Editoriali / L'opinione

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Da Silvia Ruotolo fino all'uccisione di Lino Romano

Vent'anni di faide e camorra, una guerra senza codici


Vent'anni di faide e camorra, una guerra senza codici
05/12/2012, 19:55

Raccontiamo di una città europea, civilizzata, dove succedono cose che a Beirut non si vedono neanche più. Vent’anni di morti ammazzati, venti anni di faide, di guerre, di innocenti uccisi per sbaglio, massacrati davanti agli occhi dei proprio figli, dei loro genitori, dei parenti. In mezzo alla gente che affolla le strade. In ospedale, tra i pazienti terrorizzati. Sui campi di calcetto, nelle case dove si fa festa, bloccando le ambulanze ferme nel traffico: gli uomini dei clan sparano dovunque e non si preoccupano delle conseguenze. Anche quando ci sono vittime innocenti o quando si tratta dei regolamenti nell'ambito della faida di Scampia. Un lungo elenco di omicidi dimostra che i killer, se hanno il mandato di uccidere, non si fermano davanti a niente, “complice” - forse - anche la cocaina della quale si riempiono prima di ogni azione. Silvia Ruotolo, 39 anni, l'11 giugno 1997 stava tornando a casa, all'Arenella, dopo essere andata a prendere a scuola il figlio Francesco, di 5 anni. L’altra figlia, Alessandra, di 10, li guardava dal balcone. I killer aprirono il fuoco nell'ora di punta, in una strada affollata di pedoni e di autovetture. Per Silvia non ci fu scampo. Nunzio Pandolfi non aveva ancora compiuto due anni quando, la sera del 18 maggio 1990, un gruppo di uomini armati fece irruzione nella sua casa del rione Sanità. In quel momento era in corso una festa: il padre del bimbo, Gennaro, era stato dimesso dall'ospedale dopo un incidente ed era tornato a casa. Era lui, autista del boss Luigi Giuliano, che quegli uomini volevano uccidere, ma colpirono anche il bimbo che aveva in braccio. Il primo giugno 2004 i sicari uccisero prima un guardaspalle in auto, in viale Colli Aminei, e pochi minuti dopo, sulla Tangenziale, un boss che in ambulanza veniva trasferito dall' ospedale a una casa di cura privata. Le vittime furono Giuseppe D'Amico, 30 anni, e Salvatore Manzo, 44. Incuranti delle decine di auto che passavano intorno a loro, gli assassini bloccarono l'ambulanza, fecero scendere autista e barelliere e centrarono il loro obiettivo. Il duplice omicidio, ma lo si capì successivamente, era collegato alla terribile faida di Scampia e in particolare allo scontro tra il gruppo degli Stabile e quello dei Lo Russo. Solo pochi giorni fa gli ultimi sviluppi con il fermo di cinque persone coinvolte nell'agguato. Il 21 maggio 2006 un uomo con il casco in testa raggiunse la sua vittima in ospedale: Palmiro Capasso, 49 anni, autista di ambulanze, si era sdraiato su un lettino nella stanza riservata al personale. L'uomo col casco attraversò l'ospedale con la pistola in pugno, passando tra i degenti sbalorditi, senza che gli addetti alla vigilanza lo bloccassero, poi sorprese Capasso nel sonno e gli sparò, uccidendolo. Il 6 agosto 2012 i killer fecero irruzione in un campo di calcetto a Gragnano, un piccolo centro non lontano da Castellammare di Stabia. Il loro obiettivo era Mario Cuomo, 48 anni, vecchio boss del vicino Comune di Casola: lo freddarono davanti a tutti e fuggirono indisturbati. La faida di Scampia, conseguenza dei contrasti fra i clan della camorra per il predominio nello spaccio della droga a Secondigliano e Scampia, ha avuto una prima fase nel 2004-5 ed è riesplosa all'inizio del 2012. Negli anni ha provocato decine di morti, tra cui molti innocenti come Attilio Romanò, commesso di un negozio scambiato per un nipote di boss, e Pasquale Romano, vittima di un errore di persona.

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di Valerio Esca
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