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Considerazioni sul " Pacchetto Sicurezza".


Considerazioni sul ' Pacchetto Sicurezza'.
29/07/2009, 06:07

 

Un “Pacchetto” con sicurezza di xenofobia

 

di Renato Fioretti


 

All’indomani dell’approvazione, al Senato, della versione definitiva del “Pacchetto sicurezza”, non si può non denunciarne il carattere oggettivamente xenofobo e razzista. Il giudizio trova un’indiscutibile conferma nei provvedimenti di carattere oppressivo - prima ancora che repressivo -adottati nei confronti degli extracomunitari e degli apolidi. A proposito dei quali, anche tralasciando di approfondire alcuni aspetti secondari, ma non meno esecrabili, non si può ignorare la vera e propria “perfidia” che traspare da alcune norme, apparentemente minori.


 

Risponde a questa logica, per esempio, l’aver stabilito che quanto previsto all’art. 61, numero 11-bis del codice penale - circostanze aggravanti comuni - s’intende riferito esclusivamente ai suddetti soggetti, illegalmente presenti sul territorio nazionale, che dovessero rendersi responsabili di un reato. Tra l’altro, rispetto a questa particolare disposizione - nel rinviare l’eventuale approfondimento agli esperti della materia - traspaiono con evidenza seri dubbi di costituzionalità laddove riserva l’applicazione delle aggravanti alla specifica nazionalità (extracomunitario) dl reo, piuttosto che a qualunque soggetto che si trovi illegalmente - a qualsiasi titolo - sul territorio nazionale.


 

Particolare accanimento traspare anche dall’inasprimento della pena (arresto fino a un anno, piuttosto che i precedenti sei mesi) e dall’aumento dell’ammenda (fino a euro 2 mila, rispetto alle 800 mila lire precedenti) a carico dello straniero che, senza giustificato motivo, non ottempera all’ordine di esibizione del passaporto, di altro documento d’identificazione o del permesso di soggiorno.


 

Non meno discriminante è l’aver previsto che il provvedimento di allontanamento dal territorio nazionale del cittadino di uno Stato membro dell’Ue, è adottato, con atto motivato, dal Ministro dell’interno, mentre per l’espulsione dell’extracomunitario e dell’apolide è sufficiente un provvedimento del questore. Inoltre, gli stessi termini adottati, nel primo caso allontanamento, nel secondo espulsione, dimostrano l’esasperata applicazione del concetto di “diversità” utilizzato come discrimine rispetto alla nazionalità e, temo, al colore della pelle.


 

In sede di commento delle nuove norme: la prima riflessione è di carattere generale.

L’introduzione, nel nostro ordinamento, del reato di “immigrazione clandestina” rappresenta, in termini giuridici, un’evidente forzatura; conseguenza di una palese mistificazione politica: “L’immigrato non in regola con il permesso di soggiorno è un criminale a prescindere”, sulla quale la compagine governativa, in particolare la Lega, ha (da sempre) speculato, con evidente successo. Così facendo, si rende perseguibile un soggetto sulla base della semplice condizione personale (essere uno straniero), piuttosto che a seguito di comportamenti soggettivi, accertati da un giudice, da cui derivi un’oggettiva pericolosità sociale.


 

La conseguenza è che, attraverso una perversa semplificazione del tema “sicurezza”, si finisce col porre sullo stesso piano chi fugge (semplicemente) dalla fame o dalla guerra e chi, invece, delinque.

A questo proposito, sarebbe (anche) opportuno interrogarsi su quanto incidano - in termini di causa/effetto della deriva delinquenziale - proprio gli atteggiamenti e i comportamenti di sostanziale ostracismo e rifiuto, se non xenofobia e razzismo, adottati nei confronti dell’extracomunitario “di turno”; specialmente se di colore!

Insomma, è difficile non concordare con Lorenzo Prencipe, Presidente del CSER (Centro Studi Emigrazione Roma), quando afferma: “Migrare non è un crimine. E’ invece criminale un sistema economico-finanziario mondiale (l’11 per cento della popolazione mondiale consuma l’88 per cento delle risorse) che forza la gente a fuggire dalla propria terra per sopravvivere, salvo criminalizzarla una volta giunta a destinazione. La povertà non è reato”!


 

Le nuove norme, invece, per tanta parte della politica e per altrettanta della “società civile”, almeno per coloro che hanno il coraggio di assumersi la responsabilità di dichiarare di condividerne la filosofia e le conseguenze - a differenza di quanti “in silenzio” ne approvano i principi o, ancora, vigliaccamente, non osano contrastarne l’applicazione - postulano che gli immigrati in condizione d’irregolarità sono tutti delinquenti; da perseguire con particolare rigore.


