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Le tute Bianche della Fiat.


Le tute Bianche della Fiat.
23/12/2011, 07:12

 

LE TUTE BIANCHE DELLA FIAT.


 

di Raffaele Pirozzi e Giuseppe Biasco


 

Finalmente è stata presentata la nuova versione della Panda, che dovrà essere prodotta nello stabilimento di Pomigliano d’Arco.

Molti avranno visto i servizi televisivi che riprendevano l’evento. Tutto era stato preparato con una puntigliosa scenografia, con una coreografia che solo degli ingegneri possono realizzare così priva di fantasia. La nuova vettura era collocata su una pedana rialzata, piena di firme dei tecnici e degli operai che la avevano costruita ed aspettava solo le prestigiose sigle del Presidente e dell’Amministratore Delegato della Fiat. Il Gruppo dirigente è entrato in scena tra gli applausi di due file di operai in tuta bianca che applaudivano sorridenti. Tutto era stato preparato per comunicare al mondo intero che la Fiat stava inaugurando un epoca nuova nella storia della industria automobilistica italiana: insieme ad una nuova vettura progettata interamente presso il Centro Stile Fiat veniva inaugurato una nuova Società, che operava in uno stabilimento interamente rinnovato nella tecnologia, con un nuovo contratto di lavoro, con la gran parte dei lavoratori al disotto dei 40 anni e con la esclusione dallo Stabilimento di qualsiasi rappresentante sindacale della Fiom e dello Slai Cobas, ritenuti ostativi al nuovo corso. Il segno di questo cambiamento sono le tute bianche dei lavoratori, la nuova divisa che tutti gli operai dovranno indossare sulle catene di montaggio quando la fabbrica sarà in piena attività produttiva.

Il segnale è chiaro: addio alle vecchie tute blu, divisa inconfondibile dei metalmeccanici italiani e della Fiat in particolare. Le mitiche tute blù delle incessanti lotte operai che dalla fine degli anni sessanta hanno turbato il sonno ad intere generazioni di manager ed imprenditori italiani non ci sono più! Finalmente è stato segnato il passaggio ad una era nuova: l’Autunno Caldo è definitivamente superato con tutte le sue conseguenze contrattuali e legislative.

Il segnale doveva partire proprio dallo stabilimento di Pomigliano, quello che storicamente ha sempre rappresentato un problema per la conflittualità e per l’assenteismo, quello dove lo Slai Cobas è stato sempre forte, dove la Fiom è stata sempre contro sin dal 1987, quando si procedeva alla vendita della Alfa Romeo e i metalmeccanici della CGIL propendevano per la americana Ford.

Tutti i simboli di quella storia di 40 anni sono stati cancellati, soprattutto i colori sono stati eliminati: il rosso alfa, il blù delle tute, il grigio dell’acciaio, il verde dei prati che riempivano gli spazi tra un capannone ed un altro. Tutto è stato coperto da una coltre di bianco, abbacinante sotto la luce dei neon. Un bianco che ricorda le nevi del Canadà e della Svizzera, paesaggi abituali di Marchionne, che in questo modo ha voluto seppellire una memoria collettiva ed una storia tutta ancora da scrivere. Il gruppo dirigente della Fiat ha voluto comunicare al mondo che quel bianco rappresenta una pagina nuova su cui scrivere una prossima storia di esaltanti successi produttivi. Il colore rosso era fuori dai cancelli dello stabilimento. Tenute a debita distanza dalla polizia, le bandiere rosse dello Slai Cobas e della Fiom venivano agitate al picchetto che i due sindacati antagonisti avevano organizzato nel grande piazzale del parcheggio, segnale evidente che la battaglia non è conclusa, che i contendenti si misurano ancora sul piano dello scontro, che non promette nulla di buono per il futuro.

Pomigliano d’Arco è al Sud, non è sulle Alpi Svizzere o nella tundra canadese, prima o poi il sole meridionale scioglierà il gelo del bisogno e quel bianco neve sotto al quale si cela la fabbrica ed il lavoro duro e disperato a cui sono destinati gli operai ed allora i problemi ritorneranno identici a quelli di sempre. Quando le tute bianche saranno sporche del grasso e dell’olio, che abbondano sulle linee di produzione , la pace impossibile tra datore di lavoro e prestatore d’opera sarà evidente. Ora tutto sembra bello e tutto è lucido e nuovo, ma quando, da una produzione di 40 vetture, si passerà a ben 1050 Panda al giorno, allora i problemi saranno seri e la Fiat lo sa bene. Tre turni di lavoro,compreso quello notturno, per sei giorni lavorativi, con il turno di mattina che dovrà lavorare anche la Domenica, in straordinario obbligatorio senza il riconoscimento della pausa mensa e con sole due fermate di dieci minuti l’una, non è semplice, ne facile da sopportare, anche perché le retribuzioni, ovviamente maggiori in virtù delle ore in più lavorate, saranno inferiori a quelle previste dai contratti precedenti.

La paura dei gruppi dirigenti della Fiat, di perdere il controllo della produzione è sempre alta, e i dirigenti della Fiat rispondono sempre con arroganza e con la repressione alla loro paura di essere messi in discussione dagli operai. Prima ancora del lavoro in Fiat è ritenuta importante la costante osservanza delle regole stabilite per gli operai, che non devono pensare, come affermava Taylor, ma devono solo eseguire con metodicità e continuità le mansioni assegnate. Per gli operai nulla di nuovo, cambiano i manager ed i dirigenti, la alienazione richiesta è sempre la stessa.

Tra le innovazioni tecnologiche che sono state introdotte nello stabilimento, è stata prevista anche una nuova chiusura delle porte dei servizi igienici, che per essere accessibili devono essere aperti con il badge personale del lavoratore, in modo tale che viene registrato il tempo di espletamento dei bisogni fisiologici. E questo è solo una delle nuove regole imposte dalla aziende, che vuole fare passare il principio a lei più caro: la prestazione del lavoro si considera espletata in un periodo di tempo definito dalla rigida organizzazione del lavoro.In fabbrica il tempo appartiene alla produzione e non alle persone che vi operano. Nulla di nuovo, insomma, qualche robot in più, ma le contraddizioni restano sempre le stesse.

Non basta cambiare il colore delle tute per risolvere un conflitto infinito. Non basta mettere al bando la Fiom ed i Cobas per assicurarsi la tranquillità in fabbrica. Nel 1969, la lotta fu tanto violenta quanto devastante, anche in presenza di forti discriminazioni nei confronti della Fiom, i cui rappresentanti erano costretti nei reparti “confino” immaginati da Valletta.

Riuscirà la Fiat, a reggere per i quattro anni previsti per la produzione di un milione di vetture al rischio di nuovi e più violenti conflitti con i propri dipendenti? Basterà la volontà dei suoi gruppi dirigenti e l’ossequio di sindacati disponibili a tenere sotto controllo gli operai in tuta bianca della produzione? Non sarebbe stato più saggio e più giusto, che dopo anni di cassa integrazione pagata da tutti gli italiani, i lavoratori fossero considerati i protagonisti della ripresa produttiva di quello stabilimento? Sappiamo bene le risposte che da sempre ci arrivano da quelli che una volta venivano chiamati i “padroni”, ed oggi sono definiti “imprenditori”: più potere nella fabbrica, più profitto. Nulla cambia sotto il cielo della produzione. Le contraddizioni restano sempre le stesse, purtroppo le esperienze passate non insegnano nulla a nessuno. Chi sa che il prossimo autunno caldo, non passerà alla storia come la rivolta delle tute bianche.


 


 

 

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di Raffaele Pirozzi
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