Politica / Parlamento

Commenta Stampa

Il Mezzogiorno che non c'è.


Il Mezzogiorno che non c'è.
23/07/2009, 10:07

 

IL MEZZOGIORNO CHE NON C’È.

di Raffaele Pirozzi e Giuseppe Biasco.


 

Il Mezzogiorno, non è più un argomento che interessa la società italiana.

Se non fosse per il tradizionale Rapporto dello Svimez, che alla metà di Luglio di ogni anno pubblica un crudo resoconto sulle condizioni di sviluppo del Sud, non avremmo nessuna possibilità di comprendere a che punto è il nostro paese.

Il Rapporto, pur registrando una grande mole di dati e di informazioni che riguardano le regioni del Sud, di fatto,disegna lo sviluppo del nostro paese nella sua interezza; traguardando la crescita economica e sociale italiana dal punto di vista delle difficoltà, delle potenzialità non sfruttate, dei problemi non risolti del Sud, permette di leggere a che punto è la crescita anche del Centro Nord .

Il Rapporto Svimez, questa volta, traccia, anche, un bilancio dell’intervento straordinario per il Mezzogiorno. Il risultato è sconvolgente: “ Nel 1951 nel Mezzogiorno veniva prodotto il 23,9% del Pil nazionale. Sessanta anni dopo, nel 2008, la quota è rimasta sostanzialmente immutata (23,8%). Dal 1951 al 2008 il Sud è cresciuto circa agli stessi ritmi del Centro-Nord, ma non è riuscito e non riesce a recuperare il gap di sviluppo.”

Questa affermazione contenuta nel Rapporto, nella sua gravità è in assoluto la più importante che sia mai stata scritta sull’andamento dello sviluppo italiano.

Innanzi tutto si capisce che esiste una economia italiana che è basata sulla differenza territoriale del nostro paese.

Ovvero, c’è stata una crescita unitaria del Pil in Italia che non è mai stata rivolta alla integrazione economica e sociale del paese. Questa crescita ha mantenuto le differenze, anzi, si è alimentata di queste differenze. La prima conclusione che si può trarre è: senza questa crescita diversa tra Regioni del Nord, del Centro e del Sud, l’aumento del Pil non sarebbe stato tanto elevato in Italia nel corso di questo ultimo mezzo secolo. Il Sud ha pagato con la sua crescita frenata l’incredibile sviluppo del Centro e del Nord .

A dispetto delle affermazioni di principio, che molti politici si esercitano a fare sulla nazione e sulla sua unità. Economicamente e Socialmente l’Italia è ormai un paese diviso in tre parti, che si rappresentano con tre diverse strutture sociali e politiche, che si esprimono con una cultura diversa l’uno dall’altro, ma omogenea nel proprio territorio. Insomma, sembra che nel paese convivano tre nazioni diverse, spesso incapaci di comunicare tra loro, che hanno obbiettivi diversi ed una diversa concezione dell’unità del paese.

La Lega nelle Regioni del Nord è ormai determinante e spesso maggioranza ; nelle Regioni del centro si è storicamente affermata una cultura socialdemocratica che risponde alle esigenze di un territorio pieno di risorse e di potenzialità. Mentre, nel Sud, c’è tutto ed il contrario di tutto, ma soprattutto manca una sintesi unitaria ai suoi bisogni, in grado di darle una identità che non riesce a trovare. Spesso, la mancanza di questa cultura unitaria del Sud, ne da un immagine opportunista, in cui il clientelismo appare l’unico sistema politico in grado di dare concrete risposte.

In questi ultimi anni, nel nostro paese è prevalente l’impostazione conservatrice e xenofoba della Lega, che si trascina appresso un centro destra affarista ed immorale, pur di arrivare attraverso una serie di leggi al cambiamento della Costituzione sperando di provocare la definitiva rottura della unità politica dello Stato.

Questa è la fotografia dell’Italia che traiamo dal Rapporto dello Svimez, molto realista anche se molto spiacevole.

