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Crisi dell'Economia, del lavoro e del Sindacato.


Crisi dell'Economia, del lavoro e del Sindacato.
16/12/2009, 12:12

 

CRISI ECONOMICA, DEL LAVORO E CRISI DEL SINDACATO. (PRIMA PARTE)


 

di Raffaele Pirozzi e Giuseppe Biasco


 

Più giorni passano e più si fanno serie e gravi le conseguenze della crisi economica. In questa società, che vive solo di presente, tutto quello che avviene, sembra assumere una importanza relativa, che si perde nell’insieme di migliaia di notizie che si consumano senza essere recepite. Nessuno capisce quello che realmente avviene, tutti vivono sensazioni che diventano stati d’animo che suggeriscono comportamenti di distacco, di rimozione. Alla fine, quello che non si vive in prima persona non esiste, succede ad altri, non ci riguarda. Purtroppo non è così! Qualsiasi cosa avviene in qualsiasi parte del mondo ci colpisce, provoca un cambiamento, indirizza gli eventi verso inaspettate e sconosciute soluzioni che determinano la nostra vita ed i nostri comportamenti quotidiani. L’insieme di questi elementi condiziona lo sviluppo, ne determina la qualità e la quantità. La crisi economica che stiamo attraversando, sta profondamente cambiando il nostro mondo, a nostra insaputa e contro la nostra volontà. Stanno cambiando, soprattutto, le prospettive. Il futuro sarà molto diverso da quello che abbiamo immaginato. Purtroppo il nostro paese sta affrontando tutto questo senza nessuna strategia, per cui non ci sono principi ne regole, non ci sono idee nuove, non vi è solidarietà sociale, si vive la disgregazione della nostra società senza nessuna possibilità nell’immediato di indirizzare gli eventi verso una meta condivisa. L’unica idea che tutti hanno è quella di difendere se stessi e il poco che ognuno ha.

Il nostro paese appare diviso, egoista ed arretrato!

Chi paga le maggiori conseguenze di questa situazione sono coloro che hanno poco e quello che hanno dipende dal potere degli altri. In particolare i lavoratori dipendenti, che pensavano di essere inseriti in un sistema moderno di flessibilità del lavoro, che pur nella precarietà, consentiva una quantità di acquisti fino ad allora impossibili, mutui per la casa e vacanze all’estero. Prima ancora di appartenere al mondo del lavoro, tutti si sentivano inseriti nel mondo del consumo, dei bisogni indotti e di godere di beni e servizi, il cui possesso ripagava della perdita dei diritti sui luoghi di lavoro. La crisi che viviamo ha dimostrato quanto sia falso questo modo di vivere, questo sistema economico e sociale, che ha strutturato una società di consumatori e non di cittadini. I primi ad essere messi in difficoltà sono stati tutti coloro che avevano contratti di lavoro a progetto, a tempo determinato o che fossero precari nei loro percorsi di lavoro o di professione. Dagli operai delle fabbriche, assunti con contratto a termine,che sono stati espulsi dalla produzione, senza il diritto alla cassa integrazione, si è arrivati ai precari della scuola, ai ricercatori universitari, ai dipendenti dei ministeri e degli enti locali assunti senza concorso e con contratti a tempo determinato. Mentre, il razzismo latente da tempo, nel nostro paese, si è pienamente dispiegato, conquistando intere categorie di cittadini; il Governo, ha sempre alimentato questo fenomeno e ha tradotto in una legge questo misero sentimento. La crisi ha evidenziato l’evanescenza di un sistema produttivo, basato sullo sfruttamento intensivo del lavoro dipendente, a cui non è garantito più nessun diritto, nessuna scelta. Uno dei primi provvedimenti del Governo è stato l’estensione degli strumenti di sostegno al reddito, i cosiddetti “ammortizzatori sociali”: cassa integrazione ed indennità di disoccupazione speciale, finanziati con i fondi europei previsti per lo sviluppo del Sud. La speranza era quella di non fare crollare il mercato, perché tutti pensano che superare la crisi significhi ritornare agli stessi livelli di consumo degli anni passati, che gonfiavano il P.I.L., ma non garantivano lo sviluppo.

Ma tutto questo non è servito a molto. Il debito pubblico, insensibile alle politiche di tagli attuati dal Governo continua,inspiegabilmente a crescere, arrivando ad Ottobre alla cifra mai raggiunta di 1801 miliardi di euro, mentre il nostro export ha fatto registrare una caduta del 24% . Il sistema economico e produttivo è in crisi, gli imprenditori investono all’estero, mentre pretendono dal nostro paese sostanziosi aiuti per vendere le proprie merci o mantenere in Italia le loro produzioni. Il mercato è cambiato, si sta spostando, diventa più conveniente produrre e vendere in India, Cina, Brasile e nei paesi dell’Est. In Italia il mercato è in crisi e non interessa agli imprenditori che i lavoratori – consumatori, non siano piò in grado di comprare molto. Il capitale, come tutti hanno imparato a conoscere, appartiene alla economia globale, non ha più vincoli territoriali, non avverte nessun legame con i suoi produttori, che spesso gli sono sconosciuti e questo li rende poco importanti. Chi è senza volto non ha diritti. Nella società della informazione, le vertenze e le battaglie per il lavoro che non si conoscono non esistono. Ecco perché assistiamo a fenomeni estremi di lotte per il lavoro, con occupazioni di fabbriche, scioperi della fame e lotte disperate.

