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Dalle leggi al Governo ad Personam


Dalle leggi al Governo ad Personam
27/05/2009, 06:05

 

L'EVOLUZIONE DELLA SPECIE: DALLE LEGGI, AL GOVERNO "AD PERSONAM"!

di Renato Fioretti

In altra occasione avevo già avuto modo di osservare che soltanto i distratti (in buona fede) ed i miopi (per vocazione) avrebbero potuto sostenere che la legge-quadro 30/03 ed il suo decreto applicativo 276/03 rappresentassero la completa ed esaustiva trasposizione - in norme di legge - dei principi che avevano ispirato il famoso “Libro Bianco” dell’ottobre 2001.
I Governi Berlusconi III e IV, hanno confermato le più pessimistiche previsioni!
Infatti, se con Maroni si era avviata la fase degli “accordi separati”, dalla vera e propria “controriforma” del rapporto di lavoro a termine, al “Patto per l’Italia” del luglio 2002, l’avvento di Sacconi, nel maggio 2008, aveva reso ancora più evidenti i pericoli della paventata “normalizzazione”.
In questo senso, però, all’attuale Ministro bisogna riconoscere (almeno) una notevole dose di coerenza.
Basti ricordare che Sacconi, ancora prima di essere nominato ufficialmente, aveva anticipato, attraverso il “salotto” di Bruno Vespa, l’intenzione - se incaricato - di procedere immediatamente all’abrogazione della legge 188/07. Una legge che, introducendo una norma di civiltà, era stata prodotta dal governo Prodi per impedire la vergognosa e ricorrente pratica delle c.d. “dimissioni in bianco”.
Coerenza confermata quando, in linea con una sua precedente (e ridondante) dichiarazione , aveva definito indispensabile - al fine di rimuovere gli “ostacoli alla libertà d’impresa e superare ulteriori e inutili lungaggini burocratiche” - procedere a una profonda “Deregolamentazione della gestione dei rapporti di lavoro”.
A cosa intendesse riferirsi il Ministro Sacconi, fu subito molto chiaro quando, nel giugno 2008, presentò un pomposo documento - dal titolo misticamente evocativo: “Liberare il lavoro” - propedeutico al decreto legge 112/08.
In questa sede appare superfluo riproporre i contenuti del suddetto decreto (successivamente convertito nella legge 133/08) per evidenziare, nel merito dei singoli provvedimenti, da che cosa, in sostanza, Sacconi intendesse “liberare” il lavoro!
E’ sufficiente ricordare che si trattò di un lavoro di abbondante “potatura”.
Furono, infatti, abrogate alcune importanti norme; da quelle di contrasto al lavoro irregolare - quali i commi 47, 48, 49 e 50 della legge 247/07 - all’art. 17 della legge 68/99 che, nello specifico, tentava di contrastare l’elusione e l’evasione delle disposizioni previste a favore del c.d. “collocamento obbligatorio” per le imprese che richiedevano la partecipazione a bandi per appalti pubblici.
Il tutto, evidentemente, con la nobile motivazione di rimuovere una serie d’intollerabili ostacoli alla libertà d’impresa!
Anche le “integrazioni” e i “correttivi” che il Governo in carica si è impegnato ad apportare al Testo Unico sulla sicurezza tenderebbero - per usare un eufemismo - a (apparentemente) “attenuare” l’apparato sanzionatorio a carico delle imprese nei casi d’inosservanza delle disposizioni di legge; salvo scoprire, tra le righe, la vergognosa norma “salva manager”!
Naturalmente, se le semplificazioni del Ministro Sacconi mirassero effettivamente a “snellire” l’apparato burocratico, ci sarebbe da esserne lieti. Il problema è che, purtroppo, considerati i precedenti, quando gli esponenti del governo Berlusconi parlano di “semplificazione”, “deregolamentazione” o “razionalizzazione”, intendono, molto più semplicemente (e brutalmente) “derubricare” un reato o cancellare una pena.
In questo senso, l’elenco dei provvedimenti di legge adottati in ossequio alla “filosofia politica” avviata a partire dalla legge-delega 30/03, che, per la prima volta nella storia del Diritto del lavoro italiano - all’art. 1, comma 1 - si esprimeva in termini di esigenze delle aziende e aspettative dei lavoratori, è molto nutrito e ampiamente significativo. E’ sufficiente riportarne alcuni tra i più controversi.
