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Napoli. Il "cormezz" riprende l'affaire di via Dell'Avvenire

Le inchieste di "Julie" trovano riscontro in quelle dei magistrati


Le inchieste di 'Julie' trovano riscontro in quelle dei magistrati
15/05/2010, 13:05

NAPOLI - Le inchieste di “Julie Italia” e del portale d’informazione del gruppo, www.julienews.it, trovano riscontro nelle inchieste della magistratura. Il caso più eclatante resta quello di Pietro Diodato, consigliere regionale del Pdl. Questa mattina è toccato, infatti, al “Corriere del mezzogiorno” riprendere l’inchiesta di “julie Italia” sull’affaire degli immobili di via Dell’Avvernire nel quartiere Pianura. L’articolo di Stefano Piedimonte conferma quanto da noi scritto alcuni mesi fa, e ripreso dalla trasmissione di approfondimento, in onda su “Julie Italia”, “Mosaico”. Anzi, aggiunge nuovi particolari al caso che diventa sempre più spinoso ed intrigato.
Il titolo in prima pagina del “Corriere del mezzogiorno” è emblematico: “Pianura, Dda inchiesta su via Dell’Avvenire. Immigrati sloggiati per far posto ai clan”. Si rimanda poi il lettore a pagina 7 con un ampio e dettagliato servizio dal titolo: “Via Dell’avvenire scatta l’indagine”. Nel catenaccio: “Immigrati, sgomberate le case vendute, la Procura acquisisce i documenti”.
La questione è semplice ed è stata nei mesi scorsi ricostruita in una dettagliata inchiesta di “Julienews” sulle speculazioni edilizie in cantiere in città. Gli alloggi di via Dell’Avvenire, a Napoli, nel cuore del quartiere Pianura, sono stati occupati per vent’anni dagli extracomunitari e da alcuni nuclei familiari napoletani “senzatetto”. Tutto è filato liscio fino a qualche settimana fa, quando il Comune ha predisposto lo sgombero degli immigrati e li ha sistemati in uno spazio nei pressi di via Brin. Uno sgombero voluto e sostenuto, a più riprese, da Pietro Diodato e dal suo consigliere comunale a Napoli, sempre del Pdl, Andrea Santoro. Intre ci, ombre e sospetti che l’assessore al Comune di Napoli, Giulio Riccio, sempre a “julie Italia”, durante la trasmissione “Mosaico”, si è affrettato a chiarire: “Non ci lasceremo dettare i tempi dalla criminalità organizzata o da affaristi equivoci che hanno messo le mani sugli immobili di via dell’Avvenire”.
Ma chi sono questi presunti affaristi? E cosa c’entra la protesta di Diodato? Tra i nomi salta agli occhi quello di Giorgio Amabile, il quale il 12 febbraio 2009 ha formalizzato, come da noi dimostrato, atti alla mano, l’acquisto degli immobili situati ai civici 10 e 12. Non c’è nulla di male fino a questi punto. Sfugge, però, un dettaglio. Giorgio Amabile è il cugino di primo grado del consigliere regionale del Pdl Pietro Diodato. Ha un curriculum di tutto rispetto: già sottoposto alla sorveglianza speciale ed alla libertà vigilata. Con precedenti per associazione a delinquere, estorsione, tentato omicidio, porto abusivo di arma e danneggiamento. Già ritenuto affiliato alla Nco del noto Raffaele Cutolo. In sostanza, Michelina Diodato, madre di Giorgio Amabile, è la sorella di Gennaro Diodato, quest’ultimo padre di Pietro Diodato.
L’articolo di Stefano Piedimonte svela alcuni particolari dell’inchiesta avviata dalla Dda ed affidata al Pubblico ministero Michele Del Prete e coordinata dall’aggiunto Alessandro Pennasilico. Un “indagine ampia che riguarda la criminalità organizzata ed i suoi interessi nel quartiere pianurese”. Inchiesta nata dopo importanti rivelazioni di collaboratori di giustizia. Proprio quello che “Julie Italia” e “Julie news” hanno anticipato e dimostrato nei mesi scorsi. Prima, durante e dopo la campagna elettorale.
Pure perché c’è un altro elemento che non può passare in secondo piano e riguarda proprio il rapporto tra Pietro Diodato e Giorgio Amabile. Un rapporto che non si manifesta solo sulla questione degli alloggi di via Dell’Avvenire. L’asse Amabile-Diodato. Lo stesso che riporta la discussione alla riapertura mancata della discarica dei “Pisani”, sempre nel quartiere di Pianura, durante il periodo nero dell’emergenza rifiuti in Campania.

