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Sulcis ed Alcoa: due situazioni da affrontare drasticamente


Sulcis ed Alcoa: due situazioni da affrontare drasticamente
13/09/2012, 14:09

La SArdegna in questi giorni sta vivendo due gravi emergenze lavorative: la prima è quella della miniera del Sulcis, che rischia di chiudere, dato che produce un carbone quasi inutilizzabile (troppo pieno di zolfo, brucia troppo velocemente per essere utile, oltre ad emettere troppi gas nocivi), e quella dell'Alcoa, che produce composti dell'alluminio. Due diversi casi in cui gli operai stanno lottando per mantenere il loro posto di lavoro; una scelta obbligata dato che, in quelle zone, non è che ci sono molte alternative. 
Ma sono anche due casi di industrializzazione sbagliata fatta per puri motivi elettoralistici. Infatti la miniera di carbone del Sulcis non ha mai reso un solo centesimo, è sempre stato un pozzo in cui sono stati versati ingenti quantità di denaro. Il carbone viene utilizzato dall'Enel nelle sue centrali elettriche; ma prima deve essere mescolato con quantità ancora maggiori di carbone acquistato all'estero, perchè non è adatto alle centrali stesse. Quindi, continuare ad estrarre carbone, a che serve? Oggi si vaneggia di una centrale a carbone pulito, una tecnologia che non esiste, che è in via di studio e che non si sa se e quando verrà completata.  
Discorso simile per l'ALcoa. Le operazioni richiedono ingenti quantità di energia e il mercato non è in grado di ricompensare lo sforzo economico della società. Se finora l'Alcoa ha continuato a produrre era perchè l'energia gli veniva praticamente regalata dallo Stato italiano. Ma l'Europa ha considerato questo un aiuto di Stato e quindi l'ha proibito; altrimenti scatterebbero pesantissime multe. Ora si parla di cessione ad altre aziende, ma anche per loro si presenterebbe lo stesso problema. 
Allora cosa fare? Per lo Stato italiano, la situazione più economica è anche la più drastica: chiudere tutto e tenere i lavoratori in cassa integrazione a zero ore finchè non siano andati in pensione oppure finchè non si sia riuscita a creare in quella zona una economia che è in grado di andare avanti senza aiuti. So che può sembrare una decisione drastica e magari ingiusta verso gli operai ma è quella più realistica. Tanto, soldi buttati per soldi buttati, tanto vale darli direttamente agli operai. Si spende di meno. 
Ma questo è un esempio (e non certo l'unico) del come ha sempre funzionato l'economia italiana. Non lo sfruttamento di ciò che c'è sul luogo, ma semplicemente palate di soldi pubblici che vanno nelle tasche di qualcuno che conosce le persone giuste per scavalcare la burocrazia. Ma attenzione: la stessa persona poi si rompe le scatole di stare lì e se ne va con la stessa facilità.
E' quello che è successo anche con la Fiat. Gli stabilimenti di Pomigliano d'Arco, in provincia di Napoli, di Melfi, in provincia di Potenza, e di Termini Imerese, in provincia di Palermo, la Fiat non ci ha messo un centesimo. Gli stabilimenti di Termini e di Melfi sono stati costruiti a spese dello Stato italiano, mentre quello di Pomigliano è un complesso costruito nel 1938 e che era di proprietà dell'Alfa Romeo. Quando la società venne regalata alla Fiat per salvarla dal fallimento, la società torinese ebbe anche la fabbrica di Pomigliano. Ed oggi stanno chiudendo tutte e tre. Termini Imerse è stata abbandonata già alla fine del 2011; Pomigliano ha subito pesantissimi tagli del personale, tanto che oggi lavorano 2000 persone copntro le 5500 di due anni fa; e per di più sono in cassa integrazione una settimana o due al mese. Questo mentre si moltiplicano le voci che vogliono il trasferimento della produzione della Panda, l'unico modello costruito a Pomigliano, altrove. In quanto a Melfi, è semrpe sull'orlo della chiusura, appesa ad un filo così sottile, che più sottile non si può. 
E' questa l'economia con cui vogliamo essere nei primi dieci del mondo? Questo sistema? Una cosa impensabile. E' chiaro che deve essere fatat pulizia, cacciando tutti coloro che vivono solo ed esclusivamente grazie agli aiuti pubblici. Ogni anno lo Stato italiano spende oltre 200 miliardi per aiuti pubblici alle industrie, che vanno da finanziamenti a contributi a sussidi di vario tipo (nella cifra sono compresi anche quei contributi che vengono prelevati dalle nostre tasche, come i soldi che dalle nostre bollette elettriche vengono presi e dirottati negli inceneritori). Una parte di questi soldi finiscono nelle tasche di persone incapaci di fare imprenditoria e che si limitano a guadagnare grazie ai soldi pubblici. Ma perchè bisogna sopportare questa situazione? Perchè soldi che potrebbero essere utilizzati in maniera seria e produttiva per ospedali, scuole, pensioni, sussidi di disoccupazione, ecc. devono finire nelle tasche di incapaci arricchiti solo perchè non possono rinunciare alla limousine e alla loro flotta aerea? Questo governo dice di voler fare delle riforme? Benissimo: contributi azzerati tranne che per quei settori che sono in espansione e solo per aiutare i cittadini a coprire i costi di acquisto di quel bene o quel servizio dato che - come è noto - all'inizio un nuovo prodotto ha sempre un prezzo più alto perchè la società prevede di vendere pochi pezzi e quindi deve aumentare il ricarico sul singolo pezzo. Ma anche questo, come contributo temporaneo. Passato un adeguato periodo di tempo (che dipende dal prodotto, ovviamente: tegole a risparmio energetico richiedono più tempo per affermarsi, rispetto ad un nuovo tipo di rasoio), anche lì i contributi vanno interrotti: un prodotto se non è in grado di affronate il mercato, è meglio che sparisce. 
 Inutile dire che questo discorso non vale per i servizi pubblici essenziali. Acqua, trasporto, luce, telefono (anche con INternet nella versione a banda larga), ecc. vanno garantiti a tutti. E se è necessario un contributo pubblico, è giusto che ci sia. Ma anche qua, a precise condizioni. Non esiste che le società pubbliche paghino stipendi da decine di migliaia di euro al mese o liquidazioni da decine di milioni, a meno che non siano soldi che quella persona fa guadagnare all'azienda lavorando sull'efficienza del sistema. Allora in quel caso se li è anche meritati. Ma in caso contrario, va pagato il minimo sindacale, se le sue capacità sono minime. 

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di Antonio Rispoli
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