Editoriali / L'opinione

Commenta Stampa

Tre anni fa con il referendum sulla Brexit gli inglesi sono nei guai


Tre anni fa con il referendum sulla Brexit gli inglesi sono nei guai
25/06/2019, 15:55

Il 23 giugno 2016 tutti gli abitanti della Gran Bretagna vennero chiamati ad un referendum, se restare nell'Unione Europea o meno. Ma come si era arrivati a questo punto?

Tutto nasce dalla situazione di quel periodo all'interno del partito conservatore, con David Cameron che vedeva la sua leadership minata da dissapori interni. Tra i vari argomenti su cui c'erano discussioni c'era anche il ruolo della Gran Bretagna nella Ue, ma non era l'argomento principale. Ad un certo punto Cameron tirò fuori il referendum come una minaccia. Il suo piano fu evidente sin da subito. Cioè indire quel referendum, perderlo e poi dire a chi lo ostacolava: "Avete visto cosa mi avete costretto a fare? Per dare retta a voi ho perso il referendum e ci ho rimesso consenso. Adesso smettetela di darmi fastidio altrimenti perdiamo altro consenso e diamo la vittoria agli altri partiti". E infatti la campagna elettorale di Cameron fu quanto meno debole, per usare un eufemismo. L'unico argomento usato era: "Se usciamo dalla Ue, non dobbiamo più pagare 6 miliardi di sterline l'anno e possiamo usare quei soldi per il sistema sanitario nazionale". 

Per quanto la cosa lo potesse sorprendere, alla fine Cameron vinse. Quell'unico argomento, insieme alla debolezza dei tories, fu sufficiente a garantire la vittoria al "leave" (lasciare l'unione Europea). Che la cosa avrebbe creato problemi, Cameron lo capì sin da subito. Tanto è vero che subito dopo la vittoria al referendum dette le dimissioni. Mentre i britannici cominciavano ad accorgersi che qualcosa non andava: le agenzie di rating declassarono la Gran Bretagna, che per la prima volta nella sua storia perse la qualifica AAA, il massimo della affidabilità; a luglio ci fu una svalutazione della sterlina del 15% (in parte poi recuperata) che provocò un picco di inflazione in quello stesso mese con un +0,7% in un solo mese. Mentre al posto di Cameron veniva eletta Theresa May a capo dei conservatori. 

E qui inizia la seconda fase, quella delle trattative con l'Unione Europea. Che anche la May sapesse che non sarebbero stati facili, lo dimostra il fatto che aspettò a lungo, prima di mandare alla Ue la notifica per avviare l'uscita. Aspettò ben 9 mesi dopo il referendum, cioè fino al 29 marzo 2017. E da allora cominciarono le trattative. Se si vanno a prendere i giornali di quei giorni, si legge quale fosse la road map secondo la May: "Ci sono tre o quattro questioni preliminari che sistemeremo entro agosto; poi passeremo alla discussione dei rapporti economici tra Gran Bretagna e Ue dopo la Brexit". Facile no? Peccato che non fu proprio così facile. Tra le questioni preliminari c'era il regime giuridico delle persone nate nell'Unione Europea e che lavoravano in Gran Bretagna; una questione preliminare che venne risolta solo a fine 2017, per di più con una soluzione pasticciata di compromesso. Per cui queste persone sono soggette al regime britannico, ma possono appellarsi ai principi dell'Unione Europea. Una ituazione che creerà parecchi contenziosi. 

E poi naturalmente c'è la questione Irlanda, spinosissima. Non sono passati così tanti anni da quando inIrlanda del Nord esplodevano bombe nei pub o nelle auto, nella guerra tra l'IRA cattolica e i protestanti. Una guerra che finì con una serie di accordi (chiamati "Gli Accordi del Buon Venerdì") che prevedevano tra le altre cose il divieto di creare barriere fisiche tra l'Irlanda del Nord (che è una regione del Regno Unito) e la Repubblica d'Irlanda, che è uno degli Stati della Ue. Ora, finchè entrambi i Paesi erano nalle Ue, nessun problema: grazie al trattato di Schengen c'era la libera circolazione di persone e merci. Ma adesso che la Gran Bretagna esce dalla Ue, si crea una frontiera, di fatto. Anche senza una barriera fisica, c'è un confine che prima non c'era. E se non si giunge ad un accordo, ci saranno dazi su alcune o tutte le merci. E senza una barriera fisica dove i camion si fermano e si fanno controllare, come si fa a controllare quali dazi si possono apporre? 