IL RAPPORTO TRA DIODATO E AMABILE SULL’AFFAIRE DEI RIFIUTI RICOSTRUITO DA “JULIENEWS”

NAPOLI - A distanza di anni la verità comincia a venire a galla. Così come le prime risposte. Nel periodo caldo dell’emergenza rifiuti, durante gli scontri tra la popolazione e le forze dell’ordine a Pianura, quartiere di Napoli, per evitare la riapertura della discarica dei “Pisani”, le domande ricorrenti erano sempre le stesse: perché la scelta è caduta su Pianura? Perché anche i politici del posto, tranne il consigliere comunale Marco Nonno, si sono dichiarati favorevoli a questa soluzione?
La discarica dei “Pisani”, per chi non lo sapesse, è sotto sequestro. Non l’hanno riaperta grazie alle barricate della popolazione che, nonostante tutto, continua a vivere tra veleni ed odori nauseabondi. Diossina e tumori. Un mega sversatoio illegale di rifiuti tossici, nocivi, scarti industriali provenienti da ogni parte d’Italia. E’ inutile ribadirlo: un affare colossale gestito dalla criminalità organizzata.
Hanno devastato ed inquinato la riserva naturale degli “Astroni”, ribattezzata la “riserva della morte”. Ecco perché nessuno capiva e accettava la decisione di negare la bonifica e scaricare ancora spazzatura. E la paura non era per il “tal quale” prodotto nelle case. Il timore era quello di rivedere le stesse scene degli anni precedenti: montagne di polvere nera, bidoni sigillati e container imbottiti di chissà quali scorie. Sapendo di non poter denunciare, di non poter parlare per paura della camorra e delle ritorsioni. Tutti zitti, trincerati dietro un silenzio omertoso. Rappresentanti politici ed istituzionali. Un po’ di storia serve ad inquadrare il contesto, in modo da capire ed interpretare gli ultimi eventi. Fatti e circostanze che forniscono risposte puntuali e dettagliate agli interrogativi sorti durante la fase “calda” dell’emergenza.
E’ tutto scritto nelle informative della Direzione distrettuale Antimafia. Nomi, cognomi, intrecci societari, sul modello delle scatole cinesi, parenti, politici ed intercettazioni telefoniche. Non manca nulla all’appello. Soggetti, fatti e dinamiche che aiutano a leggere gli eventi di quei giorni, le polemiche, le dichiarazioni, le posizioni e le decisioni in apparenza incomprensibili, senza logica. La logica, invece, c’era eccome. Ora è tutto più chiaro. Partiamo dall’inizio. Proprio da quei giorni durante i quali Napoli fece il giro del mondo. “Lo smaltimento dei rifiuti nella città di Napoli - scrive la Dda - ha assunto, più di recente, connotati di assoluta emergenza sfociando, negli ultimi giorni, in una serie di gravi disordini che stanno compromettendo seriamente la situazione dell’ordine e della sicurezza pubblica. Causa scatenante delle proteste della popolazione è stata l’ordinanza numero 002 datata 2 gennaio 2008 del commissariato di governo delegato per l’emergenza rifiuti della Regione Campania, con cui veniva disposta l’occupazione temporanea per la durata di 12 mesi di alcune aree site in contrada Pisani del Comune di Napoli, di proprietà della <Elektrica srl>”. Una società da non dimenticare e sulla quale torneremo più avanti. Spunta, tra gli attivisti e le persone molto attente a ciò che succedeva in quelle ore a Pianura e nei Palazzi, un nome: Giorgio Amabile. Nelle note in calce all’informativa il ritratto di Amabile: già sottoposto alla sorveglianza speciale ed alla libertà vigilata. Con precedenti per associazione a delinquere, estorsione, tentato omicidio, porto abusivo di arma e danneggiamento. Già ritenuto affiliato alla Nco del noto Raffaele Cutolo.
