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Le ombre di una missione su un viaggio alle Seyschelles

I servizi segreti, Di Pietro e le risposte che non arrivano...


I servizi segreti, Di Pietro e le risposte che non arrivano...
18/01/2010, 12:01

ROMA - Li hanno definiti i “servizietti” di Antonio Di Pietro. Basta leggere la pagina due del quotidiano “Libero” di ieri (domenica 17 gennaio), diretto da Maurizio Belpietro, per capire di cosa si tratta.
Un altro scandalo, un intrigo internazionale che vedrebbe coinvolti i servizi segreti, la Cia ed il simbolo di “Mani pulite”. Ci sarebbero fotografie che ritraggono l’ex pubblico ministero con i vertici del Sismi ed un agente della Cia. Notizie all’impazzata. Per il momento si tratta solo di indiscrezioni che prendono corpo di ora in ora, in attesa dell’annunciato dossier. Con un allegato da non trascurare: prove fotografiche. Di Pietro ha già messo le mani avanti: “Mi vogliono cucire addosso una storiaccia. Dicono che sono stato pagato dalla Cia”. In verità, non lo ha ancora detto nessuno. Il leader dell’Idv si è affrettato a replicare ad accuse che nessuno gli ha ancora mosso. Il problema è un altro. Di Pietro sarà chiamato ad accendere i riflettori su una serie di eventi che non ha mai voluto chiarire nel dettaglio. E i dubbi sul tappeto sono davvero tanti come le questioni da affrontare. Il cuore del problema è uno: i suoi rapporti con i servizi segreti.
Partiamo dall’inizio. Dalla sua carriera. Nel 1971 consegue il diploma di perito elettronico. Nel 1978 si laurea in giurisprudenza e appena un anno dopo vince un concorso e svolge il ruolo di segretario comunale in alcuni paesi in provincia di Como. Nel 1980 vince un altro concorso: nella Polizia di Stato. Nel 1981 ancora una soddisfazione: vince il concorso da uditore giudiziario ed assume la funzione di sostituto procuratore alla Procura di Bergamo. Nel 1985 passa alla Procura di Milano e nel 1992 diventa il simbolo dell’inchiesta “Tangentopoli”. Sotto i colpi del pool cade la Prima Repubblica. Il 6 dicembre del 1994 si dimette dalla magistratura ed entra in politica assumendo nel 1996 l’incarico di ministro dei Lavori pubblici nel primo governo Prodi. Una carriera rapida e di successo. Fin qui nulla da eccepire. Almeno se non usciranno fatti che possano gettare ombre anche su questo.
Entriamo nel merito partendo proprio dal 1984. Il Pm decide di prendersi una vacanza. Per l’Italia è un momento nero. Le inchieste più scottanti sul terrorismo sono nelle mani del sostituto procuratore Domenica Sica. Il caso che scotta è quello passato alla storia come “Supersismi”, ossia un servizio segreto parallelo creato dalla P2 in commistione con la galassia mafiosa e criminale. Tra i vertici di questa organizzazione parallela agli apparati dello Stato risultano essere coinvolti nomi di peso quali Francesco Pazienza, un faccendiere sulla cui testa c’erano mandati di arresto di ogni tipo. Sette mandati di arresto internazionali firmati da Sica. Una figura equivoca coinvolta pure nella bancarotta del Banco Ambrosiano veneto. Fugge e si nasconde alla Seyschelles. Sismi e Sisde cominciano una caccia all’uomo. Alle Seyschelles fallisce una importante missione. In quel periodo Di Pietro è stanco. Ha bisogno di una vacanza. E parte. Indovinate per dove? Le Seyschelles. In compagnia di una donna misteriosa, le cui generalità sono ancora sconosciute. Un viaggio particolare. Il leader dell’Idv non si mostrò solo interessato al mare ed alle caratteristiche di un paese a chiaro stampo comunista. Una dittatura appoggiata dal Cremlino. Si fece notare in giro a scattare fotografie e fu subito intercettato dai servizi segreti del posto che lo pedinarono. Stilando un rapporto dettagliato con tanto di fotografie. Chiedeva troppe notizie in giro su cose, fatti e persone che ad un turista ingenuo non dovevano interessare.
Avevano paura di intrusioni dall’esterno. Pensarono subito che si trattasse di un esponente dei servizi segreti italiani o della Cia. Tutti interessati a Pazienza. L’ex Pm rischiò la vita. Lo volevano addirittura uccidere facendo apparire l’omicidio come un tragico incidente. La sua carica di magistrato, gli consentì di portare la pelle a casa. Anche perché dalle intercettazioni delle sue conversazioni telefoniche notturne, partite dall’hotel “San Souci”, dove i servizi locali spiarono generalità e tempi di permanenza del turista italiano, si apprese che sarebbe partito dopo pochi giorni. Alle Seyschelles, però, volevano sapere di più. Volevano appurare quel turista “particolare” per chi operava e quale interesse poteva avere. Passarono all’azione elaborando un piano. Pazienza fece trapelare e giungere a destinazione notizie false su un suo passaggio presso l’aeroporto svizzero il 13 dicembre. Di pari passo, bisognava avvisare la Svizzera che quel giorno, sul proprio territorio, c’erano all’aeroporto degli agenti italiani pronti ad eseguire un arresto. Così, una volta in manette gli “spioni” italiani si poteva capire qual era il meccanismo in atto. Se si trattasse di un canale ufficiale, e quindi sul posto dovevano esserci esponenti delle forze dell’ordine, oppure se c’era lo zampino dei servizi segreti. Il piano riuscì in pieno. La Gendarmeria locale fermò un tenente colonnello ed un brigadiere. Risultarono componenti del Sismi. La Svizzera emise pure un comunicato nel quale confermava un’azione contro due appartenenti ad “un servizio di informazione dello Stato italiano”. Ventisei giorni di carcere e poi l’espulsione. Il presidente del Consiglio di allora, Bettino Craxi, e Fulvio Martini del Sismi collezionarono una figuraccia mondiale.