A cominciare dal decreto legislativo 124/04, che, in sostanza, trasformò gli Ispettori del Lavoro da solerti funzionari governativi, impegnati a far rispettare le leggi in materia previdenziale e liceità contrattuali, a (impropri) “consulenti” delle aziende.
Per continuare con l’intervento sulla legge 296/06, per abrogare i c.d. “indici di congruità” che, in pratica, consentivano un ulteriore controllo pubblico rispetto alla violazione delle norme in materia d’incentivi e agevolazioni contributive e in materia di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori.
Senza contare le recentissime “Linee guida per la programmazione strategica dell’attività di vigilanza per il 2009”, che, in sostanza, hanno prodotto una notevole riduzione dei controlli sui posti di lavoro al fine di porre un efficace freno alla piaga del lavoro “nero” e “sommerso”.
L’ultimo passaggio del “work in progress” che il Ministro Sacconi ha avviato, nel nome della “semplificazione” - per snellire l’apparato burocratico - è oggi rappresentato dal “Libro bianco sul futuro del modello sociale”.
Lo stesso, di là del buonismo e dell’enfasi, peraltro già presenti nel propedeutico “Libro verde” del luglio 2008 - che, scimmiottando il più noto “Libro verde sulla modernizzazione del diritto del lavoro” della CE (2006), avrebbe dovuto rappresentare materia di confronto, del quale, però, non si conoscono gli esiti - illustra un piano di lavoro molto ambizioso: “La vita buona nella società attiva”, che, in linea meramente teorica, appare meritevole di approfondimento e confronto.
Il punto dirimente è che lo stesso rappresenta un progetto nel quale alla retorica - “Vita buona”, “Alleanza strategica tra imprenditori e lavoratori”, “Complicità tra capitale e lavoro” e “Virtuosa alleanza tra mercato e solidarietà” - e all’ormai annoso (e logoro) richiamo all’esigenza di riformare, in modo generalista, il sistema degli ammortizzatori sociali, insieme alla riconosciuta urgenza di intervenire nel contrasto alla “povertà assoluta”, si somma, a mio parere, una serie di pericolose controriforme.
Tale è, ad esempio, il ripetuto accento sull’insostenibilità dell’attuale e futura “spesa sociale”. Rispetto alla stessa si lascia (chiaramente) intendere che la sua “normalizzazione” sarà realizzata “ a costo zero” per le casse statali. A questo riguardo, è addirittura inquietante che Sacconi (più volte) affermi l’esigenza di sviluppare forme di assicurazioni private per “implementare”, nonché ridurre i costi sociali legati ai settori della previdenza e della sanità.
Tra l’altro, considerato che allo stesso Ministro paiono essere ben noti i malanni e le disfunzioni presenti all’interno del servizio sanitario nazionale, non si capisce perché, piuttosto che “curare”, dovrebbe essere preferibile “amputare”!
Gli elementi più preoccupanti, però, sono quelli che attengono, in particolare, al mercato del lavoro. Da questo versante, è appena il caso di rilevare che il testo non contiene alcuna eclatante novità rispetto al già noto “Sacconi - pensiero”.
Affermare, infatti, che “le parti sociali sono chiamate a riprogettare, in chiave cooperativa e maggiormente partecipativa il sistema delle relazioni industriali” e riproporsi come paladino degli Enti bilaterali quali nuovi soggetti sempre più organicamente coinvolti (anche) nelle funzioni di collocamento dei lavoratori, sono due chiari esempi di quanto impegno il Ministro continui a dedicare al tentativo di “spaccare” l’azione unitaria di CGIL, CISL e UIL e istituzionalizzare la pratica degli “accordi separati”.
Inoltre, per passare al merito di alcune specifiche proposte, è veramente stucchevole l’insistenza con la quale, nonostante le più recenti esperienze, anche di parte imprenditoriale, si cerca di sostenere che le tipologie contrattuali “atipiche” e flessibili possano rappresentare anche per i lavoratori coinvolti un’opportunità positiva.
In questo senso, è utile riportare una breve considerazione di Piergiovanni Alleva.
