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Dorotea Liguori e il suo amore per il prossimo

Torre del Greco. "Yaeko il ciliegio selvatico"


Torre del Greco. 'Yaeko il ciliegio selvatico'
08/03/2011, 12:03

Yaeko/Dorotea è una donna che ha avuto la possibilità di vivere più vite parallele viaggiando per mezzo mondo. Yaeko vuol dire “otto petali di ciliegio selvatico”, mentre Dorotea significa “dono di Dio”, sono i due nomi che hanno caratterizzato le due vite di una donna combattiva negli affari e particolarmente amorevole con i suoi affetti.
Nata a Kobe il 13 dicembre 1925, Yaeko Dorotea, la Regina delle perle, figlia di Gennaro Liguori di Torre del Greco e di Hana, una donna che fu allontanata dalla famiglia d’origine soltanto perché si era avvicinata ad un occidentale, approdò al porto di Napoli il 1° dicembre 1946.
La storia di Yaeko Liguori si intreccia con la storia del Giappone, un paese evoluto, culla di una grande civiltà che ha rischiato di scomparire. Le sofferenze hanno ritemprato il corpo e la mente di chi custodisce dentro di sé la filosofia orientale e la praticità dell’Occidente, di chi discende dai valorosi samurai e in parte da navigatori, commercianti, dalle stirpe regali e da popoli colonizzati, dalla leggiadria dei modi e dalla risolutezza decisionale, e soprattutto da chi ha sempre anteposto il dovere al proprio piacere personale.
Yaeko/ Dorotea è una donna d’affari che ha ereditato dal padre Gennaro Liguori prima l’amore per le perle e poi il sense of business. “Gennaro Liguori  - scrive Yaeko/Dorotea nella sua biografia intitolata “Yaeko il ciliegio selvatico” - vedeva nelle perle una materia viva. Spesso parlava con loro chiamandole per nome”. Il famoso don Gennaro esportava in Occidente le perle coltivate nel mar del Giappone, per la precisione da Ise.
In quel periodo, era il 1919, il giapponese Mikimoto, un ex pescatore di perle di Ise, aveva inventato la perla coltivata, provocando una rivoluzione nel campo dei gioielli. “Mikimoto – precisa Yaeko/Dorotea - aveva studiato almeno per dieci anni la possibilità di produrre in provetta le perle, di coltivarle introducendo nell’ostrica una pallina di madreperla, di varia grandezza, invece della pietruzza o del granellino di sabbia che vi entravano casualmente. L’ostrica avrebbe così avvolto la madreperla con la sua secrezione”.
 “Nell’antichità la perla, dedicata a Venere, dea dell’amore – continua a scrivere Dorotea - era simbolo del piacere; le veniva anche attribuita la capacità di attirare la felicità e la fortuna. I primi esperimenti di coltivazione delle perle li avevano fatti in verità i cinesi trecento anni prima. Ma a loro non era riuscito quello che riuscì a Mikimoto. Nel 1919 questo mago giapponese aveva iniziato la produzione sistematica delle perle. Il metodo fu chiamato Yoshoku Shinjù. Luogo di coltivazione, e “laboratorio”, era il fondale della baia di Ise”.
Nella biografia tanti sono gli spunti di riflessione e le considerazioni di Yaeko sul denaro, sulla guerra e soprattutto sulla devastazione di Hiroshima e Nagasaki.
A proposito del denaro Dorotea afferma che “Forse avere tanti soldi cancella la cattiva coscienza. Nel senso che la gente ricca spesso specula sui mali dell’umanità, perché di solito è su quelli che costruisce la propria fortuna”. Una considerazione amara, vera che non fa onore a chi può aiutare concretamente e lealmente le persone in difficoltà.
Gli anni delle guerre, dei bombardamenti atomici si inseriscono con prepotenza nella vita di Yaeko, che nel frattempo studiava nel prestigioso college Semmongakuin - Sacro Cuore - a Tokyo, frequentato anche dalla attuale imperatrice del Giappone.
Yaeko si sofferma sulla tragedia di Hiroshima, definendola l’orrore dell’umanità, “il volto infernale della morte moderna”. “Il rumore dei bombardamenti sulle città – scrive Yaeko – ormai lo conoscevamo, posso dire che gli scoppi ci erano familiari, quasi non ci spaventavano più. Invece, quel giorno, la detonazione, quasi un tuono moltiplicato, arrivò nitida, nonostante la distanza fra Kobe e Hiroshima: un centinaio di chilometri. Poi, nel cielo bianco, quasi lucido, si videro matasse di nuvole che si muovevano e si allargavano, da sotto in su, come se un gigante avesse buttato in cielo malloppi di lana di pecora”.