Il racconto di Pazienza è stato dettagliato: “Le informazioni raccolte da Di Pietro finivano al Sismi, le passava ad un altro magistrato, il quale le trasferiva a Martini”. Il magistrato, con tutta probabilità, era Domenico Sica. Una storia confermata da più persone, e della quale si trova traccia anche nel faldone del Banco Ambrosiano Veneto che mette in evidenza “le irrituali indagini di un allora sostituto procuratore della Repubblica di Bergamo”. Il Palazzo lombardo, all’epoca, era sotto il comando di Giuseppe Cannizzo. Di quella indagine non ne sapeva nulla. E allora, se le cose stanno così, si tratta di indagini non autorizzate. Almeno dalla Procura di Bergamo. Dove lavorava Di Pietro. Alcune domande sorgono spontanee. Se la ricostruzione della vicenda è puntuale, per chi ha lavorato Di Pietro? E com’è possibile che il suo rapporto non è agli atti presso la Procura dove era in servizio ma si trova nel faldone del crack dell’istituto bancario e bollato come “indagini irrituali”? Non c’è in Italia una legge che consente queste operazioni. Nel suo ruolo, Di Pietro, non poteva agire all’estero. Ripeto, lo stabiliva e lo stabilisce la legge. Da chi fu gestita l’operazione Pazienza? E il ruolo di Di Pietro qual è stato?
Un altro fatto da chiarire. Dando per veritiere le dichiarazioni rese da Pazienza, altri contatti tra lui e Di Pietro risalgono al periodo di Mani pulite. Il racconto di Pazienza fa calare sulla vicenda ancora ulteriori dubbi. Di Pietro gli fissa un appuntamento. E mentre Pazienza era in viaggio verso Milano per incontrare il Pm riceve una telefonata. E’ la sua segretaria. Lo avvisa che i carabinieri gli stanno perquisendo l’ufficio di La Spezia. Sempre secondo la sua ricostruzione, nel rapporto stilato sul materiale portato via c’è scritto un generico: “scatola con documenti”. Passiamo al 1996 quando viene convocato a Milano dalla Corte per il processo sul fallimento del Banco Ambrosiano veneto. In primo grado fu condannato e tra le prove c’era il rapporto di Di Pietro che spiegava come se la spassasse ai tropici coi soldi del crack. Ecco perché si decise a raccontare la storia che abbiamo riportato e che già ieri (domenica) alcuni quotidiani nazionali come Libero e il Giornale hanno messo giustamente in evidenza. All’epoca passò sotto silenzio. Anche se il Corsera non si lasciò sfuggire la notizia. Emblematico il titolo del giornale di allora. “Di Pietro spiava per Sica”. La notizia fu sottovalutata. Nessuno diede peso ai fatti. Finì tutto li. In buona fede o in malafede non è dato sapere. Il leader dell’Idv, però, diede la sua spiegazione in maniera veloce, senza entrare nel merito: “La faccenda è molto più complicata”. Che cosa significa? Che voleva dire Di Pietro con il termine “complicata”? E perché non l’ha spiegata e chiarita nei dettagli? Ne ha l’opportunità oggi. Ha il dovere di fornire risposte, di raccontare la verità agli italiani che hanno il diritto di conoscere la verità. Complicata o effimera che sia.
La telenovela non finisce qui. Come detto, le questioni da affrontare sono diverse anche se legate ad un solo filo: quello dei servizi segreti.
Sullo sfondo c’è la storia di Bruno Contrada, ex dirigente del Sisde nel 1992 condannato a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Antonio Di Pietro ha sempre detto di non aver mai conosciuto Contrada mente la scorsa settimana sempre il leader dell’Idv ha parlato “dell’esistenza di alcune fotografie che lo ritraggono a cena con l’ex componente del Sisde”. Spunta pure un’altra “prova”. Adriana Contrada, moglie di Bruno, dopo l’arresto del marito, fece girare un libricino con le lettere che arrivavano dal carcere. Libricino spedito anche ad Antonio Di Pietro ed ha Francesco Saverio Borrelli. I quali risposero con cortesia su carta intestata e tanto di firma in calce. Su quello del leader dell’Idv c’è scritto: “Gentilissima signora Contrada, la ringrazio per il libricino contenente la lettera del carcere di Forte bocca. Capisco il suo vero stato d’animo e le auguro di ritrovare, assieme a suo marito, la serenità. Milano 07.V.1994”.
Per il momento ci fermiamo qui. In attesa del dossier, se esiste, delle prove fotografiche, annunciate dallo stesso Di Pietro, se esistono ed in attesa dei chiarimenti di Antonio Di Pietro su dichiarazioni e su “rapporti” che esistono, questi si, e non autorizzati. O meglio, visto che i rapporti esistono, Di Pietro potrebbe dire da chi sono stati autorizzati. Per chi ha lavorato e che ci faceva “in missione” all’estero invece di godersi una sana vacanza. Sarebbe un ottimo punto di partenza.

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di Giovanni De Cicco
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