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DA SINISTRA OPERAIA A SINISTRA DEL DESIDERIO


DA SINISTRA OPERAIA A SINISTRA DEL DESIDERIO
04/12/2008, 09:12

A chi osservi con attenzione lo stato della sinistra, non solo in Italia, ma nell’Occidente, salta all’occhio come essa costituisca un campo di discordia e consista di una povertà di idee e proposte che sfiora l’indigenza intellettuale. Eppure essa si considera padrona della cultura e dell’arte, delle quali in vero ha occupato i templi.

La genesi di un simile stato delle cose è ancora inindagata, per la qual cosa risulta impossibile proporre una via del rimedio.

Cos’è la sinistra attuale, donde essa prende origine, quale il suo più profondo grembo? Di certo sappiamo che essa non è più socialista, ma ignoriamo la sua attuale identità. Eppure questa c’è.

La data fatale della sinistra occidentale è il ’68, in essa prende corpo, lenta e inesorabile, una metamorfosi che ne cambia in profondità tratti e interessi.

Precipita e si coagula, nel ’68, una radicale critica della sinistra storica, cui questa tenta di reagire con una strategia dell’attenzione e dell’assimilazione, finendo per essere travolta e conquistata. Da sinistra operaia essa diventa sinistra del desiderio.

Negli anni ’50 e ’60, dalla “gioventù bruciata” in poi, si avvia un vasto movimento di contestazione di cui il ’68 è passaggio focale, il seguito suo inesorabile epilogo.

In nome del rifiuto del principio di autorità, alla sinistra storica viene imputata una sostanziale acquiescenza e subalternità al capitalismo e alle sue inflessibili logiche interne. Questo movimento è antiautoritario non classista, la sua critica al capitalismo si svolge dall’esterno e non dall’interno, è più vasta: insieme al principio di autorità è contestato il principio di realtà. Ricordo come, nel dicembre del ’67, nell’aula di Fisica di via Tari, il filosofema più contestato fosse quello hegeliano dell’identità di razionalità e realtà.

La sinistra storica non metteva in discussione la razionalità del capitalismo ma ne auspicava una più alta, compiuta e definitiva realizzazione. Era essa la sinistra dell’inflessibile disciplina di fabbrica.

Sotto il fuoco dell’esplodere dei desideri furono messi in discussione famiglia, scuola e Stato, mercato e fabbrica, scienza e tecnica. Al loro posto libero amore, 6 e 18 politici, espropriazione, salario variabile indipendente, garantito e politico, fantasia al potere e sperimentazione ad oltranza. Il desiderio dilagava e prendeva, lentamente, ma inesorabilmente, le veci della classe operaia nella critica al capitalismo, macchina razionale implacabile da sabotare, inceppare e schiantare insieme al suo Stato, non da compiere e inverare nel socialismo.

In verità le origini di questo movimento antirazionale e antiautoritario sono profonde e di più lontana data, affondano le loro radici nell’Ottocento e nel romanticismo, si irrobustiscono nell’incessante e martellante attacco che pensiero e arti contemporanee rivolgono all’ultimo e definitivo baluardo di Dio e Ragione: a Hegel.

La rivolta contro Dio e Ragione trova compimento e sbocco in questo anno fatale che non si osa affrontare nella sua reale e tragica dimensione. Piuttosto, ma invano, lo si esorcizza.

Questo scoppio irrefrenabile di desiderio delirante, di antiautoritarismo senza sconti, è andato trasformandosi sempre più in vacuo permissivismo, in torbido e dolciastro sentimentalismo.

Pietre, aria, acqua e terra, vegetazione e animali, la Natura tutta, vengono mobilitati, al posto della classe operaia, contro il capitalismo per uno stato di innocenza che mai è stato e mai sarà. Addirittura l’uomo, questo minuscolo microbo al cospetto dell’universo, viene ritenuto responsabile, via capitalismo, di ere climatiche. Tutto diventa indignazione, invettiva e rancore; merito, gerarchia e responsabilità sono sottoposti a processo.

Sessantottini e post-sessantottini conquistano redazioni di giornali, radio e TV, occupano tutto quanto dipende dallo Stato, autorità e disciplina vengono criticati in tutti i gangli della formazione delle nuove generazioni. Cinquantenni e sessantenni delusi si accompagnano ai figli tentando di guidarli verso improbabili ritorni di fiamma del ’68. Il desiderio si fa capriccio.

L’indisciplina regna e spiega discordie e povertà di idee e programmi. Paradossalmente il partito della più militare disciplina si è fatto incubatore di tutto ciò.

E’ giunta l’ora di afferrare il toro per le corna e di affrontare seriamente l’enigma ’68. Bisogna venire a capo dei perché e dei come della rivolta contro Dio e Ragione, della sua legittimità, del suo decadere e degenerare nell’arbitrio e nell’incuria.

 

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di Giuseppe Corona
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