Politica / Parlamento

Commenta Stampa

Storia incredibile di ordinaria illegalità

Il grido di una moglie:"Mio marito 'assassinato' al senato"


Il grido di una moglie:'Mio marito 'assassinato' al senato'
14/02/2010, 23:02

ROMA - La storia che state per leggere non riguarda una sperduta redazione di provincia con annessi e connessi giornalisti abusivi e schiavizzati. La storia che abbiamo deciso di riportare e diffondere è di quelle che fanno stringere i pugni dalla rabbia ed inumidire gli occhi dal dolore.
La storia di Leonida Maria Tucci è quella di uomo che, per 14 anni lunghi anni, ha lavorato senza sosta dirattamente al Senato della Repubblica; circondato e successivamente tradito e vessato dalle stesse persone che amano riempirsi la bocca con concetti come "famiglia", "rispetto", "meritocrazia" e "legalità". Abbiamo pensato che nulla, meglio della lettera-denuncia di Giulia Ruggeri; coraggiosa e combattiva moglie del signor Tucci, avrebbe potuto rendere l'idea dell'assurda e vergognosa vicenda di un cittadino mobbizzato al Senato fino allo stremo; fino all'annientamente psico-fisico e fino alla miseria. Di seguito, dunque, vi invitiamo a leggere con molta attenzione le parole della mogle e mamma che, con coraggio e dignità, porta avanti una lotta continua per suoi marito e per i suoi bimbi.
"Mio marito, Leonida Maria Tucci, ha cominciato a lavorare presso il gruppo parlamentare di Alleanza Nazionale al Senato della Repubblica nel lontano 1994.
Era un ragazzo, all’epoca, pieno di aspettative, e con un’immensa fiducia nel futuro. Sin dall’inizio, il compito affidatogli era quello di addetto stampa all’interno dell’ufficio stampa. Ovviamente all’inizio non sapeva neanche cosa fossero le agenzie di stampa. Ma, ben presto, cominciò ad impratichirsi tanto che in breve tempo molti senatori si rivolgevano a lui, piuttosto che ad altri, perché contenti e soddisfatti del lavoro che svolgeva. Ovviamente tutto ciò, a lungo andare, aveva scatenato le invidie di alcuni colleghi, che cominciarono a diffamarlo, mandando in giro maldicenze sul suo conto, lo emarginavano, tentavano di metterlo in cattiva luce agli occhi dei senatori e del presidente del gruppo di allora. Ma lui andava avanti perché avvertiva la stima da parte di molti parlamentari che, avendolo conosciuto, lo apprezzavano e gli volevano bene. Leonida lavorava dal lunedì alla domenica 12 ore al giorno. Non si fermava mai. Mi diceva sempre: “Lasciami seminare, lasciami seminare… un giorno raccoglierò i frutti del mio lavoro”. Il suo era un investimento per il futuro. Aveva un progetto valoriale da seguire. La sua abnegazione per il lavoro faceva spavento. Io mi arrabbiavo con lui perché mi trascurava per colpa del lavoro. Mi definivo la “vedova bianca”. Non c’erano sabati né domeniche. Non c’è stato neanche il viaggio di nozze. Addirittura quando nacque la nostra prima figlia, dopo un’ora dovette scappare per correre a scrivere un comunicato.
Il giorno prima del nostro matrimonio, lui stette al lavoro fino alle 10. Era sempre a disposizione. Anche quando era malato con la febbre a 39. E tutto questo cosa ha portato? Lavorava tanto nella speranza che un giorno venisse premiato. Invece quel giorno non è mai arrivato. Come è stato ripagato???? Leonida è stato usato, spremuto come un limone per 14 lunghi anni e poi gettato via e calpestato come una pezza da piedi!!! Dov’è la meritocrazia???
E’ stato sfruttato come giornalista, ma veniva sottopagato con contratti Co.co.co.. Contratti che per ben 16 volte consecutive gli furono rinnovati. In 14 anni, più e più volte gli era stato promesso di essere assunto come giornalista, come d’altronde era successo ad altri suoi colleghi. Andava avanti nella speranza che le promesse fattegli fossero mantenute. E intanto gli anni passavano e la famiglia si formava e cresceva: si sposava, nasceva la prima figlia e dopo qualche anno il secondo. Ma tutto rimaneva immutato.
