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Al centro il Forum 2013 e la letteratura del Mediterraneo

Camera di Commercio, ricerche per arte e cultura

La partnership con l'Unione Industriali di Napoli

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Camera di Commercio, ricerche per arte e cultura
31/01/2011, 15:01

NAPOLI - E' stato presentato alla Camera di Commercio di Napoli il progetto Festival delle letterature mediterranee. Ai lavori coordinati da Edgar Colonnese, presidente sezione Editoria Unione Industriali di Napoli, hanno partecipato: Luigi Iavarone, vicepresidente Camera di Commercio; Ivano Russo, responsabile Centro studi Unione industriali; Ilaria Vitellio, coordinatrice scientifica della ricerca; Maurizia Rebola, organizzatrice Salone Libro di Torino e 'Più libri più liberi' di Roma; Stefano Consiglio, docente Organizzazione aziendale Federico II; Natascia Festa, giornalista; Silvio Perrella, presidente Fondazione Premio Napoli; Fabio Del Giudice, Associazione italiana editori; Assessore comunale alle biblioteche Diego Guida; Claudio Calveri e Fabio Borghese, progetto Unesco Napoli città della letteratura. Per Colonnese questo studio “è volto a ricercare le modalità e le forme più adeguate per organizzare un Festival delle letterature euromediterranee: un'ipotesi che partendo da Napoli si connetta con le aree dell'Europa mediterreanea e le più vivaci realtà dei Sud del Mondo. Uno studio, sostenuto dalla Camera di Commercio di Napoli, attorno a cui l'Unione industriali intende aggregare gli attori dell'industria culturale in modo da svolgere un ruolo fattivo nella crescita della città coniugando impegno sociale e culturale”. Lo studio considera il Festival come dispositivo in grado di fertilizzare le risorse presenti e generare una rete di connessioni stabili a livello locale ed europeo. In tal senso, lo studio indaga le modalità attraverso cui il Festival può: catalizzare la pluralità delle risorse interne e attrarre quelle esterne, diventando occasione di networking e rinnovando l’immagine interna della città da proiettare all’esterno. Lo studio concentra l’attenzione agli attori locali e internazionali presenti nel campo della filiera della produzione culturale evidenziando come le possibili interazioni tra cultura, scienza, tecnologia e innovazione possono essere in grado di “fare sistema” sia per la realizzazione del Festival che per l’individuazione di strategie di sviluppo locale e la promozione della città sui circuiti internazionali; accompagnare e dinamizzare le iniziative in atto del Comune di Napoli, ricercando le più fertili sinergie con il Grande Programma per il Centro storico Unesco - PIU Europa e con il Forum Universale delle Culture del 2013. In particolare si analizza le modalità attraverso cui localizzando il Festival nel Centro storico di Napoli possa accelerarsi il processo di rigenerazione di questa parte di città e collegandosi con le attività e i temi del Forum Universale delle Culture possa contribuire alla sua realizzazione; trasformare eventi temporanei in realtà durature, promuovendo una piattaforma per l’hosting di iniziative volte al raggiungimento degli obiettivi definiti dalla dichiarazione di Barcellona. 

Ai nostri microfoni Eddy Colonnese, Presidente della Sezione Cultura ed Editoria dell'Unione Industriali, ha parlato dell'importanza di valorizzare la letteratura mediterranea, mettendo Napoli tra i principali punti di quello che non vuole essere solo una vetrina, ma un progetto capace di dare un valido supporto all'editoria su diversi fronti.

Lo stesso Colonnese, nelle vesti di Presidente del Consorzio Napoli Centro Antico, ha parlato della seconda ricerca, prodotta dalla stessa partnership. "Forum culture 2013. Servizi innovativi per la gestione e fruizione dei beni culturali", questo il tema della ricerca, si propone di valorizzare il centro storico di Napoli, riscoprendo quella miscela di arte e cultura che potrebbero funzionare da propellente per il turismo ma che hanno bisogno di rivivere sotto una nuova luce.




