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CARC: "Mobilitazione permanente per cacciare la banda Berlusconi"


CARC: 'Mobilitazione permanente per cacciare la banda Berlusconi'
21/10/2011, 09:10

Se le lacrime e il sangue sono la ricetta dei padroni per fare fronte alla crisi, i lavoratori, gli studenti, i giovani, i precari, le donne e gli immigrati hanno di fronte solo un’altra strada: la ribellione, la mobilitazione, la lotta e la riscossa. I fatti hanno la testa dura e valgono più di mille moniti, condanne, appelli alla delazione e divieti.

Dopo quattro giorni di battage incessante su giornali, televisioni e internet, il Tribunale conferma gli arresti per 9 manifestanti fermati; un acquazzone su Roma semina distruzione e morte e contemporaneamente lava via le ipocrisie: c’è scappato il morto (come piace dire a Maroni), di fatale non c’è nulla, era tutto ampiamente previsto (a ogni pioggia segue una scia di danni, distruzioni e morti) e tutti giocano allo scarica barile. I devastatori e i saccheggiatori sono tutti ancora lì, al loro posto, nei loro attici, nei loro studi, nei loro uffici a trafficare, corrompere, spacciare, ricattare, taglieggiare, rubare, a pianificare la TAV e le colate di cemento, l’apertura di discariche e la chiusura di ospedali, a litigare per chi intasca la parte più grossa dei soldi pubblici per l’Expo 2015 o per chi ha la precedenza di godere dei regali e dei servigi della malavita.

La legittima mobilitazione degli operai, delle popolazioni della Val Susa, degli studenti, degli immigrati, delle donne…chi la ferma e come? La mobilitazione delle organizzazioni operaie e popolari è permanente e non la possono fermare divieti, restrizioni, minacce e terrorismo mediatico: il 21 ottobre a piazza del Popolo sono gli operai della FIAT, di Fincantieri e della Irisbus che scendono in piazza e chiamano a raccolta la parte sana di questo paese: ma quali divieti e divieti, un piano straordinario per il lavoro! Il 23 ottobre di nuovo in Val di Susa una lezione di coraggio, di solidarietà, di determinazione e di metodo: diamoci un taglio, a volto scoperto, a mani nude a testa alta. Tagliare le recinzioni è legittimo, anche se è illegale.

La soluzione è politica. La piazza del 15 ottobre enorme, combattiva, carica di contenuti e di prospettive ha scontato l’estremo residuale tentativo dei conciliatori, dei mestatori, dei “buoni consiglieri” di mettere un cappello di paglia a coperchio di una pentola a pressione. I buoni propositi, le buone intenzioni, le belle parole e le promesse non sono bastate e non bastano più: quanto più le autorità borghesi si arroccano dietro il loro potere vacillante, tanto più nelle strade, nelle piazze, nelle fabbriche, nelle aziende e nelle scuole sale la ribellione.
Da Napolitano a Montezemolo, da Berlusconi a D’Alema, da Prodi alla Marcegaglia tutti fanno appello alla “coesione sociale” per uscire dalla crisi, per salvare il salvabile. Per salvare e tutelare gli interessi dei ricchi e degli speculatori e per scaricare i costi della crisi sulle masse popolari: la disoccupazione, la precarietà, la devastazione ambientale e la crisi culturale e morale. Nessuno di loro ha soluzioni reali.
I provvedimenti, le manovre, le misure, le leggi, le campagne di opinione che la borghesia promuove e vuole imporre sulle masse popolari per “fare fronte alla crisi”, per “uscire dalla crisi”, per “alimentare la coesione sociale”, per “trovare soluzioni condivise”, “consolidare la democrazia e la legalità” e “difendere gli interessi del Paese” sono balle. E’ una consapevolezza e un convinzione sempre più ampiamente e profondamente radicata fra le masse popolari.
Ma per farla finita con banchieri, speculazione, mafiosi, corrotti non basta la consapevolezza e la convinzione di ciò che dobbiamo, collettivamente e unitariamente, combattere, contrastare, isolare e debellare.
La situazione è tanto grave e compromessa che rendere unitaria e collettiva la consapevolezza e la convinzione di come dobbiamo muoverci, di quali obiettivi perseguire, di quali soluzioni proporre, promuovere, adottare (il contenuto del cambiamento) è una necessità di gran lunga più importante delle divisioni e contrapposizioni riguardo alla forma del cambiamento. Una volta fissato e riconosciuto il contenuto e l’obiettivo, le forme, i mezzi, gli strumenti ne discendono.

Il nuovo avanza e cerca la sua espressione e affermazione, travolge il vecchio che lo costringe, lo respinge e lo opprime. La sintesi fra vecchio (la società dei padroni, della crisi, della guerra fra poveri) e nuovo (una società in cui il libero sviluppo di ognuno è base e presupposto per il libero sviluppo di tutti) è la costruzione di un governo di emergenza popolare: le organizzazioni che godono della fiducia delle masse popolari, che ne promuovono l’organizzazione e la mobilitazione, che ne raccolgono istanze e aspirazioni, che hanno le potenzialità e le forze per adottare misure urgenti per fare fronte alla crisi devono governare attuando un programma articolato attorno a sei misure urgenti e necessarie:
1. assegnare a ogni azienda compiti produttivi (di beni o servizi) utili e adatti alla sua natura, secondo un piano nazionale (nessuna azienda deve essere chiusa),
2. distribuire i prodotti alle famiglie e agli individui, alle aziende e ad usi collettivi secondo piani e criteri chiari, universalmente noti e democraticamente decisi,
3. assegnare ad ogni individuo un lavoro socialmente utile e garantirgli, in cambio della sua scrupolosa esecuzione, le condizioni necessarie per una vita dignitosa e per la partecipazione alla gestione della società (nessun lavoratore deve essere licenziato, ad ogni adulto un lavoro utile e dignitoso, nessun individuo deve essere emarginato),
4. eliminare attività e produzioni inutili o dannose per l’uomo o per l’ambiente, assegnando alle aziende altri compiti,
5. avviare la riorganizzazione delle altre relazioni sociali in conformità alla nuova base produttiva e al nuovo sistema di distribuzione,
6. stabilire relazioni di solidarietà e collaborazione o di scambio con gli altri paesi disposti a stabilirle con noi.

Questa è la direzione, la prospettiva, l’alternativa che dobbiamo costruire. Si tratta di metterci ognuno le proprie sensibilità, conoscenze, intelligenze, forze.
Quanto più la mobilitazione diffusa va in questo senso, tanto più sono valorizzate le tendenze, i percorsi, il protagonismo della moltitudine di organismi, aggregati, organizzazioni e movimenti che stanno contrapponendo gli interessi collettivi e la solidarietà di classe alle manovre e ai tentativi di colpi di mano della destra reazionaria, della destra moderata e dei politicanti di ogni sorta.

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di Redazione
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