Più grave è la crisi, più assistiamo a lotte frammentate per territorio e per settore produttivo. Si è radicata la convinzione che ogni vertenza ha la sua specificità, è diversa da ogni altra, prevede soluzioni che non sono generalizzabili. Ognuno lotta per difendere il proprio lavoro, il proprio reddito, non esiste solidarietà di classe, non esiste solidarietà territoriale.

La frammentazione del movimento è stato il grande successo di questo Governo e della Confindustria. Chi doveva garantire l’unificazione del movimento, con una lettura condivisa della crisi e della sua dinamica era il sindacato; che invece è mancato all’appuntamento più importante di questo decennio difficile. In dieci anni, si sono consumate ben tre momenti molto gravi per l’economia mondiale: la crisi del 1997 – 98, quella immediatamente successiva all’attentato alle Torri Gemelle di New York del 2001 ed infine quella del 2008, nella quale ci troviamo tuttora. In questi anni il sindacato italiano è entrato in crisi insieme con il sistema economico e si è dimostrato inadeguato a fronteggiare la grave situazione economica e sociale in cui versano i lavoratori.

Il sindacato italiano si è fatto dividere e mortificare dai governi del centro destra che hanno lavorato con successo alla rottura della unità sindacale, ottenendo su questo terreno un incredibile successo. L’immagine di Bonanni e di Angeletti, che entrano dalla porta di servizio di palazzo Graziolli, per incontrarsi con il premier, racchiude il senso dei rapporti di forza del sindacato nei confronti della controparte e dell’attuale livello a cui sono giunti i rapporti tra le tre Confederazioni sindacali.

La Cgil ha d’altra parte la grande responsabilità di essersi fatta spingere in un isolamento politico, in cui può esercitare il suo principio di non firmare mai un accordo, di non dire mai di si a nessuna proposta, di non fare mai fino in fondo nessuna trattativa.

Da anni, ormai, il sindacato si è trasformato in una grande centrale di servizi, da cui trae la maggior parte dei proventi dei suoi bilanci. La concorrenza tra le diverse sigle sindacali nell’accaparrarsi l’utenza per i propri centri di servizio, è più forte di qualsiasi necessità di unità sindacale per combattere la crisi e migliorare le condizioni di vita dei cittadini lavoratori.

Le grandi manifestazioni della Cgil, pienamente riuscite, con una convinta adesione di centinaia di migliaia di persone, somigliano sempre di più ad una grande testimonianza civile, alla espressione di un popolo intero di cittadini che dimostra la propria opposizione alle scelte del Governo.

Le manifestazioni della Cgil, sono molto simili a quelle del neonato “popolo viola”. Il popolo della rete esprime il suo dissenso da Berlusconi. Con la testimonianza, si raggiunge solo l’obbiettivo di sensibilizzare la opinione pubblica, non si cambiano nell’immediato le scelte del padronato e del Governo. Un sindacato senza trattativa e senza sottoscrizione di accordi non è più un sindacato, ma è una associazione di cittadini che esercita il diritto collettivo alla libera espressione delle proprie opinioni. Il degrado di questo metodo sindacale è quello che le manifestazioni diventano degli sfoghi generali, mentre altri decidono e scelgono soluzioni che saranno imposte a tutti. La legittimazione del sindacato nasce dalla sottoscrizione di accordi. Un accordo è sempre il frutto di una mediazione, non sarà mai quello che i lavoratori si aspettano, ma non per questo non deve essere sottoscritto. La trattativa è la vita del sindacato. Non esiste un altro modo per fare il sindacato.

D’altra parte, il comportamento della Cisl e della Uil è veramente suicida! Consegnarsi mani e piedi alla Confindustria, nella speranza di poter riscuotere un credito quando la crisi sarà risolta è una strategia miope. Il punto di partenza delle due organizzazioni sindacali è sbagliato, non siamo più alla fine degli anni 80, in presenza di una crisi del sistema monetario, in cui dover tenere a freno l’inflazione e la speculazione sulle monete. In quel caso la scelta della politica di concertazione era corretta e il grande successo fu tenere dentro tutto il movimento sindacale in un processo di risanamento della economia italiana. Questa crisi è diversa, la produzione industriale non ripartirà, passata la crisi nello stesso modo di sempre. Non ci sarà un regolare aumento della quantità delle merci prodotte, a cui corrisponderà un adeguato aumento della occupazione. Infine, era veramente inutile fare della riforma del Contratto Nazionale di Lavoro una bandiera. Ogni giorno che passa sono sempre di meno quelli che ne potranno usufruire.


 

Fine prima parte

 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 

 

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di Raffaele Pirozzi
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