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Uscire dall'euro? Oggi viene dimostrato perchè non conviene


Uscire dall'euro? Oggi viene dimostrato perchè non conviene
12/02/2014, 13:42

Una notizia quasi banale, presa dal mercato dei titoli di Stato oggi 12 febbraio 2014: il Tesoro ha messo all'asta 8 miliardi in Bot con scadenza ad un anno. C'è stata una richiesta di oltre 13 miliardi ed i rendimenti sono scesi allo 0,676%, un minimo storico. 

Questa è la notizia. Che, a chi non opera abitualmente in Borsa, può non dire nulla. Quindi adesso analizziamola a vantaggio di chi non conosce la materia. Innanzitutto, come si stabilisce il tasso di interesse? Possiamo dire che il tasso di interesse massimo richiesto sui titoli che lo Stato ha accettato di vendere. Spieghiamoci con un esempio. Diciamo che c'è la banca A che chiede 3 miliardi di Bot con un interesse dello 0,546%, la banca B che ne chiede 5 miliardi allo 0,676%, la banca C che chiede 2 miliardi allo 0,723%, la banca D che ne chiede 6 miliardi allo 0,784%. E lo Stato decide di accettare solo le prime due richieste, perchè così arriva a quella quantità - 8 miliardi di titoli - che aveva deciso di piazzare. Ovviamente io ho semplificato con sole quattro banche, ma in realtà le richieste vengono da decine di operatori economici diversi: banche, società finanziarie, privati, fondi, ecc. 

Ma da dove esce quel tasso di interesse? Cioè perchè una banca chiede lo 0,546%, un'altra lo 0,676% ecc.? Si tratta di una valutazione, che è basata su due valori. Il primo è il rischio-Paese. Cioè è la risposta alla domanda: quando io chiederò il pagamento di questi titoli, esisterà ancora un Paese in grado di pagarmi? La cosa non è detta: se il Paese fa default, non paga i propri debiti. Il secondo valore è il rischio-valuta. Cioè è la risposta alla domanda: quando io chiederò il pagamento di questi titoli, mi daranno banconote che valgono qualcosa oppure carta per coriandoli? Per intenderci, se sono euro, sono banconote che valgono; se sono dollari dello Zimbabwe, meglio farci coriandoli. Questi due rischi vengono valutati da esperti e trasformati in un valore numerico, che è la percentuale di interesse richiesta. 

Nel caso dell'Italia, si valuta solo il rischio-Paese. Che è comunque basso: nonostante la crisi, le potenzialità per uscirne ci sono. Ad un anno di distanza, il rischio è vicino allo zero (appunto, lo 0,676%), ma anche a 10 anni non è elevato, visto che i titoli decennali sono piazzati con un interesse del 3,66%. Significa che comunque le prospettive per il Paese sono buone, per il futuro. O almeno così è valutato dagli esperti. 

E il rischio-valuta? E' zero, praticamente. E questo grazie all'euro. Oggi le monete sono considerate più o meno solide a seconda del potere economico dello Stato che emette quella moneta. Nel caso dell'euro, il potere economico è quello dei Paesi che lo usano. Quindi parliamo della Germania, della Francia, dell'Austria, tutti Paesi che hannno un rating con doppia e tripla A e che bilanciano quei Paesi come Italia, Grecia, Spagna e Portogallo che hanno un rating da junk bonds (titoli spazzatura; termine con cui si indicano i titoli dei Paesi che hanno un rating troppo basso). Sommando quindi i due rischi, si ottengono valori bassissimi. 

E se invece uscissimo dall'euro? Beh, ovviamente il rischio-valuta aumenterebbe, dato che useremmo una moneta che è garantita solo dalla debole economia italiana. E questo porterebbe ad aumentare il rischio valuta. Che, a sua volta, rende il Paese meno stabile economicamente sul lungo termine, aumentando il rischio Paese. Quindi quale sarebbe il tasso di interesse per una Italia fuori dall'euro? Difficile valutarlo, le variabili in gioco sono troppe. Ma si può prendere in esame un dato statistico: nel mondo, tutti i Paesi che hanno un rating da junk bonds pagano tassi di interesse che partono più o meno dal 20% a salire. 

