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La frase preferita del governo Monti? "Non è un tabù"


La frase preferita del governo Monti? 'Non è un tabù'
18/02/2012, 18:02

Cancellare l'articolo 18? "Non è un tabù". Abolire il certificato antimafia? "Non è un tabù". Sta diventando un leit motiv alquanto pericoloso, questo intercalare che si sente sempre più spesso nelle parole dei MInistri (e degli esponenti del Pdl; una coincidenza?) del governo Monti. Ovvio che non sono tabù: sono leggi e in quanto tale è il Parlamento a decidere se devono restare in piedi o no. Ma ha senso cancellarle?
Prendiamo l'articolo 18. probabilmente è il meno usato della storia. Negli ultimi 5 anni meno di 300 lavoratori, che si sono rivolti al giudice per chiedere tutela, sono stati reintegrati nel loro lavoro. Su una popolazione lavorativa teorica di oltre 30 milioni di lavoratori, non credo che sia una popolazione tale da creare problemi. E allora perchè se ne chiede l'abolizione? Semplice: serve a fare pressione sui lavoratori e pagarli di meno, utilizzando la minaccia del licenziamento individuale. Perchè comunque è chiaro che quando una azienda vuole fare licenziamenti di massa, non ha mica problemi. Basta guardare la Fiat, che negli ultimi 2 anni ha distrutto oltre 20 mila posti di lavoro in Italia, senza che nessuno battesse ciglio (a parte la vicenda di tre lavoratori a Melfi), ed ora sta facendo lavorare solo ed esclusivamente quei lavoratori che non appartengono alla Fiom. Ricordo che da piccolo reagivo con un sorrisetto e pensando: "Che esagerazioni", quando mio padre - che ha lavorato alla Fiat dal 1966 al 1994 - mi riferiva dei controlli, delle guardie private e degli abusi che facevano, abusi che non era possibile denunciare (se non per chi volesse essere licenziato). Col tempo ho dovuto riconoscere che non erano esagerazioni, dato che le stesse cose avvengono oggi, pubblicamente e col plauso di larga fetta della politica italiana.
E non serve sostituire il reintegro previsto dall'articolo 18 con 6 o 12 mensilità di stipendio, come suggerisce il governo. Con la disoccupazione imperante (i dati dell'Istat la mettono al 9% circa, quelli reali molto vicino al 15%) a che servono quei soldi? Molto meglio conservare il posto di lavoro e continuare a guadagnare. Diverso è il discorso se ci fosse un vero indennizzo: 48 mensilità di stipendio e di contributi INPS, oltre alla liquidazione che comprenda anche il successivo quadriennio; corso di riqualificazione organizzato dall'azienda, laddove necessario. Con questo sistema si può cominciare a discutere, perchè si pongono le basi per far rientrare il licenziato nel mondo del lavoro; contemporaneamente, essendo la spesa notevole (per un operaio con esperienza si parla di una cifra che si avvicina ai 100 mila euro), si mantiene l'effetto deterrente sull'azienda.
Stesso discorso per il certificato antimafia. E' chiaro, non è la soluzione d'oro del sistema. Ma è un utile aiuto. L'idea di sostituirlo con una white list da aggiornare ogni tot mesi scontra col dettaglio che sappiamo bene cosa succede con gli uffici pubblici: i tot mesi aumentano, raddoppiano, diventano anni e dopo poco tempo gli aggiornamenti sono praticamente inesistenti. Si dice: "Ma le aziende perdono tempo a richiedere certificati; e il tempo è denaro". Un pensiero non del tutto sbagliato, in astratto. Ma qui non siamo in astratto, siamo nel mondo concreto. Stiamo parlando di aziende che lavorano per lo Stato o per altri enti pubblici. E' o non è diritto dei cittadini sapere se i propri èsoldi vengono regalati alla mafia o meno? O dobbiamo tornare agli anni '70, quando lo Stato italiano regalò mille miliardi di lire dell'epoca (sono svariati miliardi di euro odierni) alla mafia, con la scusa di migliorare l'edilizia di Palermo?
Quindi non sono tabù. Se si vuole, si possono eliminare, basta una leggina. Il punto è: ci sono i motivi per eliminare queste leggi? Se si eliminano, non si crea un danno più grande? Se si sostituiscono con altri sistemi, questi nuovi sono altrettanto efficienti? Tutte domande che ci si dovrebbe porre, prima di sparare affermazioni a vuoto. Niente è tabù, tutto può cambiare. Ma il punto è: cambiare a vantaggio di chi? Dei pochi richhi e privilegiati o dei molti? a favore degli onesti o dei delinquenti?

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di Antonio Rispoli
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