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DI PIETRO E IL CASO MEDIASET


DI PIETRO E IL CASO MEDIASET
20/02/2008, 09:02

Il Ministro per le Infrastrutture Antonio Di Pietro irrompe nel “dolce dormire” del Partito Democratico con alcune dichiarazioni sul conflitto d’interessi che riguardano anche il gruppo Mediaset, sollevando, oltre allo sdegno dei direttori delle testate giornalistiche di Cologno Monzese, anche le perplessità e le critiche  degli alleati, bramosi di passerelle elettorali.
Tutto è cominciato ieri mattina quando il ministro delle Infrastrutture ha pubblicato sul proprio blog antoniodipietro.it una dichiarazione che non lasciava molto spazio alle interpretazioni. Partendo dalle recenti dichiarazioni del leader del Pdl, Silvio Berlusconi, sull’accordo transattivo tra Enzo Biagi e la Rai del gennaio 2003, l’ex pm ha denunciato «l’inadeguatezza» del sistema italiano dell’informazione, un «veicolo di falsità palesi». Per risolvere l’impasse, Italia dei Valori ha già pronte le contromosse: una sola rete pubblica senza pubblicità finanziata dal canone, una sola rete per Mediaset e i concessionari privati, esecuzione della sentenza della Corte Ue riguardante il network Europa 7 (spesso sponsorizzato da Di Pietro), con Rete 4 «spedita» sul satellite e abolizione dei finanziamenti pubblici all’editoria. Tutto quello che l’Unione non è riuscita a fare in 20 mesi di governo e anche di più.
Azione e reazioni Di Pietro ha rincarato la dose parlando nel corso di una conferenza stampa a Bologna. «Se vinciamo noi - ha detto - faremo una legge sul conflitto di interesse, sul sistema radio-tv, che metta limiti ai concessionari ad avere reti nazionali». In tono tribunizio ha sottolineato che bisogna «ridare a Europa 7 quel che è di Europa 7» e che Berlusconi deve rispettare «le leggi europee». La sortita, infatti, non è estemporanea e le intenzioni del leader Idv non sono altro che la formulazione della «proposta di programma» del suo partito, pubblicata il 12 febbraio, ossia un giorno prima dell’apparentamento con il Pd. Le critiche alle esternazioni del ministro non hanno tardato. A partire dalla Fnsi, il sindacato dei giornalisti non ostile al «veltronismo». «L’informazione ha bisogno di riforme, non di giudizi sommari», ha ribattuto il presidente Roberto Natale. L’ex ministro delle Comunicazioni, Maurizio Gasparri (An), ha evidenziato che «l’ipotesi di Di Pietro creerebbe dei danni non solo a Mediaset, ma metterebbe in ginocchio la Rai», mentre il vicecoordinatore di Fi, Fabrizio Cicchitto, ha accusato Veltroni di «utilizzare Di Pietro come braccio armato per colpire l’avversario politico e annunciare un programma che punta a distruggere Mediaset».
La retromarcia In serata è stato fatto presente al ministro che sarebbe stato più opportuno correggere il tiro. «Onde evitare strumentalizzazioni - ha dichiarato Di Pietro - ribadisco che l’Idv si riconosce nel programma politico e nell’azione di governo che Veltroni vuole portare avanti anche in riferimento alla riforma del sistema radio-tv». L’entourage dipietrista ha spiegato che i curatori del blog non hanno messo in evidenza la necessità di trovare un punto di equilibrio con il Pd. In pratica, un disguido. D’altronde, la legge elettorale prevede che le coalizioni presentino non solo lo stesso candidato premier ma anche sottoscrivano il medesimo programma. La retromarcia era d’obbligo.
Cosa dice il Pd Si sarebbe potuto far passare tutto quanto in cavalleria, ma al loft ci sono troppe gatte da pelare per non mettere i puntini sulle «i». E, in serata, ci ha pensato il responsabile Informazione del Pd, Marco Follini, a far sapere che la «posizione del partito è contenuta nei due ddl» del ministro Gentiloni e «l’obiettivo è portarli a buon fine». «Tutti i candidati - ha aggiunto Follini - sottoscriveranno il programma della coalizione». Un messaggio non troppo cifrato per Di Pietro. Ma cosa ha detto finora Veltroni in materia? Non si è sbilanciato per non esasperare gli animi: superare il duopolio con il digitale, nominare un amministratore unico per una Rai controllata da una Fondazione e, infine, istituire un fondo finanziato da un’aliquota sui ricavi pubblicitari per finanziare produzioni di qualità. Ma una tassa sulla pubblicità è cosa ben diversa dall’esproprio di due reti a testa a Rai e Mediaset.
 

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di Giancarlo Borriello
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