di persone, armate per lo più con armi personali. Se dovessero sferrare un attacco, i siriani potrebbero respingerli con facilità. E nessuno ne parla di questo.

Altra cosa di cui invece sui media si parla a sproposito, è la presenza di un altro gruppo. Mi riferisco a quelli che sui giornali e in Tv viene chiamata "l'opposizione democratica (e poteva essere altrimenti?) ad Assad". Democratica, per sottolineare come il presidente siriano Bashar al Assad non sia democratico. In realtà l'opposizione democratica ad Assad è comodamente seduta in Parlamento e fa il suo dovere a suon di votazioni e di emendamenti. Quella che i giornali chiamano "opposizione" è in realtà un esercito di mercenari, chiamato anche "Esercito libero siriano" (ELS) oppure all'inglese "Free Syrian Army" (FSA). Comunque lo si chiami, resta un esercito di mercenari, raccolti dagli Usa in mezzo mondo. Si sono addestrati in Turchia, in alcuni falsi campi profughi creati sin dal 2011, mentre gli Usa hanno provveduto a portare loro le armi. A finanziare il tutto sono stati l'Arabia Saudita e, all'inizio, il Qatar; poi tra questi due Paesi sono sorti dissidi che hanno portatoall'isolamento del secondo Paese. Gli Usa hanno provveduto anche a fornire gli addestratori, contractors di una società (la ex Blackwater) espulsa dall'Iraq per le violenze sui civili a cui erano soliti abbandonarsi i suoi membri. 

Anche l'ELS, dopo un primo periodo di successi militari, ha subito pesanti sconfitte. Ma loro vengono protetti: la Turchia infatti sin dal 2012 ha schierato al confine batterie di missili Patriot (gentilmente forniti dagli Usa) in grado di abbattere sia aerei che missili. E questo ha impedito all'aviazione siriana di supportare gli attacchi, che ad un certo punto si sono dovuti fermare: le truppe avrebbero subito troppe perdite. Contemporaneamente, gli Stati Uniti hanno cominciato a fare pressioni per costringere la Siria ad accettare una soluzione diplomatica. Pressioni che sono state fatte anche mediante l'Onu. Peccato che la cosiddetta "opposizione" abbia dei rappresentanti che chiedono una sola cosa. Cioè che Assad lasci il potere e si prepari a nuove elezioni, gestite dall'Onu. Nel frattempo, il governo del Paese sarebbe gestito da tre persone, che vengono definiti come "i capi dell'opposizione". In realtà sono tre cittadini statunitensi, tre imprenditori, con doppio passaporto avendo i genitori nati in Siria. Naturalmente, una volta che Assad si piegasse al diktat e lasciasse il potere, che garanzie ci sono che questi tre organizzeranno nuove elezioni e che le elezioni saranno regolari? Nessuna. Ed essendo tre persone legate agli Usa, è facile immaginare di chi faranno gli interessi. 

Ma quali sono gli interessi che hanno potuto portare alla guerra in Siria? Ce ne sono diversi. C'è un interesse diverso per ogni Paese coinvolto dietro le quinte. Innanzitutto gli Usa, che vogliono controllare la Siria per togliere all'Iran l'unico alleato nella zona. E' un modo come un altro per indebolire Teheran, che gli Usa da 40 anni considerano nemico. Inoltre, permette di concentrare truppe in Iraq per un eventuale attacco militare all'Iran da quel confine, senza temere l'attacco alle spalle da parte dell'esercito siriano. Infine, la stessa Siria può essere un'altra base, oltre all'Iraq, per attaccare l'Iran. Come si vede, sono diversi obiettivi di geopolitica. Naturalmente, i dettagli sono decisi dal singolo Presidente di volta in volta; ma la linea aggressiva contro l'Iran è stata una costante sin dai tempi di Carter e di Khomeini. 