Anche i datori di lavoro più illuminati hanno compreso che il vantaggio che assicuravano loro i contratti atipici, e cioè di ridurre i costi di lavoro onde sostenere la concorrenza internazionale, è in realtà di breve durata perché quella compressione dei costi non basta, quando si tratta di produzioni a basso valore aggiunto, per reggere la concorrenza dei Paesi extraeuropei, mentre per le produzioni di alto valore aggiunto - le uniche che offrono un futuro ai Paesi di vecchia industrializzazione - occorrono strumenti contrattuali e gestionali opposti ai contratti atipici, che perseguano, cioè, stabilizzazione, fidelizzazione e qualificazione continua delle risorse umane.
Tra l’altro, contrariamente a quanto teorizzato (e previsto dal Libro), circa la necessità di superare una legislazione del lavoro ”Troppo rigidamente protettiva, che tende a ridurre il dinamismo del mercato del lavoro, favorendo la segmentazione del mercato - accentuando il dualismo tra “insider” e “outsider” - e la scarsa produttività”, anche l’ultimo rapporto della Commissione sull’occupazione in Europa rileva - attraverso i dati Eurostat - che tutti i Paesi che precedono l’Italia nella speciale graduatoria relativa al grado di rigidità normativa che disciplina i rapporti di lavoro, presentano (ad eccezione del Belgio) tassi di occupazione superiori alla media dell’UE a 27.
E’ questo il caso di Svezia, Germania, Belgio, Francia, Spagna e Portogallo.
Un’altra ricorrente mistificazione è, a mio parere, rappresentata dall’enfasi che con la quale s’insiste sul c.d. “dualismo” che contrapporrebbe lavoratori super garantiti a “peones” senza diritti e tutele.
Certo, che nel nostro Paese siano presenti milioni di lavoratori ai quali (troppo spesso) non sono riconosciuti neanche i diritti più elementari, dalla stabilità occupazionale a un equo compenso, è un dato incontrovertibile; che, però, la soluzione del problema passi attraverso il superamento delle leggi e dei contratti collettivi, un’ulteriore dose di flessibilità - tanto “in entrata” quanto “in uscita” - e una riduzione delle garanzie a chi ne gode, rappresenta una strana concezione di equità sociale.
Tra l’altro, non solo la logica, ma anche la realtà - come si evince dai risultati delle tante inchieste sul tema - dimostra che parlare di dualismo, sottintendendo una generica richiesta dei lavoratori non garantiti e dei disoccupati, e auspicare una riduzione delle tutele a chi ne beneficia, al fine di migliorare la condizione di chi ne è privo, rappresenta una gratuita forzatura.
Contemporaneamente, siamo sicuri di poter considerare “garantiti” coloro i quali (insider), benché titolari di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, corrono il concreto rischio di ritrovarsi, nello spazio di ventiquattro ore, a ingrossare le fila dei soggetti licenziati per “giustificato motivo oggettivo” o per “licenziamento collettivo”, se non in cassa integrazione a zero ore?
La sensazione è che, ancora una volta, ci si trovi di fronte al mal celato tentativo di rispondere alle esigenze delle aziende - delle quali Berlusconi si vanta (spesso) di essere paladino e massima espressione - mortificando non solo le aspettative ma, addirittura, gli elementari principi del Diritto del lavoro, così come, nel corso degli anni, consolidatisi nel nostro Paese!
Per concludere: quando “La vita buona nella società attiva” assume il colore del (2°) Libro di Sacconi e si riduce al welfare in appalto ai privati, alla contrazione dei diritti dei lavoratori e al maldestro tentativo di contrabbandare ulteriore flessibilità e precarietà per “dialogo sociale” - senza dimenticare la vera e propria “quinta colonna”, presente all’interno del Pd, che, da Treu a Ichino, si esercita da tempo sul c.d. “Contratto unico”, oltre che sulla soluzione più idonea a superare l’art. 18 dello Statuto - è giunto il momento di massima allerta!

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di Raffaele Pirozzi
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