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Alcune proposte per evitare la morte del settore

I contributi all'editoria e la schiavitù imposta ai giornalisti

La riflessione partita da una ricerca dell'Odg nazionale

I contributi all'editoria e la schiavitù imposta ai giornalisti
02/06/2011, 13:06

In merito all'iniziativa "Smascheriamo gli editori" della quale, forse volutamente, poco si è detto e poco si è parlato, è venuta fuori una ricerca molto interessante sul mondo dell'editoria italiana e sul comportamento decisamente poco trasparente ma molto biasimevole di un numero foltissimo di (in)prenditori che lavorano nel mondo della carta stampata.
Sarà solo un caso se, proprio qualche tempo fa, un certo De Benedetti ebbe il coraggio di rivolgere ai "suoi" giornalisti il seguente messaggio:"Data la visibilità che vi garantisce la mia testata, dovreste essere voi a pagare me". Eppure, il buon De Benedetti, riceve dallo Stato Italiano (e quindi da tutti i cittadini, anche da quelli che non leggono i suoi giornali) qualcosa come 16 milioni di euro all'anno. A questi si devono poi aggiungere tutte le entrate per le pubblicità che il gruppo Espresso raccoglie sia su cartaceo che online.
Insomma: un bel gruzzolo con il quale, molti degli attuali giornalisti precari o disoccupati, potrebbero realizzare progetti che non avrebbero nulla da inviare all'americana Current Tv. L'atteggiamento dell'imprenditore torinese dovrebbe dunque dar ragione alla battaglia di Grillo contro i fondi pubblici riservati all'editoria? Assolutamente no. Se infatti già oggi, sui quasi 100.000 giornalisti iscritti all'albo dei professionisti e dei pubblicisti solo meno del 20% risulta beneficiario di un contratto subordinato, senza nemmeno più le briciole che la maggioranza degli editori riservano ai propri dipendenti, la già claudicante informazione italiana morirebbe definitivamente.
I gruppi editoriali più potenti licenzierebbero in blocco e non assumerebbero più ma riuscirebbero a sopravvivere ugualmente. Le realtà medio-piccole, invece, sparirebbero dalla scena nazionale; portando con sè quel tanto decantato (e molto poco presente) "pluralismo".  In altri termini, la ricerca de "Smascheriamo gli editori" parte da una considerazione lucida e saggia e, invece di affondare la nave con le falle, tenta di riparare tutto il riparabile e di mantenere a galla un settore fondamentale per l'impianto democratico del paese.
A chi vorrebbe il taglio tout court dei fondi pubblici all'editoria, va ricordato che proposte così scellerate sono le stesse che Gelmini & Co. hanno avanzato per limitare gli sperperi di scuole ed amministrazioni pubbliche. In pratica, non volendo colpire i veri artefici dei ladrocini ed intendendo favorire i soliti gruppi affaristici, si è pensato bene di devastare la categoria più indifesa: quella dei lavoratori.
La soluzione per implementare e migliorare il pluralismo dell'informazione italiana, dunque, parte in prima battuta da una presa di coscienza collettiva dei colleghi; in particolare dei colleghi professionisti. Non accettare lavori malpagati o addirittura non retirbuiti in nome della "visibilità", denunciare le situazioni di scarsa trasparenza e sfruttamento e cominciare a dare un valore maggiore alla propria dignità professionale ed umana.
A questo, deve affiancarsi un lavoro di tutela, monitoraggio e ricerca truffe decisamente più efficace e percussivo della solitamente dormiente FNSI e del tanto vilipeso Ordine dei Giornalisti. In ultimo, urge una riforma radicale in termini legislativi dei contratti che regolano la prestazione professionale ed il rapporto tra gionalisti e mondo del lavoro. Se i tempi fossero rapidi come quelli necessari per approvare le varie leggi e leggine salva-premier, magari la categoria e l'intero mondo editoriale potrebbero acquistare maggiore credibilità, forza e dignità.

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di Germano Milite
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