La sintesi della ricerca
Il Festival delle Letterature Euromediterranee si presenta come una iniziativa di grande respiro, capace di coinvolgere il maggior numero delle attività impegnate nella filiera della produzione culturale partenopea e di promuovere la città come fulcro della letteratura e laboratorio culturale nella geografia del Mediterraneo. È una prospettiva che guarda al festival come tattica in grado di alimentare processi di sviluppo urbano che, a partire dal tema della letteratura, prova a ri-leggere e ri-scrivere la dimensione culturale della città, nelle sue forme rappresentative ed espressive, a partire dalle sue imprese culturali, le sue risorse endogene, le sue immagini interne, le sue culture radicate nei luoghi. Il Festival, inoltre, cercando di catturare la competenza locale e l’immaginazione sociale, sollecitando e fertilizzando pratiche di riscoperta e di riappropriazione delle risorse materiali e immateriali, promuove la città a diventare piattaforma stabile per laboratori di progettazione euromediterranei, radicati nel contesto locale ma animati da una varietà di reti, lunghe e corte, che ne sorreggono e ne alimentano la sperimentazione e in cui ricercano proprie specificità di azione e di evoluzione. In tal senso la ricerca si pone l'obiettivo di offrire un quadro concettuale e analitico di riferimento per indagare come il Festival può presentarsi come opportunità, autopromossa, di mutamento della città: tattica di un processo di rigenerazione urbana innestato sulle risorse endogene e, contemporaneamente, veicolo attraverso cui promuovere l’innovazione, efficacia, competitività e realizzare territorialità nuove, ampie ed articolate. Sappiamo che da più di un ventennio gli eventi, quelli programmati dall’uomo, si presentano come potenti acceleratori di trasformazioni urbane e catalizzatori di più estesi processi di rigenerazione della città. A partire dagli anni 80 gli eventi, soprattutto i grandi eventi, sono apparsi come potenti meccanismi attraverso cui le città potevano trattare gli effetti della globalizzazione in atto. A rilanciare, infatti, nell’ultimo trentennio il ruolo degli eventi sono stati gli anni all’imprenditorialismo post-industriale (Harvey 1997), dove questi sono stati interpretati come boosterist strategies (Hiller 2000, Julier 2005) che tendono a enfatizzare le identità urbane con la sola finalità di vendere città e territori, diventando spesso strumento di edificazione di manufatti simbolici e di paesaggi esteticizzati, seduttivi e accattivanti (Zukin 1993, Urry 1995). Lungo il doppio binario di “mercificazione” ed “esteticizzazione” della cultura (Ward, 1998), al fine di diversificare l’offerta delle città sui mercati globali, di intercettare investimenti e flussi turistici, di riqualificare le aree dismesse (soprattutto portuali), le politiche urbane hanno usato la cultura come reiterato motore dello sviluppo economico via progetti di rinnovo urbano e gli eventi come acceleratori di tali trasformazioni. Lungo una varietà di esperienze, per tutti gli anni 80 e anche oltre, agli eventi così si riconducono diverse capacità: di rappresentare un’opportunità di sviluppo, di attrarre turisti e investimenti migliorando l’immagine esterna sfruttando la rilevanza mediatica, di essere volano di strategie di riconversione economica e sostegno alla competitività internazionale delle città e, infine, di costituire acceleratori di processi di riqualificazione e infrastrutturazione urbana (Getz, 1991,1998, 2001; Chalkley and Essex, 1999; Bobbio e Guala, 2002). Ospitare un grande evento, come promuoverne uno di approfondimento culturale, si presenta infatti spesso come occasione per mettere in moto profonde trasformazioni (territoriali, culturali, organizzative, etc.) che dovrebbero consentire al territorio ospitante di ricollocarsi nello spazio competitivo globale migliorando la propria accessibilità dall’esterno, i propri servizi e le infrastrutture. In questa prospettiva si sono candidate e hanno ospitato eventi città “industriali” in