Trasformiamo questa percentuale in denaro. Prendiamo l'emissione di questa mattina fatta dal Tesoro italiano: tra un anno, noi pagheremo meno di 55 milioni di euro di interessi, in cambio degli 8 miliardi incassati. E se pagassimo un interesse del 10% (invito a notare che sto considerando che l'Italia, nonostante il rating da junk bonds, paghi la metà dell'interesse che pagano gli altri, proprio per affrontare la cosa in maniera non catastrofista)? In un anno dovremmo pagare l'equivalente di 800 milioni di euro, cioè 16 volte quello che paghiamo in realtà. 

E questi soldi chi ce li mette? Ci sono due alternative. La prima è che ce li mettano i cittadini, attraverso aumenti di tasse o tagli di spesa. Ma se su 8 miliardi la differenza sono 750 milioni, considerano che in un anno lo Stato Italiano mette sul mercato 200-250 miliardi di titoli, quante maggiori tasse o minori spese dovremmo affrontare? La risposta è semplice: almeno 20 miliardi di euro (o il loro equivalente) all'anno. Naturalmente questo se l'interesse è intorno al 10%. Se dovesse essere il 20%, allora sarebbero una quarantina di miliardi. Chi è che ha una quarantina di miliardi l'anno in tasca? 

La seconda alternativa è quella di "stampare" moneta. La parola "stampare"  è scritta tra virgolette in quanto oggi la maggior parte del denaro che esiste è elettronico, e quindi viene creato al computer. Ma qui si pone un altro problema. Se viene usato del denaro per pagare i debiti, che succede di quel denaro? Mi spiego: supponiamo che i titoli di oggi sono stati comprati tutti dalla Deutsche Bank, che ci ha versato 8 miliardi di euro. Quando tra un anno incassa, ha l'equivalente in lire (immaginando che usciamo dall'euro per entrare nella lira). A quel punto, cosa farà la Deutsche Bank di quelle lire? Niente: non è una moneta che si usa negli scambi internazionali nè serve come riserva. Quindi le metterà sul mercato, cercando di cambiarle in una moneta forte come il dollaro o l'euro. Ma per accettare che qualcuno se le prenda, dovrà offrirle ad un prezzo inferiore alla parità: se per esempio in quel momento la lira vale 70 centesimi di euro, dovrà offrire le lire a 69 centesimi o meno. Quindi la lira si svaluterebbe sempre di più, man mano che i titoli finiscono a scadenza. 

La svalutazione, a sua volta, ha delle conseguenze. Un effetto positivo è che le merci italiane sono più convenienti. Poi ci sono gli effetti negativi. Il primo è il fatto che noi non produciamo nulla, trasformiamo. Quindi, la svalutazione della lira ha l'effetto di rendere più costose le importazioni. Quali importazioni? Tutte. Per cui le auto costano di più, perchè importiamo l'acciaio e l'alluminio per farla; i computer anche, perchè importiamo i circuiti dalla Cina o dagli Usa; cellulari, palmari, idem; lo stesso per qualsiasi altra cosa. Gli unici prodotti che si salveranno parzialmente sono quelli che sono veramente "made in Italy": le arance della Sicilia, i pomodori San Marzano, la carne, la mozzarella, le mele, ecc. Ma parliamo di prodotti agricoli e basta. Tutto il resto aumenterà. A cominciare dal carburante, dato che estraiamo petrolio pari a circa il 10% di quello che ci servirebbe. Per non parlare del riscaldamento, dato che viene dal metano che importiamo dalla Russia e dalla Libia; o dell'elettricità, che produciamo per lo più con centrali a turbogas (anche questo importato). 

Più la moneta si svaluta, più i prezzi aumentano. Più i titoli vanno a scadenza e vengono pagati con moneta elettronica, più la moneta stessa si svaluta. Il tutto naturalmente senza che i salari possano aumentare: se i salari aumentano, aumentano anche i prezzi delle merci, aumentando l'inflazione, senza che i salari possano tenervi dietro, ma danneggiando gli interessi delle società italiane che esportano.

Ecco cosa significa uscire dall'euro. Siamo sicuri che sia qualcosa che convenga alle tasche di noi cittadini? 

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di Antonio Rispoli
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