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Il Referendum Elettorale : Chi ci Guadagna?


Il Referendum Elettorale  : Chi ci Guadagna?
20/04/2009, 07:04

Il Referendum per l'abrogazione della legge elettorale attualmente in vigore - il cosiddetto porcellum - è al centro del dibattito politico non tanto, però, per i suoi contenuti quanto piuttosto per la data in cui dovrebbe svolgersi. Diverse le ipotesi in campo: 7 giugno, 21 giugno o addirittura nel 2010.


 

La prima ipotesi - oramai pressoché abbandonata, a causa della ‘minaccia’ di crisi di governo che il premier attribuisce al partito del Carroccio -da concretezza al cosiddetto election day, accorpando il referendum abrogativo alle amministrative e alle europee. Nel secondo caso la data per la consultazione referendaria coinciderebbe con il secondo turno delle amministrative e, presumibilmente, il raggiungimento del quorum per la validità sarebbe molto più incerto, anche se non impossibile. Lo slittamento al 2010 darebbe maggiore 'serenità' alla Lega e, dunque, all'azione di governo.


 

L’accorpamento produrrebbe un risparmio stimato in 400 milioni di euro (170 secondo fonti del Ministero dell’Interno) e questo, di sicuro, sarebbe un fatto importante in una fase in cui è sempre più difficile reperire risorse nelle strette maglie del bilancio pubblico. Tuttavia, anche ciò considerato, proprio, non si riesce a comprendere il fervore del Partito democratico verso questa opzione (che ne attesta indubbiamente, anche, il favore, nel merito, sui quesiti). Infatti, la realizzazione dei propositi del comitato referendario, guidato dal 'sempre verde' Segni e da Guzzetta, prefigurerebbe uno scenario in cui il Pdl metterebbe una sicura ipoteca sulla vittoria per tanti, tanti anni ancora.


 

Analizziamo ora, nel dettaglio,le questioni nodalidel referendum:


- si introduce un premio di maggioranza a favore della lista che ottiene più voti. In pratica la lista (e, non più, la coalizione di liste) che ottiene anche solo un voto in più prende la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento (una lista che ottenga, per pura esemplificazione, il 15% - più di tutte le altre - avrebbe diritto, con il nuovo meccanismo, al 50%+1 dei seggi). Insomma, molto peggio della Legge Acerbo che, nel 1923, consentiva alla lista che avesse ottenuto almeno il 25% dei voti validi espressi di ottenere la maggioranza assoluta dei seggi. Situazione molto più sbilanciata anche rispetto a quanto disponeva la Legge 148/53 (cosiddetta “Legge Truffa”) che prevedeva di assegnare il 65% dei seggi alla lista o coalizione di liste che avesse ottenuto il 50%+1 (dunque la maggioranza assoluta) dei voti validamente espressi. La Legge 270/05 (cosiddetto porcellum) stabiliva un premio di maggioranza pari al 55% dei seggi alla coalizione di liste collegate (o alla lista isolata) che avesse ottenuto la maggioranza relativa dei voti espressi (per la Camera su base nazionale e per il Senato sul piano regionale). Il testo referendario rappresenta, dunque, un ulteriore peggioramento della “porcata” in quanto recide il riferimento alla coalizione di liste e, dunque, configura un deciso passo in avanti verso la creazione di un assetto bipartitico (Pdl-Pd) e un’ulteriore, grave, compressione degli spazi di partecipazione democratica dei cittadini che, se vorranno ‘decidere’ chi governerà il Paese, dovranno, necessariamente, orientare il loro voto sugli unici due partiti in grado di aggiudicarsi il premio di maggioranza. Un assetto che, come i sistemi maggioritari tipo Westminster (anche se nel caso italiano si tratta di un sistema proporzionale con correzione maggioritaria), privilegiano il principio della governabilità (secondo il principio del first past the post) su quello della rappresentatività, ma, rispetto a questi, manca di un elemento importante di democrazia, costituito dall’architettura dei collegi uninominali, dove i cittadini scelgono, direttamente, i propri rappresentanti. Nel nuovo quadro italiano non viene infatti reintrodotta la facoltà per gli elettori di indicare i nomi dei candidati che si intende premiare con il voto.

-Non vengono, inoltre, risolti molti dei problemi addebitati alla legge elettorale attualmente in vigore. Permangono le liste bloccate, decise dalle segreterie di partito, e l’assenza delle preferenze (come già detto appena sopra). Viene conservato, anche, il tanto criticato premio di maggioranza regionale per ciò che concerne il Senato della Repubblica.


 

Insomma, il rimedio è peggiore del male. Lo scenario politico che scaturirebbe dalla nuova legge elettorale sarebbe, certamente, caratterizzato dallo strapotere del Pdl, dalla subalternità del Pd (che si candiderebbe, a lungo, solamente come partito di opposizione) e dalla, sostanziale, ‘uscita’ dalla ‘scena che conta’ di forze, attualmente, ‘vitali’ per la coalizione di destra (il riferimento è alla Lega Nord) e di sinistra (l’Italia dei Valori). Il Partito democratico si avvantaggerebbe, di sicuro, nei confronti del partito di Di Pietro – contro cui potrebbe, efficacemente, ‘lanciare’ una nuova edizione del “voto utile” di veltroniana memoria -eppur tuttavia il bilancio, complessivamente, sarebbe in netta perdita. Infatti, considerata la forza attuale dei democratici, si può, incontrovertibilmente, affermare che Berlusconi e il suo partito, previe certe nuove elezioni,avrebbero enormi ‘praterie’ in cui ‘correre’, solitari, alla realizzazione di tutte le riforme istituzionali e costituzionali nonché alla sicura elezione, da parte delle Camere rinnovate, del premier come Presidente della Repubblica, e, presumibilmente, di una Repubblica presidenziale!


 

Nonostante l’apparente buon senso di queste considerazioni, i democratici - ‘cavalcando’ l’onda popolare della, anche legittima, ‘pretesa’ di evitare una “Bossi-tax” e di utilizzare i risparmi previsti per la ricostruzione dell’Abruzzo – mostrano di essere più interessati a ‘scrollarsi di dosso’ l’ultima forza concorrente nel campo della sinistra, che a mantenere qualche, seppur labile, possibilità di riprendere, in tempi ragionevolmente brevi, il governo del Paese, di evitare lo stravolgimento costituzionale e istituzionale sopra delineato e di garantire la 'sopravvivenza' del pluralismo, già così duramente falcidiato sotto la 'scure' della semplificazione. Con questo orientamento trova conferma un ‘vizio’ tradizionale della sinistra, quello all’autodistruzione (in questo senso perfetto il continuum Veltroni-Franceschini: la parabola iniziata con il “vado da solo”, della presunta vocazione maggioritaria, si chiude con il “sì” al referendum abrogativo), a tutto vantaggio di un avversario troppo frettolosamente sottovalutato e verso cui hanno prevalso, solamente, inutili se non dannosi atteggiamenti di demonizzazione, alternati, a stucchevoli prove di dialogo.

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di Raffaele Pirozzi
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