crisi (in Italia soprattutto quelle del triangolo Genova-Torino-Milano) la cui deindustrializzazione ha accelerato la necessità di sostituire le immagini esistenti di città in declino attivando processi di rinnovamento urbano, imponendo un miglioramento delle infrastrutture e delle offerte di servizi e di cultura. In questi casi gli eventi si presentano anche come operatori di strategie internazionali orientate a migliorare la posizione e la competitività dell’area urbana nel mercato globale, sfruttando lo sviluppo infrastrutturale favorito dall’avvenimento e migliorando l’immagine esterna del territorio (Solone, 1999; d’Albergo, Lefèvre, 2007; Borrelli, 2007). Seppur lavorando con differenti linguaggi per affrontare gli effetti dei processi di globalizzazione in atto, spesso gli eventi qui hanno assunto una logica market driven diventando strumenti attraverso cui sostenere una radicale revisione della città attraverso la messa a disposizione di un sistema di offerta completamente sganciata dalle risorse esistenti. In questo contesto, con esperienze non sempre di successo, si sono consolidate e sono emerse sia nuove prospettive disciplinari e professionali (come l’event tourism e l’event management), sia più sofisticate tipologizzazioni degli eventi che una varietà di riflessioni sugli effetti di questi sui territori, non solo più legati agli impatti economici, ma anche sociali, culturali, politici, ambientali insieme alle relative eredità (legacy). La vasta riflessione esistente ha permesso la costruzione di un apparato concettuale e classificatorio preciso in grado di evitare sovrapposizioni (per una ricostruzione si veda Ferrari, 2004). In generale, della vasta tipologia di eventi elaborata, possiamo sostenere che le caratteristiche comuni riguardano: la loro eccezionalità per qualità e frequenza della manifestazione, la vastità della domanda generata e l’attrazione di investimenti esterni. Tipologie che raccontano molto degli eventi e poco dei territori in cui si accadono. A partire dagli anni 90, si può sostenere che questa declinazione del ruolo degli eventi nelle città si biforca in una doppia tendenza. Essa riferisce non tanto di tipologie di eventi costruite rispetto ai contenuti, alla durata, all’attrazione di investimenti e turisti o alle dimensioni territoriali che investono (grandi eventi, eventi speciali, festival, fiere, sagre, etc.) e che comunque mantengono sempre una certa indifferenza concettuale al luogo dove si manifestano, ma piuttosto in riferimento alle logiche che perseguono. Da un lato permane una fase di festivalizzazione della politica (Venturi, 1994; Selle, 1994; Siebel, 1998), con uno slittamento progressivo che vede passare le città dalla costruzione di “politiche attraverso i progetti” a una di “politica attraverso eventi”. Qui la trasformazione della città avviene per induzione. Gli eventi, così, in una logica di market orientation (Bonetti et al., 2010), agiscono come propellenti di sviluppo e di infrastrutturazione hardware del territorio, declinando processi di rigenerazione urbana a leva culturale, culture-led regeneration (Evans, 2005). La trasformazione della città avviene infatti per sostituzione di immagini, spesso con “progetti grandiosi”, flagship project, che realizzano simboli-icone e infrastrutture per la mobilità come nuovi brand territoriali, mentre vengono lasciate sullo sfondo le questioni di carattere produttivo, sociale, culturale della città (Griffiths, 1995, García, 2004, Miles e Paddison, 2005, Griffiths, 2006, Landry, 2006). La festivalizzazione della città si presenta così come risposta alla crisi della politica urbana, in un momento in cui questa appare non più in grado di sovvenzionarsi da sé e di farsi unica promotrice del benessere cittadino. Una prospettiva, questa, che guarda agli eventi (dalle Olimpiadi fino alle mostre blockbuster) non tanto rispetto ai contenuti dell’evento e alle risorse delle città “ospitanti”, ma piuttosto in relazione alle possibilità di attivare procedure speciali e