Questo il suo biglietto da visita. Al quale va aggiunta una parentela eccellente: Giorgio Amabile è il cugino di primo grado di Pietro Diodato, consigliere regionale del Pdl, ex Alleanza nazionale, e attuale vicecapogruppo consiliare alla Regione del partito di Berlusconi. Michelina Diodato, madre di Giorgio Amabile, è la sorella di Gennaro Diodato, quest’ultimo padre di Pietro Diodato. La Dda non ha dubbi: “Il rapporto di stretta parentela tra Diodato e Amabile, con la sponsorizzazione da parte del primo del sito in esame, dimostra apertamente la sussistenza di rilevanti indizi quanto ad una stretta compartecipazione di interessi politico-mafiosi, soli in grado di spiegare la genesi della scelta di un sito nella titolarità di soggetti esplicitamente interdetti per i loro precedenti mafiosi. A tal riguardo, giova evidenziare la posizione assunta dal suddetto consigliere regionale, il quale dapprima si esprimeva favorevolmente alla riapertura del sito, mutando successivamente opinione allorquando si conclamava che il provvedimento antimafia interdittivo, emesso nei confronti della società <Elektrica>, avrebbe probabilmente potuto determinare la mancata erogazione di alcun indennizzo o compenso per l’uso dell’invaso”. Insomma, secondo la Dda la posizione di Diodato a favore della riapertura della discarica dei “Pisani” era collegata agli interessi economici della società “Elektrica”, messi in discussione dall’interdittiva antimafia. “Sulla base di tali acquisizioni informative, veniva avviata una attività investigativa tesa a riscontrare con dati di fatto anche il possibile coinvolgimento della criminalità organizzata nella riapertura della discarica e nei perturbamenti dell’ordine pubblico scatenatisi a seguito dell’ordinanza del commissariato rifiuti. In particolare emergeva che la società <Elektrica srl> (già Di.Fra.Bi. spa) con sede a Napoli in via Dei Mille (società messa in liquidazione dal 26 luglio 2004, rappresentata dall’amministratore unico legale Gennaro Bruno) è stata oggetto di interdittiva antimafia in quanto il 18 dicembre 2002 vendeva al <Centro Italia costruzioni srl> un complesso industriale comprensivo di area scoperta pertinenziale di circa 18mila metri quadrati, ubicato a Napoli in via Montagna spaccata 521. Luogo ove insiste la discarica da riutilizzare; il Gico della Guardia di finanza con nota del 25 aprile 2004 comunicava alla Prefettura di Napoli che il capitale sociale della <Centro Italia costruzioni>, ammontante ad euro 93mila e 600, era ripartito tra Giorgio Di Francia (il quale era altresì socio contestualmente della <Elektrica>) per quote pari a 50mila 544 e la cui moglie, Silvana Granito, per quote pari a 43mila 056 euro; nell’assetto societario della <Elektrica> figuravano, tra gli altri, anche Salvatore Di Francia, fratello di Giorgio Di Francia; Domenico La Marca e suo figlio Francesco La Marca. I predetti venivano tratti in arresto dal personale del R.o.n.o. dei carabinieri di Napoli in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip del Tribunale di Napoli Fausto Izzo a carico del clan dei casalesi per associazione a delinquere di tipo mafioso, in relazione all’affare delle <discariche d’oro>”.
