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Centrosinistra spaccato, Boccia invoca le liberalizzazioni

Articolo 18: è subito bagarre politica

Idv: "Più importante intervenire sull'apprendistato"

Articolo 18: è subito bagarre politica
19/12/2011, 20:12

L’orizzonte politico si divide sulla controversa questione della riforma dell’articolo 18 dei lavoratori. Ad aprire la bagarre mediatica con twittate, comunicati stampa e dichiarazioni è stata l’opinione del presidente della Camera Gianfranco Fini, che ha chiesto una limitazione dei contratti a termine. In cambio, se per le aziende le cose vanno male, Fini sarebbe favorevole ad una maggiore flessibilità in uscita. E cioè, con la modifica dell’articolo 18,  la libertà di licenziare anche senza giusta causa. Ma lo scenario si spacca soprattutto a sinistra. Subito in trincea il leader di Sinistra, Ecologia e Libertà Nichi Vendola, che attacca rispondendo indirettamente alle parole del ministro del Welfare, Elsa Fornero: “L’articolo 18 è un tabù. Lo è perché  riguarda la carne viva dei lavoratori e i diritti delle persone”. Il presidente di Sel ha incontrato oggi le segreterie di Cgil, Cisl e Uil, con i quali sembra in sintonia. Questa la sua ricetta: “Per combattere contro la crisi servono invece più diritti e giustizia sociale, non si possono intaccare i diritti frutto di decenni di lotta del mondo operaio, è una perfidia inaccettabile. Servono più diritti per tutti, non si può pensare di dare forza a chi chiede lavoro attraverso i licenziamenti facili”. Sulla stessa linea l’Idv: “Riteniamo assurdo - interviene il leader Antonio di Pietro -  che ancora una volta il lavoratore vada messo contro il datore di lavoro e viceversa. Invece di toccare l'articolo 18 si intervenga sui contratti di apprendistato”.

Il Partito democratico va in tutt’altra direzione: per Francesco Boccia, piddino di ferro, l’articolo 18 è “un pezzo del museo delle cere che ci portiamo dietro da anni”. Boccia apre alla riforma del mercato del lavoro ma solo dopo aver completato quello che chiama il “big bang del sistema, cioè le liberalizzazioni” promesse (e in parte ancora lettera morta) dal governo Monti. Per il coordinatore economico a Montecitorio del Pd, “far passare l'articolo 18 come la soluzione possibile di tutti i problemi del mercato del lavoro è intellettualmente non onesto. Perché ci sono 12 milioni di persone, disoccupati, precari, dipendenti di piccole imprese, che non vivono sotto regime dell'articolo 18. Altrettanto poco onesto è far diventare l'articolo 18 un totem per non discutere del mercato del lavoro”.

Ma c’è un’altra divisione nel Pd. Ed è la posizione di Stefano Fassina, responsabile economico del partito: “In una fase di recessione e depressione come quella attuale – afferma -  è assurdo pensare a maggiori possibilità di licenziare i lavoratori. Dovremmo occuparci di come far ripartire la crescita”, quindi del “sostegno alla domanda, della redistribuzione del reddito, e non di aspetti che nulla hanno a che vedere con la precarietà e con la crescita”.

Nel Terzo Polo la posizione è più omogenea e delineata. E, in sostanza, è: parliamone. Il leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini, si scaglia contro quelli che chiama “scontri ideologici” sullo statuto dei lavoratori, considera “ragionevoli” le parole del ministro del Welfare Fornero sull’argomento e sottolinea che lo statuto dei lavoratori “non è un totem”. D’accordo anche il Pdl: per il capogruppo alla Camera, Fabrizio Chicchitto, “l’Unione europea ci chiede di rendere il lavoro più flessibile” e quindi la modifica dell’articolo 18 diviene necessaria e diventa un problema con il quale “il governo si deve misurare”.

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di Gaia Bozza
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