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LE LAUREE "INUTILI"


LE LAUREE 'INUTILI'
19/06/2008, 11:06

Sette anni fa, il governo, varò una riforma universitaria che avrebbe dovuto equiparare i nostri atenei ai sistemi internazionali e renderli, di conseguenza, meno isolati e, soprattutto, meno soggetti ad autentiche baronie di professionisti con tre o addirittura quattro fonti di stipendio diverse. Tuttavia, le italiche “riforme”, il più delle volte, sono delle enormi e vergognose ipocrisie giuridiche. Provvedimenti dissimulatori che danno solo l’illusione che il marcio sia stato eliminato ma che, nella realtà dei fatti, si limitano a rimescolare le carte e, nei casi più gravi, a garantire una situazione che è addirittura peggiore di quella precedente.
Nella fattispecie, con l’introduzione del “geniale” e “innovativo” sistema 3+2, non si è fatto altro che gambizzare milioni di studenti, rendendo loro ancora più difficile e faticosa l’entrata nel mondo del lavoro (sempre più precario…in tutti i sensi). Le cosiddette lauree brevi, infatti, non piacciono alle aziende e vengono considerate inadeguate dalla maggior parte dei datori di lavoro. In più, la maggior parte dei docenti, non ha voluto avvicinarsi a quegli standard di insegnamento europei che avrebbero garantito una qualità e spendibilità maggiore ai titoli di studio conseguiti nelle università italiane.
Per dirla in parole povere, oggi, chi si iscrive ad un corso di “nuovo ordinamento” e consegue una laurea triennale, ha in mano un pezzo di carta che vale poco più di un diploma.

La laurea breve, di conseguenza, diventa non solo un’illusione ma, addirittura, complica il percorso accademico degli studenti. Infatti, mentre molti corsi universitari, prima della riforma, avevano una durata di 4 anni, oggi, grazie al 3+2, sono diventati 5 gli anni necessari per conseguire un titolo che sia considerato più pregiato di un rotolo di carta igienica. I fuori corso dunque continuano e, il più delle volte, dopo i primi tre anni che vengono considerati “facili”, gli studenti si bloccano a causa degli esami della famosa “specialistica” e si ritrovano “parcheggiati” negli atenei più a lungo dei loro colleghi di vecchio ordinamento. Un paradosso, l’ennesimo, che colpisce come al solito l’unica categoria che andrebbe tutelata e cioè i giovani. Del resto, in un paese dove si mira a conservare a tutti costi vecchie gerarchie e gerontocrazie governative, non ci si dovrebbe meravigliare se, i giovani, sono quelli per i quali si investe meno e peggio.
 

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di Germano Milite
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