accelerate, insieme alla sostanziale indifferenza dei progetti (purché siano grandi/spettacolari) ai luoghi. Nell’ospitare o organizzare eventi le città però non solo si rendono visibili attraendo l’attenzione di investitori e turisti, ma si sovra-espongono, mettono alla prova la loro capacità organizzativa e decisionale, l’abilità di far interagire lo straordinario con l’ordinario, la pregnanza dell’immagine interna percepita e co-prodotta dagli abitanti da rilanciare all’esterno, la plausibilità delle ipotesi di sviluppo, delle visioni, delle strategie e dei progetti, come l’incisività della coesione sociale nel portarli avanti e condurli a termine. Lungo tali questioni si misurano molti casi di insuccesso (da Montreal con le Olimpiadi a Siviglia con l’Expò fino alla miriade di festival nati e morti nel giro di qualche edizione). Per le caratteristiche descritte, gli anni 80 e 90 vedono una grande proliferazione di eventi come un’accanita rincorsa delle città a ospitarli o a organizzarli, l’immagine complessiva che si registra è un avanzamento, nella giungla città, di grandi “elefanti bianchi” che nel loro cammino spazzano lungo la strada “con un elegante movimento di proboscide, tutto quello che si frappone” (Eisfeld in Selle, 1994). L’immagine dell’elefante bianco, come quella inversa del “lipstick on gorilla”, risiede nella storia della costruzione dello stadio di Montreal per le Olimpiadi del 1976. La costruzione, il cui progetto prevedeva una grande torre arcuata che evocava una proboscide, viene ultimata solo nel 1987 a causa di uno sciopero dei lavoratori che interrompono la realizzazione lasciando l’opera, alla sua inaugurazione olimpica, senza torre né tetto. L’esponenziale aumento dei costi di realizzazione e di manutenzione continua ha indotto il governo del Québec, nel 1976, a introdurre una tassa sulla popolazione locale. La struttura ufficialmente nominata The big O è soprannominata dagli abitanti The Big Owe (il grande debito) o The Big Mistake (il grande sbaglio). All’immagine dell’elefante bianco, si frappongono però una varietà di esperienze in cui l’evento è interpretato come dispositivo capace di presentarsi come “effetto moltiplicatore” di politiche urbane e catalizzatore di estese trasformazioni territoriali. In questa prospettiva possiamo vedere un gran numero di eventi da Barcellona con le Olimpiadi del 1992 al Liverpool 2008 e Ruhr 2010 con la Capitale Europea della Cultura, fino ad alcuni festival che qui saranno presentati. La logica approfondita in questi casi non usa gli eventi come propellenti della trasformazione urbana, ma come reagenti per lo sviluppo e attivatori di dinamiche territoriali estese. Gli eventi qui infatti sono utilizzati come strumenti, e non come fini, per una rigenerazione urbana materiale e immateriale della città. Essi infatti rilanciano verso l’esterno l’immagine di una città ma la ancorano a quella dei suoi abitanti, giocando su un tessuto di rappresentazioni condivise, di emozioni, desideri di svolta e propensioni al mutamento o al consolidamento delle prospettive di sviluppo. Le esperienze, infatti, evidenziano come non solo gli eventi vengono usati come strumenti di politiche urbane e territoriali, ma come innestando l’evento sulle politiche, i programmi e i progetti avviati ne riformulano il senso, dinamizzando reciproche sinergie, promuovendo effetti integrativi e di trascinamento estesi. A muoversi in questa prospettiva sono stati proprio i Festival i quali non solo si offrono con temi capaci di attirare un pubblico “appassionato” diffondendo culture specialistiche nel corpo sociale della città, ma attraverso questi temi giocano sulla “riscoperta” delle risorse materiali e immateriali esistenti, promuovendone una rilettura e reinterpretazione (Izzo, 2010). Lungo queste dinamiche si può sostenere che gli eventi infatti oggi rappresentano non solo un formidabile veicolo di riposizionamento di città e territori, ma anche micce di innesco per innovazioni di processo organizzativo e motori di più estesi interventi di