Come si vede è una contraddizione insanabile. Per quiesto l'Unione Europea, nel suo tentativo comunque di andare incontro alla Gran Bretagna ha proposto di lasciare la situazione così com'è, lasciando di fatto l'Irlanda del Nord nella Ue. Una soluzione che non è piaciuta a molti dei partiti britannici, che vedono il pericolo che la situazione sia talmente allettante da convincere l'Irlanda del Nord a fare un referendum per staccarsi dal Regno Unito. Una possibilità che è vista con orrore dai britannici. Al punto che è stato questo il punto su cui si è incagliato di fatto il voto di tutti gli accordi portati dalla May in Parlamento. La contro proposta del partito conservatore è quello di usare sistemi ad alta tecnologia per fare i controlli, senza barriere fisiche. Già, ma quali? Non esiste un sistema del genere oggi. Servirebbe una sorta di macchina a raggi X che faccia una scansione di tutto quello che c'è all'interno di un camion o di un container e riesca a dividere ogni singola scatola contenuta all'interno per contenuti. Non c'è nulla del genere, attualmente, a disposizione. 

E ora le previsioni sono di una "hard Brexit", cioè di una Brexit senza nessun accordo. La May si è dimessa e tutti i suoi candidati alla successione (a cominciare da Boris Johnson, che è il favorito) sono per uscire dalla Ue senza accordi. Ma quale sarà il prezzo da pagare? Questa è una cosa di cui nessun politico sostenitore della Brexit parla in Gran Bretagna. Mentre durante la campagna elettorale sul referendum del 2016 l'unico argomento era proprio il prezzo che la Gran Bretagna non avrebbe più pagato (secondo Cameron) uscendo dalla Ue. Come mai l'argomento è sparito? Come mai nessuno ne parla più? 

Uno dei pochi a parlarne è stato il governatore della Bank of England. Che ha detto che ci sarà un calo del Pil dello 0,3-0,5% all'anno per i prossimi 5 anni (e già attualmente la Gran Bretagna è ultima in Europa come crescita, a parte l'Italia). Che ci sarà un aumento della disoccupazione del 50% rispetto ad adesso. La Bank of England ha cominciato già nel 2017 con un quantitative easing (cioè l'acquisto di titoli di Stato e bond da privati) da 20 miliardi l'anno per 5 anni. Una misura per sostenere l'economia britannica, che per ora funziona. Ma tutte le società britanniche e quelle straniere con sede a Londra hanno già annunciato il trasferimento altrove. Addirittura i Lloyd's di Londra hanno annunciato che si trasferiranno sul continente, riducendo enormemente il personale in Gran Bretagna. Ripeto, parlo dei Lloyd's di Londra. cioè la più grande società di assicurazione del mondo per le imprese, una sorta di istituzione in Gran Bretagna. Eppure anche loro se ne andranno. E più o meno tutti gli altri. Per questo il governatore della Bank of England già nel 2017 disse che una hard Brexit sarebbe stato il più grande dramma per l'economia britannica dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. E non si può certo dire che sia contro i britannici, visto che lui stesso lo è. 

In realtà, tutta la vicenda della Brexit dimostra quanto sia pericoloso affidarsi ai populisti. Cameron puntò sul populismo per vincere il referendum (anche se non era quello che voleva); la May per mantenere il consenso (il che è un'altra forma di populismo) si è presentata alle trattative con la Ue con l'atteggiamento del: "Datemi tutto quello che chiedo e andremo d'accordo". Atteggiamento che ovviamente non le ha permesso di trovare un atteggiamento benevolo. E anche se la Ue le è andata incontro, lo ha fatto per non fare la figura dei cattivi, non perchè gli europei volessero aiutarla. Tanto è vero che quando la May, arrivata a marzo 2019, ha cominciato a chiedere proroghe, si è trovata di fronte un muro di no che solo con difficiltà (e grazie alla Germania) è riuscita ad aggirare ottenendo una proroga fino al 31 ottobre. Ed ora è per populismo che Johnson e gli altri candidati a succedere alla May promettono che non ci sarà alcuna proroga alla Brexit e che puntano alla hard Brexit. Ma se le cose andranno male, saranno Cameron, May e Johnson a pagarla? Assolutamente no. Sono persone benestanti, se non ricche. Quindi potranno facilmente andare all'estero...

Commenta Stampa
di Antonio Rispoli
Riproduzione riservata ©