Secondo al ricostruzione della Direzione distrettuale antimafia, la società <Elektrica>, individuata all’inizio come gestore della discarica di Pianura, era collegata ai “casalesi”, clan camorristico di Casal di Principe, organizzazione mafiosa di primo piano nel settore dello smaltimento illegale di rifiuti di ogni genere. Sempre la Dda, dopo una attenta indagine, ricostruisce i collegamenti tra Giorgio Amabile, cugino di Pietro Diodato, e la società “Elektrica”. “Dall’esame delle composizioni societarie - continua la Dda - dei sodalizi collegati alla <Elektrica> emergeva la centralità del sopracitato Giorgio Amabile, il quale oltre ad essere indicato da convergenti fonti informative quale socio occulto della <Elektrica srl>, è di fatto direttore della <Tdm> (trasporti, demolizioni e movimenti di terra) di Gaetana Volpe”. L’ultimo nome serve agli investigatori per chiarire il legame con Pietro Diodato in quanto Gaetana Volpe, moglie di Giorgio Amabile, risulta dalle indagini “socio accomodante della società <Competizione sport> di Vincenza Esposito”, moglie del consigliere regionale del Pdl.
Più avanti viene riservata un’ampia e dettagliata descrizione dei legami e delle attività proprio di Giorgio Amabile: “Giova precisare che Amabile, con sentenza del 29 gennaio del 1982 del Tribunale di Napoli veniva condannato per associazione a delinquere nonché dei delitti unificati di incendio doloso pluriaggravato, di porto di esplosivo in luogo pubblico, di danneggiamento aggravato e di estorsione pluriaggravata alla pena di sette anni di reclusione. Nel relativo procedimento, risultava coimputato, tra gli altri, Antonio Varriale. (…) La circostanza suggella la commistione ritenuta attuale tra Amabile e il Varriale, riferita da convergenti fonti informative, che sarebbero alla base della rivolta in atto a Pianura motivata, come si è detto, dall’accertata impossibilità delle imprese collegate ad Amabile di percepire alcuna forma di indennizzo. La carriera criminale del Varriale, all’epoca in cui pativa una irrisoria condanna nell’ambito di un procedimento penale sui gravi fatti di camorra che, agli inizi degli anni ’80, riguardavano Pianura, evolvevano vertiginosamente portandolo agli apici di una consorteria, il clan Varriale, che più recentemente si è reso artefice delle dinamiche criminali dell’area nord-occidentale del capoluogo. La genesi criminale del Varriale è legata alla sua affiliazione al pari dell’Amabile, alla Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, e alla successiva evoluzione che gli permetteva di divenire una figura autonoma operante nella zona occidentale della città di Napoli, in particolare nel quartiere di Pianura, come comprovato dall’ordinanza di custodia cautelare emessa dal dal Gip del Tribunale di Napoli, Zeuli, il 15 gennaio 1998 per il reato di 416 bis. Il progressivo e sanguinoso contrasto col gruppo malavitoso capeggiato dai fratelli Lago, trova la sua origine nell’omicidio del fratello, Salvatore Varriale, avvenuto il 21 aprile del 1991, che induceva Varriale a ricercare alleanze con altri sodalizi criminali fra cui, più recentemente, i Misso-Mazzarella-Sarno, per potersi contrapporre al clan storico di Soccavo, capeggiato da Antonio Scognamillo, detto <o’ parente>, e Ciro Scognamillo, scissionista dello storico clan di Fuorigrotta”.

