POLITICA - Parlamento

PER NAPOLITANO SAREBBE VIOLAZIONE DELLA LIBERTà PRIVATA

Cene tra Berlusconi e giudici, il Quirinale si fa da parte

Cene tra Berlusconi e giudici, il Quirinale si fa da parte

02/07/2009, ore 20:48 - 

Il Quirinale non ha nessuna intenzione di intervenire istituzionalmente nella questione delle cene che hanno visto seduti uno accanto all’altro Berlusconi e giudici. Si tratterebbe, fanno sapere, di un intervento che lederebbe l’autonomia della Corte Costituzionale in quanto si interverrebbe nella sfera privata. Per Antonio Di Pietro si tratta di un lavarsi le mani che in realtà nasconde un’altra verità, ovvero che “sono stati i due giudici della Consulta, Luigi Mazzella e Paolo Maria Napolitano, a ledere l’autonomia della Corte Costituzionale, rivendicando l’intima amicizia e invitando a cena, ripromettendosi di farlo ancora, l’imputato Silvio Berlusconi, sotto processo per gravi reati, le cui sorti giudiziarie dipendono anche dalle loro decisioni”. Infatti era stato lo stesso giudice Mazzella che solo ieri, in risposta alle polemiche relative alla cena di maggio (a cui aveva partecipato insieme al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, al Ministro della Giustizia Angelino Alfano, al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta e al presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato Carlo Vizzini), aveva affermato in una lettera aperta a Berlusconi che non avrebbe rinunciato alla loro amicizia e pertanto ci sarebbero stati altri inviti ed ulteriori occasioni per cenare insieme. “Al presidente Napolitano chiediamo, - ha continuato Di Pietro, - non di interferire nelle decisioni della Consulta, ma l’esatto contrario, ossia di ripristinare la credibilità e la sacralità di questo organo costituzionale, compito che spetta solo a lui in quanto garante della Costituzione”.
Né Mazzella né Paolo Maria Napolitano hanno intenzione di astenersi dalla seduta della Corte che, il 6 ottobre prossimo, dovrà pronunciarsi sul cosiddetto lodo Alfano. Anzi, il giudice Napolitano, replicando alla richiesta di dimissioni avanzata da Di Pietro, afferma che la stessa “possa essere interpretata come un tentativo di intimidazione”. L’intimidazione consisterebbe nella “reazione violenta e spropositata rispetto al tipo di contestazione”. “E la contestazione quale era?, - si chiede il giudice Napolitano, - quella di essere andato a cena col presidente del consiglio in carica?”.

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