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Corsi inutili, troppe cattedre, 'fuga dei cervelli'

Gli sprechi dell'università


Gli sprechi dell'università
23/02/2009, 18:02

Corsi di laurea con un solo iscritto, professori assunti quando non ve n’è necessità e spese per il personale che sforano i finanziamenti. Sono solo alcuni degli sprechi che sono stati sottolineati dal Miur, il Ministero dell’Università e della ricerca.

In Italia, in percentuale, i laureati sono meno che in Cile, sebbene nel nostro Paese ci siano 95 università e oltre alle sedi centrali esistano più di 320 sedi distaccate. In Italia sono attivi ben 37 corsi di laurea che hanno un solo studente. Ma gli sperperi non si limitano ai ‘casi limite’: esistono, infatti, ben 327 facoltà che hanno solamente quindici iscritti. Nel 2001 i corsi di laurea erano 2444, oggi sono arrivati a 5500. Questo mentre negli altri paesi europei la media dei corsi di laurea è la metà.

Le materie insegnate nelle università italiane sono circa 170mila, contro una media europea di 90mila. 
Nessun ateneo italiano è stato incluso nella graduatoria delle migliori 150 università al mondo stilata dal Times. Per trovare un piccolo orgoglio nostrano bisogna scendere al 192esimo posto, dove si è piazzata l’Università di Bologna.

Negli ultimi 7 anni sono stati banditi concorsi per 13.232 posti da associati, ma i promossi sono stati quasi il doppio: 26mila. Infine, secondo il Miur, le cattedre dei professori si sono moltiplicate senza criterio, senza tenere conto delle reali esigenze degli studenti. Atteggiamento che, in termini di bilancio, si traduce in una spesa incontrollata. Molte università italiane hanno infatti i conti in rosso proprio per le enormi cifre che compaio alla voce del personale. L’Università di Siena spende per il personale il 104% del suo finanziamento, mentre la Federico II di Napoli il 101%, con decine di milioni di euro al passivo.


La 'fuga dei cervelli'

La ‘fuga dei cervelli’ costa all’Italia un miliardo e mezzo di euro ogni anno. Lo ha dichiarato oggi Francesco Bistoni, rettore dell’Università di Perugia. Aumentano di anno in anno i giovani che, dopo aver conseguito in Italia una formazione di alta qualità, preferiscono emigrare in paesi dove “trovano maggiori possibilità di lavoro, - ha detto Bistoni, - più fondi per la ricerca, migliori retribuzioni”. “I dati più recenti, - ha spiegato il rettore, - dicono che nel saldo tra uscite ed entrate ogni anno le prime superano di tremila unità le seconde”.

Poiché si spende circa mezzo milione di euro per la formazione di ogni studente (tra tasse, libri, utilizzo di strutture e laboratori), il costo economico per l’Italia sale ad un miliardo e mezzo di euro all’anno, al quale si deve aggiungere il mancato apporto di competenze e delle capacità di questi giovani per lo sviluppo del nostro Paese”. E’ invece “esigua, per non dire irrisoria, l’entità delle risorse finanziarie destinate alla ricerca, insufficienti e mal collocate sono le strutture indispensabili per l’attività scientifica, lente e farraginose le procedure per l’assegnazione dei finanziamenti, per nulla affatto chiari e oggettivi i crtieri adottati per la ripartizione delle risorse, poco coordinate le ricerche a livello nazionale, scarsamente incoraggiate e sostenute quelle a livello internazionale”.

Una situazione drammatica, se si pensa alle realtà dei nostri ‘vicini’ Spagna, Portogallo, Inghilterra, Germania e Francia. “Se non si corre al riparo con qualche gesto significativo, - ha concluso Bistoni, - è facile prevedere che questa fuga di cervelli continuerà a crescere”.

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di Nico Falco
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