Istruzione e lavoro / Lavoro

Commenta Stampa

IL RUOLO DELL'ISTRUZIONE NELLA SOCIETA' MODERNA.


IL RUOLO DELL'ISTRUZIONE NELLA SOCIETA' MODERNA.
28/01/2009, 07:01

 

UN TEMA DI CUI SI PARLA POCO: IL GOVERNATORE DELLA BANCA D'ITALIA ,NELL'OTTOBRE 2008, LANCIO' L'ALLARME. OGGI IL DIRETTORE DELL'IRES CAMPANIA -DOTT. GIOVANNI DE FALCO -RIPRENDE E RILANCIA IL TEMA CON UN PIZZICO DI IRONIA: IL RUOLO DELL'ISTRUZIONE NELLASOCIETA' MODERNA


 

www.notiziesindacali.com


 


 


 

A, E, I, O, U… ANALFABETI D’ITALIA UNITEVI!


 

di Giovanni De Falco

direttore Ires Campania


 

Ammettiamolo, nessuno credo conosca lo stato del Nuevo Léon: dove sarà? Anche sforzandoci troveremo difficile individuare e collocare geograficamente questo stato. Per pura curiosità sappiate che Nuevo Léon si trova in Messico.

Perché tanta curiosità per questo stato latino-americano? Semplice, è l’unico stato che si colloca dietro l’Italia in una particolare graduatoria. Ma, andiamo per ordine.

Cinque italiani su cento tra i 14 e i 65 anni non sanno distinguere una lettera da un'altra o una cifra dall'altra. Trentotto lo sanno fare, ma riescono solo a leggere con difficoltà una scritta ed a decifrare qualche cifra. Trentatre superano questa condizione, ma qui si fermano: un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un'icona (chiedo scusa, meglio dire “grafico” o, per i più, “figura” è più facile) incomprensibile.

Secondo specialisti internazionali, soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea.

Questi dati risultano da due diverse indagini comparative svolte in diversi paesi. Ad accurati campioni di popolazione in età lavorativa è stato chiesto di rispondere a questionari: uno di accesso, elementarissimo, e cinque di difficoltà crescente. Si sono così potute osservare le effettive capacità di lettura, comprensione e calcolo degli intervistati, e nella seconda indagine anche le capacità di problem solving (aiuto, significa letteralmente “risolvere problemi”).

I risultati sono interessanti per molti aspetti. Sacche di popolazione a rischio di analfabetismo (persone ferme ai questionari uno e due) si trovano, in vero, anche in società progredite (anche negli USA o nel Giappone, per esempio). Ma non nelle dimensioni italiane (circa l'80 per cento in entrambe le prove). Tra i paesi partecipanti all'indagine l'Italia batte (si fa per dire…) quasi tutti. Solo lo stato del Nuevo Léon (eccolo!!!), in Messico, registra risultati peggiori.

È grave non saper leggere, scrivere e far di conto? Dal cinquecento, nell’area del centro Europa, la spinta della riforma protestante, con l'affermarsi del diritto-dovere di leggere direttamente Bibbia e Vangelo senza mediazioni del clero, si è combinata con la necessità creata dal progredire di industrializzazione e urbanizzazione: quella del possesso diffuso di un sapere minimo.

La "democrazia dei moderni" e, soprattutto, i movimenti socialisti hanno fatto apparire indispensabile che tutti imparassero a leggere, scrivere e far di conto. Il solo saper parlare non bastava più. In quelle che dagli anni settanta del novecento chiamiamo pomposamente "società postmoderne" o "della conoscenza” leggere, scrivere e far di conto servono sempre, ma per acquisire livelli ben più alti di conoscenza necessari oggi all'inclusione e a sopravvivere in autonomia.

L'analfabetismo italiano ha radici profonde. Negli anni cinquanta il paese viveva soprattutto di agricoltura e poteva permettersi di avere il 59 per cento della popolazione senza titolo di studio e per metà totalmente analfabeta (oggi il 5 per cento). Fuga dai campi e bassi costi della manodopera lo hanno fatto transitare, nello spazio di una generazione, attraverso una fase industriale fino alla fase postindustriale. Nonostante gli avvertimenti di alcuni (tra questi Giuseppe Di Vittorio), l'invito a investire nelle conoscenze non è stato raccolto né dai partiti politici né dalla mitica "gente". Secondo alcuni economisti il ristagno produttivo italiano, che dura dagli anni novanta, è frutto dei bassi livelli di competenza. Ma nessuno li ascolta!

E nessuno ascolta neanche quelli che vedono la povertà nazionale di conoscenze come un fatto negativo anzitutto per il funzionamento delle scuole e per la vita sociale e democratica. Analfabeti d’Italia… al governo, al governo!!!


 

Napoli, 28/01/09

Commenta Stampa
di Raffaele Pirozzi
Riproduzione riservata ©