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Industriali Napoli, la dichiarazione di Graziano su Manovra del Governo


Industriali Napoli, la dichiarazione di Graziano su Manovra del Governo
02/09/2011, 09:09

Ci prepariamo ad affrontare l’autunno su una salita che sapevamo difficile ma che durante l’estate è diventata più ripida. Per le imprese, certamente, ma anche per tutti i cittadini. In poche settimane abbiamo assistito ad un tracollo a tutto tondo. Ci siamo sentiti come la Grecia. Pensavamo di essere diversi, forti della nostra posizione tra i paesi industrializzati – pur sempre i settimi in compagnia dei più grandi e solo della Germania tra gli europei – e invece abbiamo capito che da sola l’industria, l’imprenditoria diffusa capace di creare ricchezza nonostante tutto, non basta. Il “nonostante tutto” – cioè ciò che sta fuori dalle fabbriche - ha spaventato i mercati finanziari e ci ha messo al bando della credibilità. Siamo diventati un Paese a rischio. Abbiamo visto salire voci antieuropee. Ma in maniera e con argomenti quasi sempre strumentali: un conto è spingere affinchè finalmente l’Unione si doti di una comune politica economica accanto a quella monetaria già in essere: altrimenti resterà sempre – come profetizzato anni fa da Delors – un’anatra zoppa. Un conto è sostenere la necessità di rivedere i termini del Patto di Stabilità e Crescita, dando maggior peso politico al secondo sostantivo rispetto a quanto avvenuto da Maastricht ad oggi. Un conto è denunciare la debolezza di una leadership continentale non in grado di decidere neanche l’adozione dello strumento degli eurobond per sostenere lo sviluppo degli Stati Membri, o l’istituzione di un “fondo salva Stati” in caso di violenti attacchi speculativi ai bilanci dei suoi Paesi. Insomma, un conto è chiedere più Europa criticando quella che c’è già, altro è mettere nel mirino – demagogicamente e in maniera fuorviante – la moneta unica.  Abbiamo visto presentare e modificare più volte un provvedimento raffazzonato e di emergenza che ha permesso alla Banca Centrale Europea di intervenire a sostegno dei nostri titoli pubblici ma che ha distrutto in un solo colpo i fondamenti di uno stato di diritto. Da questo provvedimento l’Italia è uscita spaccata in due: gli onesti e i disonesti. E va da se che i primi sono quelli sui quali si fa “affidamento” quando si deve spingere sullo sviluppo e quando si deve affrontare un’emergenza. I secondi invece non hanno mai responsabilità nei confronti del proprio Paese. Abbiamo sperato che finalmente si potesse procedere ad una razionalizzazione non solo dei costi della politica, ma della macchina pubblica in senso lato. Un disegno di riorganizzazione, snellimento ed efficientamento dell’amministrazione – tanto centrale quanto del territorio - coerente con il grande disegno federalista. E invece no, tutto rimandato. Anzi, ci è toccato assistere anche alla vicenda delle sedi distaccate dei ministeri al Nord. Neppure l’emergenza è stata in grado di far reagire il Paese che vanta memorabili scatti sul filo di lana. Sarebbe stato, ancora una volta, poco rassicurante avviare cambiamenti sull’onda della necessità urgente ma nel contempo, sarebbe stato pragmaticamente molto utile. E di pragmatismo ne avremmo bisogno. Dopo aver visto questo decreto-topolino uscire da una montagna scossa da eventi tragici, si era sperato che i giorni a seguire sarebbero potuti servire per cancellare le sviste e gli errori di una fantasiosa e irreale manovra di mezza estate. E si, di errori ce ne erano tanti, ma di “dimenticanze” forse ancor di più: le liberalizzazioni, le riforme del mercato del lavoro, degli ordini professionali, le politiche per la crescita, la ricerca, l’innovazione, la qualità dell’istruzione. Hanno trascurato la relazione che c’è tra lo sviluppo e le maggiori entrate: una relazione virtuosa che porta benessere e riduce il deficit. Non un provvedimento per spingere sullo sviluppo, solo cassa. Non un provvedimento che guardi al futuro, solo una sorta di repentino accattonaggio di risorse. Non un provvedimento per la crescita, i giovani, le imprese, la competitività, solo demagogia a buon mercato. Poi forse, su un altro fronte, c’è stato uno spropositato impegno leguleio con l’ormai famoso art 8, cercando di normare ciò su cui le organizzazioni sindacali dei lavoratori e degli imprenditori avevano già lavorato raggiungendo un accordo il 28 giugno. E ancora, se si aumenta la tassazione indiretta senza ridurre quella diretta non si ottiene nessun beneficio ma solo più carico fiscale. Se si penalizzano i redditi più elevati si comprime la domanda in un Paese già uscito malconcio – dal punto di vista dei consumi – dal biennio terribile della crisi internazionale. Abbiamo anche rischiato una patrimoniale. Quella che rischiamo sempre ogni volta che dobbiamo raschiare il fondo del barile. E, ancora: riforma previdenziale si o no? Aumento dell’IVA si o no? Contributo di solidarietà si o no?  Una sola certezza: niente politiche per la crescita, il che significa anche niente politiche per il Mezzogiorno. Altro che Piano Sud, Zone Franche Urbane, Zone Burocrazia Zero, Fondi Aree Sottosviluppate ecc. Con la disoccupazione giovanile e femminile al 40% e dati sui tassi di crescita e sul PIL procapite nelle ultime posizioni dell’Europa a 27, si decide semplicemente di assecondare il declino delle regioni Obiettivo Convergenza. Convergenza con cosa? Con il disastro generale del Paese? Come affronteranno Napoli e la Campania la ripresa autunnale? Nessuna strategia per i cantieri navali di Castellamare, nessuna per le grandi opere infrastrutturali che restano forse la più grande diseconomia territoriale, nessuna per il rilancio del polo aeronautico di Pomigliano, nessuna per la rigenerazione del territorio a partire dalle periferie delle medio – grandi città, nessuna per l’innovazione del comparto automotive. Le nostre imprese resteranno, ancora un volta, abbandonate a se stesse. Avevamo detto “basta” a finanziamenti e incentivi a pioggia: concentrate la spesa pubblica sul contesto territoriale e nel contrasto alle diseconomie che zavorranno le nostre imprese per costruire un ambiente più competitivo e business friendly. Puntiamo insieme, pubblico e privati ognuno per le proprie competenze e funzioni, su ricerca, innovazione, internazionalizzazione, grandi infrastrutture strategiche. Ma per far ciò occorrono istituzioni snelle e autorevoli e decisioni rapide ed efficaci. Altro appello caduto nel vuoto.

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di Redazione
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