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Libia, Imprese ferme: danni per oltre 100 miliardi


Libia, Imprese ferme: danni per oltre 100 miliardi
20/04/2011, 15:04

ROMA, 20 APRILE 2011 – “Le internazionalizzazioni di grandi e PMI nazionali fanno dell’Italia il primo Paese europeo investitore in Libia. La scelta interventista del Governo ha avuto come diretta ed immediata conseguenza il sostanziale blocco di ogni tipo di attività pianificata in seguito ad accordi intercorsi con il Governo Gheddafi. Il danno al sistema-Italia, comprensivo del blocco dell’import/export, è oggi stimabile in oltre 100 miliardi di euro. Almeno 130 le imprese italiane che in Libia hanno fermato le proprie attività: appaiono gravi i rischi occupazionali e negative le inevitabili ripercussioni sul vasto ed articolato sistema industriale ed imprenditoriale dell’indotto in Italia”, affema l’ing. Alfredo Cestari, presidente della Camera di Commercio ItalAfrica Centrale-Unioncamere. “La conferma arriva dai nostri tanti associati che ci raccontano le loro enormi difficoltà nell’operare non solo in Libia ma in tutta l’Africa: quasi tutti i governi degli Stati di quel continente, dal Maghreb alla fascia sub sahariana, oggi vedono nell’Italia un Paese ostile, dalle posizioni opposte a quelle di Unione Africana, Lega Araba e Brics. In simili situazioni a pagare lo scotto più pesante sono le aziende italiane, piccole e grandi, che vedono sparire le commesse ed annullare i contratti. Le scelte in materia di politica estera stanno mettendo in serie difficoltà centinaia di onesti imprenditori italiani a cui, a fronte di scelte governative che ne avrebbero condizionato i rapporti, non è stata offerta nessuna sostanziale opportunità di salvataggio delle proprie attività. Il danno è già enorme”.

Cestari fa riferimento al recente rapporto ICE: “Le grandi imprese italiane presenti in Libia operano soprattutto nei settori del petrolio e gas (Eni, Snam Progetti, Edison, Tecnimont, Saipem), delle costruzioni ed opere civili (Impregilo e Bonatti, poi Garboli-Conicos, Maltauro, Enterprise), della ingegneria (Techint e Technip), dei trasporti (Iveco, Calabrese, Tarros, gruppo Messina, Grimaldi, Alitalia), delle telecomunicazioni (Sirti e Telecom Italia), dei mangimi (Martini Silos e Mangimi); della meccanica industriale (Technofrigo - impianti refrigerazione e OCRIM – mulini); delle centrali termiche (Enel Power); dell’impiantistica (Tecnimont, Techint, Snam Progetti, Edison, Ava, Cosmi, Chimec, Technip, Gemmo). Sono presenti inoltre Telecom, Prismian Cables (ex Pirelli Cavi).
In assoluto il maggiore investitore nel Paese è L’Eni, presente in Libia sin dal 1959 con le società Eni Oil e Eni Gas ed altre del gruppo operanti nel settore degli idrocarburi come Saipem, Snam Progetti (acquistata dalla prima). L’Eni aveva inoltre sottoscritto con il Governo-Gheddafi accordi per il rinnovo delle concessioni fino al 2045. Altro importante investitore è l’Iveco (gruppo Fiat) presente con una società mista ed un impianto di assemblaggio di veicoli industriali”.

Investimenti e commesse ad aziende italiane a forte rischio. Nello specifico: la Finaset (trading edil procurement) attraverso la CO.GE.L. aveva ottenuto un contratto di alcune centinaia di milioni di euro per la ristrutturazione al centro di Tripoli di diverse costruzioni di origine italiana, di parte della Medina e del vecchio Monopolio dei tabacchi e la Italflex. La Sirti, con la francese Alcatel, aveva chiuso un contratto per la fornitura e messa in opera di oltre 7.000 km di cavi di fibre ottiche per un importo globale di 161 milioni di euro (di cui 68 per Sirti). La Prysmian Cables & Systems di Milano (ex Pirelli Cavi) un contratto da 35 milioni di euro per la fornitura e posa di cavi a larga banda nella rete del Libya General Post and Telecommunications Company (GPTC). La Augusta-Westland aveva ottenuto il contratto per la fornitura di 10 elicotteri con relativi corsi di formazione ed assistenza post-vendita.