Alcune considerazioni sono d’obbligo a questo punto. La prima considerazione ci porta ad affermare che in questi 60 anni,tutte le politiche immaginate per lo sviluppo del Sud, sono fallite, oppure non sono servite allo scopo. La Riforma Agraria nel Sud non ha dato le stesse risposte che al Nord e l’agricoltura è rimasta come problemi irrisolto e che ha indotto, nel corso degli anni, i devastanti fenomeni di emigrazione che hanno spopolato le campagne ed impoverito ulteriormente le nostre Regioni.

Il processo forzato dell’industrializzazione ci ha portato poche attività industriali durature, sono stati spesi molti soldi inutili, ci sono rimasti solo migliaia di capannoni abbandonati nelle campagne ed un esercito di cassa integrati da assistere con i fondi dell’Inps. Ma, anche, tutte le politiche di sviluppo locale finanziate con i fondi europei non hanno portato effetti tali da essere presi in considerazione: i patti territoriali, i programmi integrati; i Distretti Industriali,gli Accordi di programma, sono tutte attività che hanno prodotto molti documenti, molte consulenze, qualche consiglio di amministrazione e niente più.

Per non parlare di 20 anni di finanziamenti europei alle Regioni in ritardo di sviluppo del Sud, che non hanno prodotto risultati accettabili, anzi, l’unico risultato è stato quello di trasformare lo straordinario in ordinario e sostenere in questo modo una cronica carenza di fondi per la spesa corrente degli Enti Locali meridionali.

L’effetto peggiore che potevamo registrare nel Sud, è quello che i nostri ragazzi sono tornati ad emigrare.

Questa volta, a differenza delle precedenti ondate migratorie, non mandano soldi a casa, ma, come rileva il documento della CGIL, questi giovani ricevono un sostegno economico dalle famiglie, che sperano in una definitiva sistemazione dei propri figli.

Oltre ai soldi che il Governo toglie dai fondi destinati al Sud dall’Europa, per destinarli alle aziende in crisi del Nord, i meridionali mettono a disposizione del paese la loro migliore risorsa, i giovani culturalmente molto preparati e i soldi delle famiglie, che servono a tenere in piedi una ricchezza al Nord, sempre più fine a se stessa.

Nel Nord si registra uno sviluppo ed una ricchezza che si consuma un una “movida” infinita, che distrugge ogni senso concreto di solidarietà umana, che non produce cultura, che non permette di sognare un futuro diverso e migliore.

Il Nord in crisi di valori e di identità, che vive di paure sapientemente alimentate, non può e non deve essere più il nostro riferimento. Innanzi tutto la sua crescita economica senza sviluppo, è in crisi, sempre più irreversibile. Una ricchezza che distrugge il territorio non è sviluppo. Costruire un aeroporto che non funzionerà mai, case che non saranno mai abitate, parcheggi che non saranno mai completamente occupati, non è sviluppo, anche se cresce il Pil.

Il Sud deve pensare ad organizzarsi un proprio modello di sviluppo economico, sociale e culturale, partendo, certamente da una bonifica ambientale del territorio, insieme alla riduzione drastica della presenza della delinquenza organizzata nella nostra vita quotidiana.

Dobbiamo cominciare ad immaginare uno sviluppo diverso per noi, non rincorrere modelli che non ci appartengono, ma sviluppare un modo nuovo di vivere il nostro Sud, immersi nella bellezza dei nostri mari, in contato continuo con tutti i popoli del mediterraneo.

Se riuscissimo a trovare la nostra strada,il nostro modo di fare lo sviluppo, potremmo contribuire alla ripresa di uno sviluppo unitario del paese, come necessario ed indispensabile contributo ad una Europa, che appare in seria e continua difficoltà.

Perchè questo avvenga occorre una nuova mobilitazione delle coscienze, una nuova morale collettiva, che porti alla crescita di un nuovo gruppo dirigente della politica del Sud, che nei valori della democrazia e della solidarietà, ritrovi le concrete motivazioni per aggregare consenso e costruire un futuro di un vero sviluppo per le nostre regioni.

 

Commenta Stampa
di Raffaele Pirozzi
Riproduzione riservata ©