Per la Turchia e per Israele invece gli obiettivi sono territoriali. La Turchia vuole mettere le mani sulla parte montuosa a nord della Siria, il cosiddetto Kurdistan siriano, che è ricco di miniere e ha anche qualche giacimento di petrolio. Inoltre, data la guerra che Erdogan ha scatenato contro i curdi, l'idea di togliergli quel "santuario" per poter sferrare attacchi militari più decisivi lo attira molto. Israele invece, dopo aver preso nel 1967 le alture del Golan, ha cercato più volte in passato di conquistare le zone fertili che sono alla base di quelle alture. Sono un territorio ideale per la costruzione di nuove colonie. Naturalmente questo come soluzione provvisoria, in attesa di inglobare anche il resto della Siria in quanto facente parte di quello che i sionisti chiamano "il Grande Israele", cioè tutti i territori che secondo il Talmud in passato sono stati abitati o controllati dagli ebrei. 

Per l'Arabia Saudita è un discorso a metà tra religione e politica. Da una parte c'è la questione tra sciiti e sunniti, la principale divisione che esiste all'interno del mondo islamico. l'Iran è un Paese a maggioranza sciita, mentre l'Arabia Saudita è a maggioranza sunnita. E le due correnti sono in contrasto su una serie di punti teologici. Poichè l'Iran è l'unico grande Paese a maggioranza sciita, se venisse distrutto lo sciismo diventerebbe una minoranza trascurabile in tutto il mondo. Insomma, sarebbe una vittoria religiosa. Se a questo aggiungiamo che la Siria è un Paese fondamentalmente laico, mentre l'Arabia è un Paese dove la religione è vissuta in maniera piuttosto estremista, si capisce bene che la vittoria dell'Arabia Saudita sarebbe doppia: eliminazione di un altro Paese dove far arrivare la visione waabita dell'Islam (la corrente sunnita più diffusa in quel Paese, molto estremista) ed indebolimento dell'Iran. Ma contemporaneamente c'è la questione della supremazia politica. Sia l'Arabia Saudita che l'Iran cercano di imporre il proprio controllo politico sui Paesi del Medioriente. Ed è una competizione abbastanza alla pari. Ma è chiaro che eliminando la Siria e lasciando l'Iran senza alleati, si indebolisce anche l'influenza dell'Iran sui Paesi limitrofi. 

Come si vede, ognuno ha i suoi motivi. E' facile immaginare che, se Assad venisse deposto e il suo posto venisse preso dagli uomini scelti dagli Usa, per prima cosa permetterebbero alla Turchia di avere il nord del Paese e ad Israele di avere l'ovest. Il resto diventerebbe una ottima base per l'addestramento di mercenari o per un rinascente Stato Islamico (magari con altro nome). Ed infine, partirebbero all'attacco dell'Iran, che rimane scoperto anche ad oriente, dato il suo confine con l'Afghanistan, proprio nella zona in cui ci sono alcune basi statunitensi. Naturalmente, una volta conquistato anche l'Iran o comunque eliminato lo Stato Islamico, la Siria diventerebbe terreno per Israele e le sue colonie. Un piano molto evidente. Certo, costerebbe milioni di morti, oltre a quelli che ci sono già stati, ma tanto a chi importa? Chi organizza e scatena una guerra tende a non occuparsi molto delle vittime innocenti. 

Il problema della Siria è che è circondata da nemici. A nord c'è la Turchia, a ovest Israele, a est l'Iraq (che è controllato dagli Usa) e a sud la Giordania, che per quieto vivere preferisce non prendere posizione. Ma proprio per mantenere il suo quieto vivere non credo che opponga resistenza al fatto di fungere da base per un attacco alla Siria. Magari anche solo concedendo i propri aeroporti vicino al confine per un attacco aereo. Nè l'Iran può fare molto per aiutarla militarmente: non ha zone di confine in comune, tutto ciò che viene trasferito via terra dall'Iran alla Siria deve passare o attraverso l'Iraq o attraverso la Turchia. Certo, ha mandato gli Hezbollah (che sono truppe leggere, formate solo da soldati semiaddestrati armati di mitra) perchè può caricarli su un aereo di linea; e magari mettere i mitra in containercaricate su un aereo cargo. Ma non può caricare per esempio su un aereo cargo una divisione di carri armati. Quindi la situazione della Siria è estremamente delicata. E chi crede che la diplomazia possa fare qualcosa, è in errore visto che, come abbiamo visto, l'unica diplomazia al lavoro è quella dell'Onu contro i cittadini siriani.

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di Antonio Rispoli
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