La Alenia Alemacchi un contratto di 3 milioni di euro per un programma di formazione e revisione dei sistemi di propulsioni su 12 aerei SF – 260. La Soc. Impregilo aveva ottenuto contratti per oltre un miliardo di Euro per la costruzione di tre centri universitari, del nuovo Centro Congressi di Tripoli e per infrastrutture da realizzare a Tripoli e Misurata. La Trevi sta(va) lavorando alla costruzione del nuovo Hotel Al Ghazala, al centro di Tripoli e di due centri commerciali. Le compagnie Tarros, Messina e Brointermed, gia operanti in Libia da circa 20 anni, hanno costituito un consorzio che, in alleanza con la locale Germa Shipping Agency, avrebbe dovuto costruire un terminale per Container su 150 mila metri quadri presso il porto di Tripoli (il costo dell'intero progetto si sarebbe aggirato sui 35/45 milioni di Euro). La Soc. italiana CO.GE.L (GilafGroup) aveva ottenuto l'appalto per la ristrutturazione delle facciate di alcuni palazzi la cui architettura risale alla presenza italiana in Libia, vicini alla centralissima Piazza Verde: il Ministero delle Finanze e l’ex-tabaccheria o monopolio dei tabacchi, il castello di Tripoli che ospita il più importante museo della capitale, di un altra struttura che avrebbe dovuto trasformarsi in museo personale del Leader Libico Gheddafi, delle centralissime gallerie "De Bono" , "Mariotti" e "Aurora" e della Medina. Importo globale: alcune centinaia di milioni di euro.Il Gruppo ENI aveva firmato con la "Gheddafi Development Foundation" e la libica "National Oil Corporation" (NOC) un accordo che prevedeva un investimento di ca. 150 milioni di US$ da spendere nei prossimi anni per progetti di natura sociale: formazione di ingegneri libici che dopo due anni di traning sarebbero stati assunti; costruzione di cliniche polispecialistiche e relative forniture di attrezzature ospedaliere; restauro di siti archeologici; restauro di scuole e progetti ambientali. La Ocrim aveva firmato un contratto per 150 milioni di Euro per la costruzione di alcuni silos.Infine appare quanto mai incerta la costruzione dell’autostrada dell’amicizia, chiesta da Gheddafi al Governo Italiano quale risarcimento finale per i danni subiti dalla colonizzazione italiana. I 1700 km (da costruire in 20 anni) avrebbero dovuto congiungere Rass Ajdir a Imsaad, il confine con l’Egitto a quello con la Tunisia. La spesa prevista era di 3 miliardi di dollari. Ad aggiudicarsi la gara da 125,5 milioni di euro per il servizio di ‘advisor’ fu il raggruppamento di imprese costituito da Anas (capofila) – Progetti Europa & Global- Talsocotec.

“Fino a prima della guerra – chiude Cestari - le PMI italiane stavano coraggiosamente investendo in Libia per un ammontare di oltre 60 milioni di US$ prevalentemente in attività di produzione nei settori dei materiali da costruzione (mobili, infissi, ferramenta....) della meccanica, della plastica e del turismo. Altri progetti erano in fase di perfezionamento mentre alcuni raggruppamenti di imprese avevano scelto di impiantasi in Libia aprendo lì i propri uffici di rappresentanza. Oggi non vi è nessuna certezza. Chi salverà questi investimenti?”. Dopo l'Italia seguono, tra i Paesi investitori in Libia, Malta, Gran Bretagna, Egitto, Tunisia e Canada. L'Italia risulta il 5 a livello mondiale.

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di Redazione
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