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Il diritto alla vita


Il diritto alla vita
09/12/2011, 17:12

C'è una espressione, che ogni volta che viene usata, mi fa fumare le narici, per la mistificazione che se ne fa. E' quando si parla di "diritto alla vita". Che significa?
Beh, non essendo definibile la vita, in modo assoluto, non è definibile neanche un diritto del genere. Quindi ognuno può dare la propria definizione, senza tema di sbagliare. Ma se questo deve essere un argomento da affrontare da parte degli organi legislativi, qualche punto fermo bisogna metterlo.
Il primo è che la vita non è solo un cuore che batte. Perchè se è questo il problema, con i macchinari che ci sono oggi negli ospedali, è possibile far battere il cuore anche ad un morto, o quasi. C'è dell'altro, che va considerato (ed ora vediamo cos'altro).
Il secondo punto riguarda la volontà del singolo. Proprio perchè si tratta di un campo in cui non esistono definizioni assolute, una legge assoluta valida per tutti non è adeguata. Bisognerebbe lasciare ampio spazio alla volontà individuale, anche se magari con qualche controllo. E in questo contesto si inserisce l'idea del testamento biologico, che ha come scopo principale quello di lasciar detto se essere curati o no quando non si può decidere. Perchè poi ognuno ha le sue convinzioni e le sue idee. Facciamo un esempio famoso, quello di Christopher Reeve. L'attore,come molti ricorderanno, cadde da cavallo e subì un grosso danno alle vertebre cervicali che lo lasciarono completamente paralizzato dal collo in giù. Dopo di allora, Reeve visse altri 10 anni, partecipando anche ad un film, difendendo i diritti dei disabili e così via. Complimenti a lui, ovviamente, ma quanti avrebbero resistito tanto? Ci sono persone che non accettano limitazioni di questo genere e, se solo ne avessero la possibilità, preferirebbero chiudere la loro esistenza.
Allora, una legge giusta è quella che concede a chiunque la libertà di scegliere. Io non accetterei una vita del genere, per esempio. Allora una legge ben fatta è quella che consente a Christopher Reeve di avere il massimo delle cure possibili; ma contemporaneamente a me la libertà di chiudere a quel punto la mia vita. In nessuno dei due casi si può permettere, in un Paese civile, che siano altri a decidere.
Magari, per chi decide di morire, si può predisporre un rete di assistenza psicologica: si fissano dei termini entro i quali chi vuole la morte deve fare un tot numero di colloqui (non più di 5, salvo prolungamenti decisi dai protagonisti) con psicanalisti che verifichino che la decisione non sia frutto solo di un attimo di depressione o di sconforto, ma qualcosa di serio. Ma risolto questo dubbio, bisogna garantire a ciascun individuo la possibilità di agire come meglio crede.
E' quello che garantisce la Svizzera, per esempio, o l'Olanda; ma non l'Italia. E così personaggi noti - e prendo loro solo perchè è inutile parlare del signor Mario Rossi - scelgono altre strade. C'è chi, come ha fatto Lucio Magri, ha abbastanza soldi per andare in Svizzera, dove il suicidio assistito e l'eutanasia sono leciti, anche se costosi, dato che si svolge in cliniche private. Ma anche chi, come il regista Mario Monicelli, decide di fare da solo, lanciandosi dalla terrazza dell'ospedale, in questo caso. La differenza non è piccola: un conto è ricorrere a sostanze chimiche, che hanno un effetto garantito e sicuro (in Svizzera avviene con una doppia iniezione: prima di sonnifero e, dopo qualche minuto, di veleno); un conto è ricorrere a metodi artigianali, che possono anche fallire, creando danni gravi o addirittura una morte lenta e dolorosa. Ricordo per esempio un caso, avvenuto negli Usa, di una donna che - violentata dal suo datore di lavoro, che poi ne aveva distrutto anche la reputazione pubblica, impunemente - decise di farla finita. Per questo slacciò la cintura del sedile della propria autovettura, staccò i contatti dell'airbag e si lanciò con l'auto contro i piloni di cemento di un ponte ad oltre 150 Km/h. Impiegò quasi due ore a morire, senza che nessuno la aiutasse perchè la zona era praticamente deserta e nessuno la vide. Se invece avesse avuto la possibilità di rivolgersi ad una clinica specializzata, avrebbe avuto una morte più dolce oppure - non bisogna dimenticarlo - avrebbe avuto un supporto psicologico che poteva aiutarla a superare il trauma subito.
Immagino l'obiezione: ma la vita è un dono di Dio e non può essere sprecata (o concetti similari, magari in termini più laici). Ma qui ritorniamo al primo punto: che cosa è la vita. Per me, per esempio, non esiste la vita senza l'aggettivo "dignitosa". E il termine non comprende l'essere completamente dipendente dagli altri, perchè sono cieco, tetraplegico o magari in coma vegetativo. Non tutti la pensano come me? La cosa non mi stupisce, ma resta il punto: bisogna fare leggi che accontentino tutti, se possibile. E quindi una legge sul biotestamento ben fatta (non quello schifo che stanno discutendo in Parlamento), che rispetti la volontà di chiunque, può essere un primo ma importante passo.
Inutile dire che a rendere impossibile una cosa del genere, c'è l'influenza - sempre deleteria - del Vaticano. Il quale per motivi strettamente economici (con le cure di disabili gravi intascano un bel po' di soldi ogni anno; se i disabili gravi diventano cadaveri, non incassano nulla) sta facendo una pesante azione di lobbying sul Parlamento, per ottenere una legge che cancelli qualsiasi peso alla volontà individuale. E così resta la solita disparità: chi ha i soldi va all'estero; chi non li ha si arrangia col fai-da-te

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di Antonio Rispoli
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