 

Una prima “chicca” del provvedimento, è rappresentata dall’entità dell’ammenda, da 5 mila a 10 mila euro, che punisce l’ingresso e il soggiorno illegale del cittadino straniero. Se non si trattasse di questioni così tragiche, che coinvolgono centinaia di migliaia di soggetti, ci sarebbe veramente di che “morire dalle risate”. Come si può (realisticamente) pensare, se non ai fini della ricorrente “politica dell’effetto annuncio”, di sanzionare così pesantemente soggetti che arrivano nel nostro Paese dotati solo della speranza di sopravvivere, o, se già lavoratori “a nero” - è il caso, ad esempio, delle migliaia di addetti impegnati in agricoltura e nell’edilizia - costretti, da “caporali” e imprenditori senza scrupoli, a lavorare 10 - 12 ore al giorno per salari di 500/600 euro?


 

La tragedia sfocia nella farsa, quando si precisa che la sanzione non si applica agli stranieri destinatari del provvedimento di “respingimento”. Almeno non si è arrivati a pretendere che l’immigrato clandestino pagasse due volte; la prima, per il passaggio attraverso una delle tante “carrette” del mare e la seconda, a favore di uno Stato (e di una “società civile”) sempre più minacciosi e meno ospitali!


 

Un’altra, intollerabile, disposizione, riguarda il divieto, per l’extracomunitario sprovvisto di regolare permesso di soggiorno, ma (eventualmente) inserito nella florida economia “sommersa” - mai adeguatamente e sufficientemente contrastata, almeno con pari tenacia e perseveranza - di operare incassi e/o trasferimento di fondi attraverso le agenzie specializzate del settore (money transfer).

Rispetto a questo punto: senza alcuna intenzione di offrire alibi o attenuanti a comportamenti (comunque) illeciti, appare evidente che nel nostro Paese -ciclicamente beneficiato, da Berlusconi e Tremonti, da provvedimenti di “rientro” (a costo quasi zero e in forma anonima) dei capitali illegalmente trasferiti all’estero e da condoni per reati fiscali e tributari - si è ormai consolidata una politica “persecutoria” nei confronti di soggetti particolarmente deboli.


 

Tra questi, tantissimi onesti lavoratori che - mal tutelati dalle leggi e “sfruttati”, grazie all’inerzia delle istituzioni preposte ai controlli - si troveranno nell’impossibilità di trasferire alle loro famiglie, nei paesi d’origine, i proventi delle loro fatiche. Nemmeno al più reazionario, fra gli amministratori statunitensi, era mai venuto in mente di impedire il trasferimento di fondi da parte dei milioni di messicani che continuano a varcare illegalmente il confine tra i due Stati!


 

Tra l’altro, la certezza di incorrere nel reato di soggiorno irregolare, produrrà l’effetto di ridurre ulteriormente le già modeste possibilità di denuncia dei datori di lavoro che impiegano mano d’opera extracomunitaria “in nero”. Uguale motivo impedirà, nei fatti, che extracomunitari irregolari denuncino eventuali reati commessi ai loro danni.

 


 

Non meno vessatoria, è la previsione dell’obbligo di dimostrazione della regolarità d’ingresso e di soggiorno nel territorio nazionale ai fini del godimento di una serie di servizi. Sono esenti dall’obbligo solo le prestazioni sanitarie e quelle relative alle prestazioni scolastiche obbligatorie. Rispetto a questo punto, rilevo la particolare “perfidia” messa in atto (anche) nei confronti dei figli degli “irregolari”. Infatti, l’applicazione della suddetta norma renderà loro impossibile il completamento di un regolare ciclo di scuola media superiore di secondo grado.

Questo perché, come ampiamente noto - in ossequio alla legislazione vigente - l’obbligo scolastico si esaurisce, nel rispetto dell’età anagrafica, al completamento del primo biennio di un qualsiasi istituto di secondo grado.


 

L’impossibilità di accesso ai servizi per il perfezionamento degli atti di stato civile, significherà, in pratica, non potersi rivolgere all’anagrafe per la registrazione di una nascita, di un matrimonio o di un decesso.


 

Inoltre, dopo l’introduzione del reato d’ingresso e soggiorno illegale, anche relativamente alla possibilità di accesso - senza alcuna conseguenza - al servizio sanitario nazionale, restano molti dubbi e non tutto appare scontato. Infatti, permane il problema relativo alla (eventuale) denuncia cui sarebbero tenuti gli operatori che, se pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio, venissero a conoscenza di una situazione d’irregolarità. Questi soggetti - personale medico, infermieristico, ecc - ai sensi degli artt. 361 e 362 c.p. avrebbero, allo stato, l’obbligo di denunciare lo straniero della cui condizione d’irregolarità venissero a conoscenza nell’esercizio delle loro funzioni.