rigenerazione urbana. In questa prospettiva le caratteristiche che portano a considerare gli eventi come strumenti di politiche urbane e territoriali si misurano con le capacità che questi hanno nel: trasmettere e rilanciare l’immagine della città a partire dalla varietà di quelle interne sintetizzate, ma non omologate, in una unica e plurale rappresentazione da veicolare all’esterno, creando interesse, attenzione, condivisione; intercettare flussi agganciandosi a reti estese (o creare nuove reti) e diventando nodo nella geografia che quell’evento produce, e dunque accreditarsi sia a livello reputazionale che come centro cognitivo in quel particolare settore (religioso, sportivo, culturale, etc.); mobilitare, catalizzare e attrarre risorse (economiche, culturali, simboliche, umane, etc.) per la loro organizzazione e attuazione (investimenti materiali e immateriali) animando network e attivando processi (stabili) di sviluppo economico e sociale; implementare e velocizzare la realizzazione di infrastrutture materiali incerte, lente o latenti, sbloccando finanziamenti, accelerando procedure burocratiche, innescando immagini territoriali di cambiamento possibile; accrescere e fertilizzare le infrastrutture immateriali della città, ispessendo reti di capitale sociale, umano e culturale, con politiche integrate (formazione e lavoro, pari opportunità, inclusione fasce deboli, etc.) ad “alone” attorno all’evento; costruire e promuovere futuri attendibili e logiche sistemiche sollecitando estesi processi di autonomizzazione, misurabili non solo nella capacità di intercettare risorse economiche, ma anche in quelle organizzative, progettuali, immaginifiche; promuovere la partnership locale e la partecipazione cittadina, sensibilizzando alla condivisione della progettazione, prima, durante e dopo la manifestazione; incrementare una capacità istituzionale allargata, accrescendo capacità di fare, generando fiducia e consapevolezza, condensando coesione territoriale. Tra le due logiche descritte ciò che appare emergere è un passaggio da una visione celebrativa della città, con un approccio promozionale di riposizionamenti di immagine all’esterno e di cattura dei flussi turistici, a una visione rigenerativa della città, con un approccio propositivo legato alle capacità di trainare e canalizzare più profonde trasformazioni nel tessuto materiale e immateriale delle città in termini, prima che di hardware, di software. In Europa, ad esempio, a partire anche dalle esperienze del Fringe di Edimburgo e dell’Off di Avignone, tale approccio si è andato sempre più consolidando, con una progressiva emancipazione da quello stimolo conservativo e tradizionalistico che erano stati il principale motivo della nascita di queste grandi manifestazioni. Il Festival, invadendo strade, piazze e cortili, è diventato così, attraverso la messa a disposizione di spazi per performance non strutturate nei cartelloni, un’occasione ripetuta attraverso cui la città coglie l’opportunità di ripensare se stessa, riprendersi spazi abbandonati dall’esperienza, rimescolare geografie dell’urbano, catturare quella immaginazione sociale diffusa che stenta a trovare luoghi di visibilità e sperimentazione. Nel rapporto con la città in cui si manifestano infatti, i festival, più degli altri eventi, mettono in circolo dinamiche progettuali, investendo con le loro iniziative sia i luoghi classici dedicati ad attività espositive o ai dibattiti, sia spazi inusuali, in cui gallerie d’arte, musei, scuole, chiese, stazioni, edifici abbandonati e aree dismesse, piazze, strade, slarghi, cortili, arenili, ponti, vengono coinvolti a organizzare una nuova geografia urbana e diventano la scenografia di un’articolata sperimentazione sul tema. Anche in tal senso il Festival, come pratica effimera ma dopante, si presenta come tattica per sollecitare il cambiamento e catalizzare di nuove immagini progettuali. Gli eventi effimeri, infatti, lasciano sui luoghi pochi esiti fisici e materiali ma molti effetti immateriali e “di senso”. Se pur in un