Yaeko riporta nel volume la testimonianza di uno studente di ingegneria Masao Akagi, che era a Hiroshima ma, durante l’esplosione, poiché viveva a diversi chilometri di distanza dal centro, dietro una collina, non aveva riportato grosse ustioni.
Erano le 8.16 del mese di agosto del 1945 e nella città di Hiroshima, gonfiata da masse di profughi e sbandati, in quel momento vivevano quasi quattrocentomila persone. La gente si preparava per andare al lavoro. I tram erano affollati. Miriadi di biciclette, negozi che aprivano, sirene di fabbriche. All’improvviso, un’esplosione tremenda. Un enorme globo di luce, crescendo su se stesso, aveva preso la forma di un fungo sfrangiato di un inverosimile arancione, viola e porpora. Nel punto dell’esplosione: cinquantamila gradi di calore. In un attimo trentamila persone si erano dissolte nel nulla, e con loro era svanita, nel raggio di un chilometro dall’epicentro, ogni forma di vita: animali, piante, alberi, fiori. Nel raggio di due chilometri e mezzo, erano morte, in cinque o sei secondi, cinquantamila persone”.
Hiroshima era una fornace ardente e le fiamme altissime, il calore, avevano impedito alle squadre di soccorso di avvicinarsi. Hiroshima, città morta. Il luogo dove sorgeva era ormai una distesa piatta di cenere. Questo l’avevano fatto gli uomini. Tre giorni dopo, il 9 agosto, gli americani sganciavano la seconda atomica su Nagasaki, producendo lo stesso inferno. Era la disfatta del Giappone. Il 27 settembre l’imperatore Hiro Hito firmò la resa.
Dopo un tale annientamento forse l’uomo avrebbe lasciato per sempre quei luoghi, ma “il popolo giapponese - scrive Yaeko - sembra fragile come un ventaglio. In realtà è resistente come una lanterna di pietra”. Il carattere di Yaeko si è forgiato nel pieno dell’anima orientale, fatta di modestia, orgoglio, tenacia. Ha ben interiorizzato il detto giapponese “Naseba naru” “Qualunque cosa, se vuoi, puoi farla”.
Yaeko lascia la sua terra e con il padre poi giunge al porto di Napoli il 1° dicembre 1946, trovando una città sporca e distrutta. La giovane Yaeko aveva lasciato la città natale di Kobe che era, ed è tuttora, una delle più grandi del Giappone, situata nel golfo di Osaka, sulla riva sinistra del fiume Minato. Trova una città molto diversa dalla sua e con una mentalità molto rigida per quanto riguarda i costumi.
A Torre del Greco rivoluziona ben presto i comportamenti delle donne. E’ stata la prima donna a guidare l’auto. E’stata ed è una abile donna d’affari.  
Al suo matrimonio, presso la Chiesa di Sant’Anna, Dorotea ha come testimone Enrico De Nicola, grande statista, ex presidente della Costituente. Il ricevimento fu all’hotel Excelsior di Napoli senza chiasso e senza scugnizzi.
Dorotea, nel corso della sua vita diventa un prezioso “dono di Dio” per i bambini africani che soffrono la fame. Dieci anni fa Dorotea Liguori ha fondato l’Associazione “Feed the children Italia Onlus”. A Nairobi in Kenya ha lavorato nel centro ABC, dotandolo di un refettorio, di una cucina, di una lavanderia, di un dormitorio. In questa zona dell’Africa Dorotea prepara una volta l’anno un pranzo italiano. L’ultimo era a base di spaghetti alla bolognese, polpettone, sformato di patate e tanto gelato. Dorotea ha fatto molto di più. Ha dedicato tutte le sue forze alle aree rurali del Kenya devastate dalla siccità. Un luogo arido dove si muore di fame e di sete. A Maparasha ha fatto costruire prima di tutto i gabinetti, poi le aule, ben 500 ragazzi possono andare a scuola, è in fase di costruzione la nuova clinica di maternità. I Masai devono molto a questa donna che presenta i suoi progetti agli imprenditori e con molta umiltà chiede aiuto in nome di chi non ha niente per vivere.
Dorotea Liguori è la prova vivente che si può fare qualcosa per cambiare la vita di un bambino che soffre. Quest’anno si recherà in Tanzania, nel mese di luglio, con l’obiettivo di costruire due aule per trecento bambini ciechi e sordomuti. L’instancabile signora Liguori, poi, ritornerà a Nairobi, in Kenya, dove tutti l’attendono con ansia e gioia come si attende una madre amorevole e generosa.
 

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di Rossella Saluzzo
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