 

A mio parere, almeno in questo senso, in un clima di sostanziale incertezza e con il concreto rischio di affidare l’interpretazione delle norme alla discrezionalità dei singoli, è auspicabile una sorta di “patto d’onore” - tra tutti gli operatori del settore sanitario - allo scopo di assumere un impegno comune: “No, alla denuncia e alla delazione”! Quanto meno, per evitare le gravissime conseguenze sociali che potrebbero determinarsi a seguito di un’ampia (e diffusa) riduzione del ricorso alle strutture sanitarie pubbliche da parte dei soggetti non in regola. Penso, in particolare, alla pericolosa sottovalutazione di molte patologie polmonari, alla ricomparsa di alcune malattie infettive e alla tragica pratica degli aborti clandestini.


 

Un’altra novità, ancora tutta da scoprire, nell’attesa di uno specifico regolamento, è rappresentata dal c.d. “Accordo di integrazione” - articolato per crediti, come i “punti” previsti per la patente di guida - attraverso il quale lo straniero sottoscriverà l’impegno a perseguire, durante il periodo di validità del permesso di soggiorno, non meglio specificati “obiettivi di integrazione”. La perdita integrale dei crediti determinerà la revoca del permesso di soggiorno e l’espulsione dal territorio dello Stato.


 

C’è da inorridire di fronte alla sciagurata ipotesi che - nei prossimi centottanta giorni che ci separano dall’emanazione del regolamento - la determinazione degli elementi atti a soddisfare il raggiungimento degli obiettivi d’integrazione possa essere affidata alla fertile “fantasia padana” di illuminati ministri alla Calderoli e di eminenti politici alla Borghezio!

Trovo, inoltre, paradossale che la maggioranza di governo, dopo aver fatto il massimo sforzo e profuso tutto l’impegno possibile nell’alimentare una vera e propria psicosi nei confronti degli stranieri “di turno” - prima gli albanesi e i romeni, successivamente gli extracomunitari, specie se di colore o, addirittura, islamici - affermi che intende promuovere la convivenza dei cittadini italiani e di quelli stranieri, con il reciproco impegno a partecipare alla vita economica, sociale e culturale della società. Il tutto, in un Paese nel quale tanta parte dei cittadini è stata indotta a considerare l’immigrazione come una sorta di “flagello divino” e il cui Presidente del Consiglio dichiara, ufficialmente, di essere assolutamente contrario a una società multietnica!


 

In questo contesto, è eclatante l’assordante silenzio con il quale il governo ha accolto (e completamente ignorato) la Direttiva n. 2009/52/CE, del 18 giugno 2009, che introduce norme minime relative a sanzioni e a provvedimenti nei confronti di datori di lavoro che impiegano cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare, al fine di contrastare l’immigrazione illegale.

Evidentemente, mentre nel Parlamento Europeo ci si pone il problema di contrastare efficacemente l’illegalità, ovunque essa si annidi, in quello italiano si preferisce “selezionare” i soggetti da perseguire.


 

L’amara sensazione è che, ancora una volta, nonostante i moniti e le (diplomatiche) pressioni esercitate dai più prestigiosi organismi internazionali e in palese contrasto con i principi universali, che attengono al rispetto e alla dignità delle persone, Berlusconi e & preferiscano continuare a operare in perfetta sintonia con le pulsioni più rozze (e, spesso, inconfessabili) dell’elettorato di riferimento.


 

Qualcosa, però, si può e si deve tentare. Sebbene amareggiati e delusi da una politica che stravolge consolidati principi di civile convivenza e “classifica” i cittadini in base all’origine e all’etnia, abbiamo il dovere morale di insistere affinché la civiltà giuridica del nostro Paese non sia ulteriormente mortificata. Tale sarebbe, ad esempio, la conseguenza del reato di “soggiorno irregolare” addebitato - con effetto retroattivo - a chi è presente in Italia da prima dell’entrata in vigore della nuova legge sulla sicurezza.


 

In questo senso, non può non apprezzarsi il giudizio critico con il quale il presidente Napolitano ha accompagnato fa firma del provvedimento. Anche se, personalmente, avrei considerato del tutto fondata la possibilità di rinviare alle Camere un testo che lo stesso Capo dello Stato ha definito “incoerente”, “privo dei necessari requisiti di organicità e sistematicità” e “contraddittorio rispetto ai principi generali dell’ordinamento e del sistema penale vigente”.


 

Evidentemente, a questo punto, non resta che sperare nel giudizio della Consulta, quando ne vaglierà la costituzionalità.


 


 


 


 

 


 

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di Raffaele Pirozzi
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