Fu assunto soltanto il 1 aprile del 2006, ma non come giornalista bensì come impiegato di IV livello (sic!) e sbattuto in segreteria a imbustare lettere e rispondere al telefono... !!! E nonostante tutto, pure questo lavoro lo faceva bene. Durante i trent’anni di esistenza del gruppo MSI-AN, nessun dipendente aveva avuto la visita del medico fiscale. Chi è stato il primo? Ovviamente Leonida. Perché il tentativo principale era quello di farlo recedere dal suo posto di lavoro, sfiancandolo, vessandolo, perseguitandolo. Già nel 1998 si tentò di farlo fuori: colui che poi, nel 2006, sarebbe diventato il capo del personale, ed altri, andarono dall’allora presidente del gruppo a gettare fango su Leonida. Tanto che lo stesso capogruppo, senza neanche sentire ragioni, provò a mandarlo via. Solo grazie all’intervento di alcuni senatori, che avevano imparato ad apprezzare mio marito, e sapevano come lui lavorava, con quale impegno e con quale passione, si riuscì a sventare questa ingiustizia. E solo davanti alle proteste di queste persone, il presidente del gruppo si vide costretto a tornare sui suoi passi, ma lo spostò in un’altra sede (cioè in un “loculo” presso il palazzo dell’ex Hotel Bologna, sempre di proprietà del Senato della Repubblica), anche se con le medesime mansioni: addetto stampa all’interno dell’ufficio stampa del gruppo.
Il 19 aprile del 2007, dentro la mia famiglia è stata sganciata una bomba che ha lasciato segni indelebili. Mi riferisco all’indegna sospensione di 10 giorni dal servizio e dallo stipendio inflitta a mio marito, con l’accusa di andare in giro a maltrattare e picchiare le colleghe. Questo colpo è stato letale. Questa sanzione disciplinare fu un vero e proprio atto di mobbing teso ad eliminare mio marito una volta per tutte dal posto di lavoro. Ovviamente tale sanzione disciplinare è stata impugnata e il 20 ottobre 2008 è stata emessa la sentenza che l’ha annullata, dichiarandola illegittima e ingiusta.
Le conseguenze furono e sono ancora oggi devastanti. Leonida ha avuto un tracollo psicofisico, è caduto in una profonda depressione, anche per aver preso coscienza che il suo lavoro, il suo seminare, la sua costanza, la sua passione non lo avevano portato dove aveva sperato. Leonida si è visto svanire tutto ciò per cui aveva lottato nel corso della sua vita: la dignità, la possibilità di poter provvedere egli stesso alla sua famiglia, ai suoi figli; la soddisfazione di vedersi e sentirsi integrato nella società come persona che è capace di dare un contributo. Ma tutto questo gli è stato tolto, e continuano perpetrando la tortura…
D’altronde quale era il disegno luciferino sin dall’inizio? Quello di farlo fuori, di distruggerlo psicologicamente, mirando ad annientarlo dal “di dentro” isolandolo, emarginandolo, calunniandolo, umiliandolo, rendendolo ridicolo agli occhi degli altri, inducendolo ad una inattività forzata. E tutto questo davanti agli occhi di colleghi, spesso conniventi o vigliacchi. Il mobbing è un assassinio che non lascia né cadaveri né armi. Quando si uccide qualcuno, il morto diventa la prova di un reato sul quale gli organi competenti dovranno indagare per scoprire i responsabili. Quando una persona è torturata psicologicamente, la si uccide senza sporcarsi le mani di sangue.
Mio marito è in cura, ancora a tutt’oggi, presso il Dipartimento di Salute Mentale ed è seguito sia da uno psichiatra che da una psicoterapeuta. Hanno dovuto imbottirlo di psicofarmaci.
Non paghi di tutto questo, il capo del personale lo ha pure querelato per diffamazione. Non dimenticherò mai quel giorno che suonarono i carabinieri a casa per consegnare a Leonida l’incartamento. Mia figlia si spaventò e cominciò a piangere per paura che fossero venuti a portare via il padre. Una volta mia figlia mi chiese se il padre ci sarebbe stato il giorno della sua prima comunione. Io le chiesi perché mi faceva questa domanda. E lei mi rispose: “Ho paura che i “cattivi del lavoro” lo facciano morire”…
Il giorno in cui ci fu l’udienza a piazzale Clodio, il senatore che lo aveva querelato, e che si era opposto alla richiesta di archiviazione avanzata dal Pm (e poi accolta dal Gip), neanche si presentò. Non si era mai visto un querelato che si presenta in tribunale e sta in prima fila –pur stando a pezzi dentro- e un querelante che non si presenta e se la dà a gambe… !!! Al suo posto venne l’avvocato, anch’egli senatore, che conosceva molto bene mio marito, vista la quantità di comunicati che Leonida gli aveva scritto in 14 anni. Quella mattina non ebbe neanche il coraggio di guardarlo in faccia.
Capii sin dall’inizio che io sarei dovuta essere la “roccia” su cui mio marito si appoggiava perché sapevo che questa volta non ce l’avrebbe fatta. Sapevo che mi sarei dovuta armare di forza e di pazienza. Che avrei dovuto sorridere, quando lui piangeva. Sostenerlo, quando lui si lasciava andare. Placarlo, quando l’ansia lo pervadeva. Sapevo cioè che avrei dovuto portare avanti io la sua/nostra battaglia. Dovevo farlo anche per i nostri bambini (4 e 7 anni). Per trasmettere loro un insegnamento di vita: e cioè non subire soprusi dai prepotenti e dai menzogneri e combattere affinché la verità e la giustizia vengano ripristinate.