LA CONDANNA DI PIETRO DIODATO
Un altro capitolo sul consigliere regionale del Pdl è riferito ad una condanna definitiva ad un anno e sei mesi di reclusione, più cinque anni di interdizione dai pubblici uffici e 5 anni di sospensione del diritto all’elettorato. Si è salvato per la sospensione della pena. Una condanna finita pure sul tavolo di Silvio Berlusconi prima della composizione delle liste per le Regionali. La questione morale posta dal premier e la promessa ai campani, poi non mantenuta, delle “liste pulite”, mise addirittura a rischio la candidatura di Pietro Diodato. Che la ottenne solo dopo l’intervento determinante di Mara Carfagna e di Italo Bocchino. Addirittura i sostenitori di Diodato occuparono in segno di protesta la sede del Pdl a Napoli per impedire l’esclusione del loro “portavoce” dalla competizione elettorale.

LA REAZIONE SCOMPOSTA ALLE INCHIESTE DI “JULIE”
Dopo il braccio di ferro con i vertici nazionali del Pdl, Pietro Diodato ottiene la candidatura. Si presenta alla prima uscita della lista e del presidente Stefano Caldoro, all’hotel “Excelsior” di Napoli, col volto tirato e la tensione a mille. La reazione alle inchieste di “Julie” arriva puntuale. Reagisce in preda ad una crisi di nervi. Lo fa a modo suo, nel suo stile, fregandosene della presenza delle telecamere e dei leader nazionali del Pdl. Anzi, sceglie il momento più eclatante. Durante un’intervista televisiva per il tg di “Julie Italia” a Maurizio Gasparri, Pietro Diodato si avvicina, si mette alle spalle di Gasparri e comincia a fissarmi. Pronuncia frasi intimidatorie. Gasparri interrompe l’intervista e lo richiama all’ordine. Diodato, imbarazzato, si allontana e tutto torna alla normalità. Appena dopo l’intervista, il viso del consigliere regionale del Pdl incrocia la telecamere di “Julie” e giù un’altra minaccia: “Faccia di merda, lo faccio male”. Dvd, ovviamente, consegnato alla Procura della Repubblica come prova a supporto della denuncia che ho scritto e presentato contro Diodato. Il quale, ha replicato con una citazione in sede civile chiedendo un rimborso di 25mila euro alla Julie più un risarcimento economico da addebitare direttamente al sottoscritto, in quanto firmatario delle inchieste.

L’ULTIMA CHICCA SUL “VOTO INQUINATO”
Pietro Diodato, dopo la bravata dell’ “Excelsior”, pensa che sia tutto finito. Che il peggio sia alle spalle. E’ riuscito ad evitare il baratro, ora basta racimolare voti, macinare consensi e la frittata è fatta. Si parte alla conquista della Regione. Un altro “scoop” targato “Julie”. In campagna elettorale la Digos invia in Procura un’informativa dettagliata sul “voto inquinato”. Tutto parte da uno sfogo di un consigliere comunale di Napoli, sempre del Pdl, il quale denuncia la mobilitazione della criminalità, e di alcuni camorristi affiliati al clan Di Lauro, nel quartiere Scampia, a sostegno del candidato del Pdl Pietro Diodato. Letta l’informativa, la Procura predispone immediatamente la perquisizione di un comitato elettorale di Diodato a Secondigliano e dell’abitazione di un consigliere di municipalità, principale sponsor di Diodato.
Fatti ripresi dopo il voto anche dal quotidiano di Marco Travaglio “Il Fatto quotidiano”, in un articolo di Vincenzo Iurillo.
Gli argomenti da trattare non finiscono qui. Ce ne sono altri, che saranno sviscerati uno ad uno, atti alla mano, nei prossimi giorni: da un fantomatico comitato a pagamento sul condono edilizio fino alle gare per l’affidamento di alcuni servizi sociali da parte del Comune di Napoli. Poi c’è la questione della gestione del patrimonio immobiliare a Napoli e in Campania. Da Roma sta arrivando una nuova società interessata all’affaire. Indovinate a quale partito è legata? Indovinato…

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di Giovanni De Cicco
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