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IL CASO/ Quei giudici che discriminano i bimbi italiani per giustificare i rom

bimba di etnia rom condanata a non andare a scuola

IL CASO/ Quei giudici che discriminano i bimbi italiani per giustificare i rom
11/07/2011, 10:07

 

È una bambina rom: il fatto che non vada a scuola non costituisce un pregiudizio nei suoi confronti, fa parte del suo normale modo di vita. Fa discutere una sentenza della Corte d’Appello di Bologna in risposta alla Procura dei minori che ha chiesto l’affidamento di una bambina dodicenne ai servizi sociali. La bambina, che vive in un campo rom ed è di etnia rom, secondo la Procura si recava a scuola un giorno sì e un giorno no. Assistenti sociali e polizia si sono recati nel campo dove vive la sua famiglia e hanno potuto accertare anche quelle che sono state definite “pessime condizioni igieniche”. La richiesta di affidare la bambina ai servizi, sottraendola così alla famiglia, è stata fatta in base alle norme che tutelano i minori di 18 anni, citando anche la convenzione di New York e il codice penale. Ma per la Corte di Bologna “la condizione nomade e la stessa cultura di provenienza non induce a ritenere la sussistenza di elementi di pregiudizio per la minore”. La sentenza poi aggiunge che “non sono provati comportamenti dei genitori che non siano riferibili al normale modo di vita per condizione e origine”. La bambina dunque può rimanere in famiglia, con le medesime condizioni igieniche e potendo anche fare a meno di frequentare la scuola se ne ha voglia. IlSussidiario.net ha chiesto un parere alla dottoressa Alda Vanoni, in passato giudice presso il tribunale dei minori di Milano e presidente nazionale dell’Associazione Famiglie per l’Accoglienza (fino al 2003).

 

Dottoressa Vanoni, come reagisce a questa sentenza della Corte d'Appello di Bologna?

Così come la riportano i media, e senza averla letta per intero, sembrerebbe l’estremizzazione esasperata, e perciò sbagliata, di un principio in sé corretto, quello che richiede di tenere conto del contesto culturale in cui vive la famiglia nella valutazione del comportamento dei genitori versi i figli. E’ giusto tener conto delle differenze di abitudini e di concezione dei rapporti intrafamiliari, ma questo non può scendere sotto un livello minimo, quello ritenuto essenziale e non derogabile dall’attuale consapevolezza della società italiana. Non pretendere e quindi non garantire tale livello minimo ai bambini di particolari etnie, in questo caso i rom, costituisce una discriminazione al contrario.
 

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di Costel Antonescu - www.telenews.ro
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