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La democrazia e i referendum sono sempre necessari?


La democrazia e i referendum sono sempre necessari?
26/06/2012, 16:06

In questi giorni mi è capitato diverse volte di vedere linkato su Facebook qualche articolo o qualche vignetta che chiedono di fare un referendum su questioni come l'uscita dell'Italia dall'euro (idea proposta anche dalla Santanchè) oppure l'accettazione del fiscal compact, il pacchetto di misure che i governi europei stanno adottando per ridurre gli squilibri di bilancio. O anche la proposta di decidere modifiche costituzionali - come hanno fatto in Islanda - votandole via Internet.
Ora, tralasciamo anche il fatto che queste sono cose impossibili, Costituzione alla mano. Infatti sono ammessi solo i referendum abrogativi (cioè quelli che cancellano leggi precedenti) e non su alcuni argomenti. Per esempio sono proibiti i referendum per abrogare articoli della Costituzione (anche se c'è il referendum consultivo sulle modifiche costituzionali), quelli in materia penale, in materia tributaria ("Volete voi abrogare tutte le tasse?". E chi direbbe di no?), in materia di trattati internazionali, ecc. Come si vede quindi, bisogna prima cambiare la Costituzione, e poi si può fare così.
Ma poi come si voterebbe? Uno dei presupposti, presenti nella nostra Costituzione, è che il voto deve essere "unico, libero e segreto". Il significato è semplice: unico, perchè posso votare una sola volta; segreto, perchè nessuno può conoscere chi o cosa voto, se non sono io a dirlo. Ma "libero" che vuol dire? E' una cosa su cui in pochi si soffermano. Perchè "libero" non vuol dire solo che io posso scegliere di votare come mi pare e piace (questa di solito è la definizione di base che si dà); significa anche che io devo avere la consapevolezza di chi sto votando. E per avere la consapevolezza io devo avere la conoscenza, che mi permette di fare una scelta ponderata; e la volontà di fare la scelta suddetta. Quest'ultima non la si può creare: c'è chi ce l'ha e chi no. Ma la conoscenza, salvo rari casi, viene data. ALmeno in teoria.
Perchè in Italia non è così. Dovrebbe essere data dalla scuola, ma gli insegnanti sono, nella migliore delle ipotesi, dei dispensatori di nozioni inutili. Facciamo un esempio: a che serve sapere la data della battaglia di Waterloo. Sarebbe molto più importante insegnare come si arriva a quella battaglia, perchè Napoleone fece quella scelta e perchè venne sconfitto. E invece no, sono cose queste che non si studiano mai.
Facciamo un esempio più vicino geograficamente a noi: abbiamo appena finito di festeggiare il 150esimo anniversario dell'unificazione italiana, e ancora nelle scuole si studiano cose false: si dice che a Marsala sbarcarono mille patrioti italiani che poi radunarono folle oceaniche di seguaci scontenti del governo borbonico e vogliosi di riunirsi all'Italia. Poi si dice che Garibaldi in quattro e quattr'otto trasformò queste schiere di volenterosi in invincibili soldati con cui sconfisse l'esercito borbonico, prima del fatidico "obbedisco", quando Vittorio Emanuele, arrivato alla testa del suo esercito, arrivò in zona e gli disse di togliersi da mezzo. Una bella favoletta, per carità, ci manca solo il "E vissero tutti felici e contenti"; ma la realtà fu ben diversa. All'epoca il Regno delle Due era ricchissimo; e quello che sbarcò a Marsala era un esercito di 40 mila mercenari, per lo più tedeschi ed ungheresi, che misero a ferro e fuoco il sud per due anni. Quello che non distrussero loro, lo distrussero i piemontesi, continuando il saccheggo del sud che è continuato fino ai nostri giorni.
E' solo un esempio, ma per dimostrare come la scuola sia la prima a non insegnare nulla: solo nozioni (non sempre esatte) e basta. Invece bisognerebbe che si insegnasse innanzitutto a ragionare. Ci vorrebbero corsi di Logica, di Etica, e così via. Ma anche così, per decidere su determinate questioni ci vuole la conoscenza esatta di cosa succede. Immaginiamo si faccia il referendum per decidere se restare o meno nell'euro: quando si va a votare cosa si sceglie? Certo, bisogna ascoltare le tesi dell'uno e dell'altro. Ma sono tesi che si basano su proiezioni economiche. Quanti italiani conoscono a sufficienza la materia da poter dare un giudizio che non sia solo ideologico o emotivo? Nè è possibile farsi un'idea esatta tramite i mass media, che di solito sentono "esperti" che sono legati a questo o quel partito e che quindi portano avanti una idea politica, non tecnica. Idem dicasi per gli esperti stranieri. Ma anche qui: quanti sono in grado di distinguere, senza una sorta di "avvertenza" da parte dei giornalisti?
Perchè il problema della democrazia è questo: sottintende un fortissimo impegno da parte dei cittadini. Un impegno fatto di conoscenza individuale, di divulgazione (ognuno nell'ambito delle proprie possibilità e capacità) e di protesta, a fronte dell'inadempienza della politica. Una protesta che non è da esprimere solo a parole o con un click su Facebook, ma soprattutto nell'urna. E' chiaro che se si votano sempre le stesse persone, si avrà la stessa inefficienza (per non dire di peggio).
Purtroppo c'è una regola che viene data per scontata e che invece scontata non è: ad ogni diritto corrisponde un dovere. Noi abbiamo il diritto di essere in un Paese democratico; ma dove sta il nostro dovere di informarci, di conoscere, di discutere e di protestare all'occorrenza? La risposta è semplice: da nessuna parte.
Per questo poi accade che il primo demagogo che passa, conquista rapidamente il potere: lo fece Berlusconi nel 1994, lo sta facendo adesso anche Beppe Grillo (al di là delle enormi differenze esistenti tra i due), lo fece 90 anni fa Benito Mussolini. Ma è questo che vogliamo essere? Marionette nelle mani del primo che passa e che sa come muovere certe leve?

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di Antonio Rispoli
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