tempo limitato (in una realtà “a tempo”), tali eventi stimolano la capacità di immaginazione, “rendono possibile” altri usi dello spazio e altre forme di abitabilità, promuovono elaborazioni progettuali da parte degli abitanti i quali a partire dalle immagini incapsulate (embedded) e interne che hanno di questi luoghi ne rielaborano creativamente il senso. La tattica degli eventi effimeri gioca più sulla varietà di interpretazioni possibili dei luoghi, dove si mescolano le immagini dei siti come sono e quelle di come potrebbero essere, anche solo attraverso pochi possibili interventi, veicolando e aprendo a nuove possibili pratiche. Come dispositivo tattico, l’evento diventa elemento dinamizzatore di una strategia di rigenerazione complessiva, momento per una sua territorializzazione, presentandosi come luogo per la costruzione di immagini condivise di città e territori, occasione di accumulo di competenze ed energie diverse, motore di trasformazioni e occasione fertile per innescare un processo durevole in grado di autosostenersi nel tempo, facendo evolvere l’occasione e diventare “risorsa permanente” per la città. L’evento (sia esso grande o un festival) diventa la cerniera di trasmissione di più vasti processi di rigenerazione territoriale, intervenendo fattivamente nella trasformazione urbana di aree in crisi o depresse, nell’inclusione di fasce svantaggiate, nella formazione ed educazione, nello sviluppo economico. Collante ne diventa così la cultura, lo sport, l’arte, la letteratura, il cinema, il teatro, la musica, la danza, ma anche la filosofia, l’economia, etc. Lungo tale orizzonte abbiamo pensato al Festival delle Letterature Euromediterranee, come processo in grado di intercettare la varietà di linguaggi delle città di questo territorio. Un’opportunità in cui far convergere quei “linguaggi” che guardano alla città come “oggetto” di linguaggi che parlano di lei e alla città come “soggetto” di linguaggi. In una la città si rappresenta, nell’altra si esprime. Nel primo caso si tratta della città enunciata, abitata da una serie di linguaggi che la raffigurano, la descrivono, la mettono in scena, la raccontano, la spiegano e la criticano. In molti di questi linguaggi la città è la costante, il baricentro della rappresentazione (la Marsiglia di Izzo, la Barcellona di Vázquez Montalbán, l’Instabul di Pamuk, le Napoli di Ermanno Rea o di Giuseppe Montesano) mentre le variabili sono gli “attori” che ne tracciano il senso, siano protagonisti di descrizioni letterarie, o operatori (pubblici e privati) di raffigurazioni di trasformazioni urbane, o ancora popolazioni di descrizioni metropolitane (abitanti, pendolari, city user, metropolitan businessmen, etc.). È una città costruita e ricostruita per mezzo di discorsi di diversa natura che fanno emergere i molti effetti di senso capaci di darle un nome, di creare un spazio “suo proprio”, cartografico anche se labile. La seconda è invece la città che enuncia, che produce racconti e immagina e - utilizzando e attualizzando una varietà di linguaggi - patrimonializza l’esperienza lasciando tracce, cumuli materiali e immateriali di memoria, costruisce spesso reperti e simulacri in una varietà di elementi espressivi (non solo edifici, strade, spazi, ma anche scritte, graffiti, segni, etc.). Qui costanti per quanto fluidi e pluralizzati sono gli attori, che si presentano come “protagonisti” di pratiche, di “arpeggi” capaci di tracciare geografie plurime e variabili di città, mappe galleggianti su società liquide. È una città che, agitando emozioni e desideri, nel “parlar d’altro da sé” parla di se stessa, della società che la ha abitata e dei suoi abitanti co-produttori di cambiamento, dove si generano effetti di identità plurimi, di simbolizzazione emozionale, di appropriazione e radicamento. La città si racconta qui attraverso pratiche di lettura e ritessitura continua, attraverso improvvisazioni si mettono in luce la plausibilità e varietà di modi possibili di una sua trasformazione che, sovvertendone spesso il senso, genera