Ed è per questo motivo che ho fondato un gruppo su Facebook (“IL MOBBICIDIO DI LEONIDA AL SENATO GRIDA VENDETTA AL COSPETTO DI DIO!!!"), gruppo che ha superato i 5.000 iscritti!!! Ogni giorno riceviamo toccanti manifestazioni di solidarietà e di affetto da parte di tante persone che ci incoraggiano ad andare avanti, a non mollare. Ma i soldi non ci sono più e non sappiamo più come campare.
Tutto ciò, come si può ben immaginare, è ricaduto sulla famiglia e soprattutto sui bambini (doppio mobbing) che vedevano e vedono il padre stare male, addirittura piangere.
Lo stato di prostrazione di Leonida è talmente profondo che spesso non riesce neanche ad alzarsi dal letto. Sta tutto il giorno lì, sotto le coperte, con le persiane abbassate. Non ride mai. E’ diventato come un vegetale, un “cadavere vivente”. E’ stato ucciso nell’anima. La cosa, poi, è andata addirittura peggiorando, quando è stato licenziato per ben due volte nel giro di 6 mesi, senza neanche regolare lettera di licenziamento: la sua unica colpa era quella di aver vinto la causa e di non aver ceduto allo scandaloso ricatto in base al quale avrebbe dovuto rinunciare ai 14 anni di pregresso, in cambio di un posto di lavoro che già aveva… Quindi alla depressione, dovuta alle infamie subite, si è aggiunta la preoccupazione economica avendo, questo licenziamento illegittimo, discriminatorio e ritorsivo, messo sul lastrico la mia famiglia che non ce la fa più ad andare avanti.
Ci hanno affamati, addirittura impedendoci inizialmente di poter fruire del sussidio di disoccupazione. Siamo dovuti andare al Monte della Pietà ad impegnarci la fedina di fidanzamento, le crocette che avevano regalato ai bimbi per il battesimo. E le abbiamo perse. Perché non abbiamo avuto i soldi per riscattarle. Spesso non so come mettere insieme il pranzo con la cena.
E tutto questo per cosa? Perché Leonida era un dipendente “scomodo”, un dipendente che lavorava, bene e tanto, mettendo così in luce –giocoforza- la mediocrità di altri.
Tutto ciò è successo in un gruppo parlamentare, al Senato della Repubblica, tempio in cui si fanno le leggi, si inneggia alla legalità, alla solidarietà e alla meritocrazia... La cosa poi intollerabile è che mio marito ha lavorato per gente appartenente ad un partito che si diceva, e si dice tutt’ora, vicino alle famiglie, che difende la famiglia, che addirittura partecipa al “Family day” o organizza convegni con titoli come “La persona prima di tutto”. Ma la famiglia di Leonida e la persona Leonida sono state disintegrate.
A loro non importa niente se a casa c’è una famiglia che sta morendo di fame. Loro usano le loro poltrone non per fare il bene comune, ma per annientare, massacrare, distruggere un lavoratore con la sua famiglia. Gente colpita dal delirio di onnipotenza che pensa di essere al di sopra delle leggi, di poter far tutto solo perché seduta su quegli scranni. E poi vanno in televisione a farsi belli e a riempirsi la bocca di belle parole sulla famiglia e sui “valori”. E tutto questo solo per accalappiarsi dei voti!!!
E vogliamo parlare, infine, di quelle tre arpie che hanno infamato, calunniato Leonida e che, nonostante abbiano perso la causa, non sono state in alcun modo punite? Anzi hanno avuto tutte e tre scatti di livello, sono state premiate, hanno fatto carriera, guadagnano più soldi. Se ne vanno in giro contente e felici per il Senato, fregandosene del fatto che, anche per colpa delle loro menzogne, un padre di famiglia muore ogni giorno di più. Che le loro bugie sono ricadute sui nostri figli, costretti a vivere quotidianamente un’atmosfera triste e malinconica. E Leonida? Lui, nonostante abbia vinto la causa sta a casa, disoccupato e malato e distrutto psicologicamente. Ed è questo che mi spinge a combattere: fino a quando non ci sarà giustizia non mi darò pace. Combatterò al suo fianco per fare in modo che la verità venga ristabilita.
Chi si trova a combattere questa battaglia ardua, improba e proibitiva, si ritrova da solo abbandonato a se stesso, senza amici, e spesso anche senza famiglia.
VERITA’, GIUSTIZIA E DIGNITA’ PER L’UOMO LEONIDA E PER IL LAVORATORE LEONIDA!!!"
Giulia Ruggeri.

Commenta Stampa
di Germano Milite
Riproduzione riservata ©