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Premier scarica responsabilità sul maggiordomo per Lavitola

Berlusconi come Vasco: "E' colpa di Alfredo"


Berlusconi come Vasco: 'E' colpa di Alfredo'
22/10/2011, 14:10

ROMA - Il premier ha deciso di rispondere alle tante intercettazioni uscite in questi ultimi giorni riguardo i suoi rapporti con il faccendiere Valter Lavitola e con Giampaolo Tarantini. E lo fa, come spesso accade, nell'ultimo libro di Bruno Vespa. Spiegando che lui non ha mai aiutato in nessun modo Lavitola, nè l'ha mai messo in contatto con Foinmeccanica. Riguardo la telefonata intercettata mentre parla con una Sim card sudamericana, la spiegazione che dà è semplice: "Una sera Alfredo (il maggiordomo ad Arcore, ndr) si affacciò alla porta del mio studio con un cellulare in mano. 'Dottore, mi disse, Lavitola ha chiamato almeno venti volte, vuole rispondergli almeno una volta?' Ci parlai, ma con il convincimento che il cellulare fosse quello di Alfredo".
E l'intercettazione in cui dice di voler assalire il Tribunale di Milano? Tutto falso: "Per l'ennesima volta è stato vergognosamente travisato il senso della conversazione, che andava esattamente nella direzione opposta. Ogni comportamento o manifestazione eversiva è esecrabile. Figuriamoci se me ne voglio intestare una o capeggiarla".
Invece continua l'attacco alla magistratura: "Una specie di rivoluzione la stanno tentando di fare alcune procure politicizzate. Quando in un paese democratico si arriva a violare il domicilio del presidente del Consiglio, e a considerare possibile indiziato di reato chiunque vi faccia ingresso, significa che il livello di guardia è stato ampiamente superato, e che è giunto il momento di ristabilire una reale separazione fra i poteri e gli ordini dello Stato". Il riferimento che intende fare è quello al processo che vede imputati Fede, Mora e Minetti, dimenticando il premier che è prassi normale, in una indagine per sfruttamento della prostituzione, tenere sotto controllo i telefoni dei presunti sfruttatori e delle prostitute, per accumulare prove. Ed è esattamente quello che è stato fatto.

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di Antonio Rispoli
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