smagliature nelle trame spaziali della città enunciata (Vitellio, 2009). A questi due linguaggi abbiamo guardato, perché essi concorrono a definire e ridefinire un processo di significazione urbana di cui Napoli appare sempre alla ricerca. Un processo che attraverso un gioco di immagini e di rimandi reciproci, possa restituire a questa città la capacità di farsi incessante fabbrica di immagini e immaginazione, polifonica matrice di mondi possibili, dove effetti di senso e di identità generano altrettanti effetti di realtà. Questa, e ancor di più per Napoli, è da intendersi non come realtà oggettiva, da cartolina, ma come realtà interpretata e condivisa da più punti di vista, che riflettono forme plurime di identificazione collettiva, ma capaci di orientare una collettività ad agire in riferimento ad uno specifico contesto o di reagire a una catastrofe (sia essa dovuta a una dinamica naturale come il terremoto o umana come per i rifiuti). Fra la città oggetto e soggetto, attore e attante, esito di razionalità strategica e di razionalità tattica, la produzione degli effetti di realtà avviene attraverso una varietà di processualità interne e di meccanismi generatori, dove si edificano “prese” per l’azione che, nel costruire ponti tra passato e presente, attualizzano l’esperienza e veicolano direzioni di cambiamento possibile, alimentando circoli virtuosi o viziosi, di ascesa o di declino. Su questa prospettiva abbiamo adagiato il nostro lavoro, articolando la città oggetto che si rappresenta nella dimensione espositiva della Fiera e quella soggetto che si esprime nel Festival, ricercando poi nella proposizione di Laboratori di Progettazione Euromediterranea di promuovere la città a diventare bussola capace di riorientare la geografia di questo mare. Il Festival delle Letterature Euromediterranee viene assunto così come dispositivo di politica attiva attraverso cui si costruiscono nuovi territori di sviluppo urbano. Un dispositivo che muovendosi secondo logiche volte a valorizzare le risorse presenti in città colga le opportunità aperte dal mercato per le imprese culturali, diventando lo strumento di comunicazione attraverso cui non solo la città si rappresenta verso l’esterno ma si esprime al suo interno. Si tratta quindi di assumere logiche che rinunciano a promuovere un’offerta completamente sganciata dalla situazione esistente, ma che assumano l’evento come possibile laboratorio di cambiamento, motore per una mobilitazione di quelle risorse locali legate al consumo e alla produzione di cultura, innesco per dinamizzare e radicare nel tessuto produttivo e sociale possibili politiche di trasformazione urbana. Un punto di partenza, dunque, per sollecitare e promuovere un processo di trasformazione urbana in grado di consolidare e rinnovare prospettive di sviluppo di alcune aree urbane, mobilitare e rinnovare le risorse sopratutto di carattere immateriale alla costruzione di tali prospettive, coniugare dimensioni espositive con iniziative laboratoriali di cambiamento passando così da innesco per processi di rigenerazione estesa a occasione reale e stabile di possibilità di mutamento. Si tratta di guardare al Festival come reale detonatore di processi di rigenerazione urbana in grado di trainare una varietà di iniziative a carattere integrato che lavorano non solo su le infrastrutture materiali (contenitori, spazi, sistemi di mobilità, etc.) ma anche su quelle immateriali: catalizzando interventi in campo lavorativo, formativo, occupazionale, ricreativo, pedagogico, sociale con servizi alla persona e al quartiere, etc. L’attenzione, che qui in genere sempre concentrata sull’hardware, si sposta sul software, legandosi in particolare alla cultura, ritenuto come campo dove si rivelano quelle risorse più intangibili di natura cognitiva, relazionale, simbolico-identitaria, e su una sua forma codificata attraverso cui si produce e si consuma la letteratura.

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di Nico Falco
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